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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
La Poliziotta e l'Italia che non cambia
post pubblicato in Società&Politica, il 2 settembre 2009
di Hermes Pittelli ©

 
 
Il 'Giappone celebra la fine dell'imperiale democrazia, organizza il funerale della superpotenza dei vecchi: quella fondata sull'indissolubile intreccio tra nepotismo politico, burocrazia onnipotente e lobbismo industriale' (Giampaolo Visetti, La Repubblica, 31 agosto 2009).
Il Giappone nelle urne non ha espresso 'solo' un voto, ma l'urgenza e il coraggio di disubbidire e di cambiare, voltare pagina per non negarsi un futuro.
In Italia siamo fermi. Cristallizzati o meglio incancreniti alla prima metà degli anni '70.
Una storia lo dimostra in modo chiaro e senza tema di smentite.
Una ragazza della profonda provincia nordica (bergamasca, non qualche 'disagiata sede' del sud), folgorata sulla via di Damasco da uno spettacolo teatrale su Giovanna d'Arco, crede di essere in qualche modo la reincarnazione della Pulzella d'Orleans. Decide di ribellarsi al maschilismo che la incatena ad una vita già segnata: figlia devota, segretaria affidabilissima e servile, fidanzata geisha di uno scarpiere pirla. Si iscrive al concorso per diventare vigilessa urbana e supera il corso di addestramento con il massimo dei voti.
Indossata la divisa da pubblico ufficiale che le conferisce un nuovo status sociale e finalmente una dignità umana e professionale, fa applicare e rispettare la Legge con rigore, giustizia e senza favoritismi ai potenti di turno o agli amici degli amici.
Incorre subito in comprensibili incidenti diplomatici: multa per divieto di sosta davanti all'ingresso dell'ospedale l'arrogante e sciocco figlio del sindaco, multa per divieto di sosta nella piazza principale il pretore che si concede un caffé al bar.
Il comandante dei vigili urbani comincia a ricevere 'pressioni' e lamentele su questa strana creatura così integerrima nell'osservanza e nella tutela di codici e regolamenti. Viene quindi assegnata a incarichi 'sgraditi' nel tentativo di ammorbidirla. Ma chi è onesto e puro, non muta la propria natura al mutare delle situazioni ambientali.
Comincia quindi a scoperchiare un pentolone di sconcezze e imbrogli nei quali sono coinvolti tutti i personaggi più influenti e in vista della città. Al macello comunale è prassi macellare animali di bassa qualità senza rispettare la più elementare norma igienica. I tagli migliori vengono 'offerti' in omaggio proprio al capo della polizia municipale in cambio di ispezioni meno accurate e con lo sguardo un po' miope.
Alla gloriosa e locale fabbrica di biscotti, di proprietà del sindaco, vengono utilizzate uova marce e ingredienti scaduti, trattati poi con sostanze chimiche dannose per la salute, sversate allegramente nel fiume che attraversa la zona per occultare le prove della pratica illegale e criminosa.
La poliziotta durante una gita fluviale si accorge di una anomala moria di pesci e di acque torbide e schiumose e decide di prelevare un campione da far analizzare al laboratorio scientifico comunale. Il direttore naturalmente è in combutta prezzolata con il sindaco e falsifica l'esito scritto sul referto.
Ma la poliziotta si cautela inviando due campioni a due diverse università scientifiche.
A questo punto, con i loschi magheggi del sottobosco politico e imprenditoriale messi a repentaglio dall'integrità morale della donna, si muovono le alte sfere da Roma. Bisogna eliminare la pericolosa anomalia che rischia di creare uno scandalo che manderebbe in fumo business miliardari, tra cui un enorme appalto per la costruzione di inutili infrastrutture, una golosa torta alla quale nessuno è risposto a rinunciare. Il fratello senatore del sindaco indigeno – esilarante la scena di questuanti vari e alti prelati vaticani che si accalcano per i corridoi della sede capitolina di sua eccellenza - decide di assoldare un 'sciur detectìve' privato, uno spione prezzolato e senza scrupoli, per rimestare nel passato della vigilessa in cerca di scheletri con cui lordarla agli occhi dell'opinione pubblica. Non trovando nulla, nemmeno inventando un presunto aborto mai avvenuto, la cricca dei disonesti tenta di farla vacillare attraverso una debolezza passionale nei confronti di uno degli assessori locali. Assessore che dovrà immolarsi sull'altare di una notte rovente per poi convincere la poliziotta a ritirare tutte le denunce e i rapporti contro i membri del criminoso comitato d'affari.
La nostra eroina finge di cadere nell'imboscata amorosa, ma munita di registratore incide su nastro la confessione dell'assessore che, tradito dall'eccitazione sensuale del momento, ammette che tutti i politici locali e gli imprenditori e i rappresentanti della presunta società bene sono coinvolti negli imbrogli e nei traffici di spartizione del forziere del pubblico denaro: appalti, sanità, fognatura, pompe funebri; nessun settore della vita cittadina è immune ai tentacoli della masnada legalizzata. Lo spione però interviene con la violenza e sottrae il nastro alla vigilessa. Resta un'ultima chance, l'intervento del pretore, perdutamente innamorato della donna. Il magistrato si reca dal procuratore di Milano che gli consiglia di lasciar perdere in nome del superiore interesse del moloch economico. Paventando, in caso di mancato allineamento, un trasferimento punitivo in Sicilia o Sardegna, le “sedi disagiate” di cui sopra.
Ma il pretore, ormai impavido grazie all'amore, non si arrende e in treno raggiunge la Capitale per consegnare personalmente il fascicolo scottante alla sede centrale della Procura della Repubblica.
Naturalmente, la vicenda ha un esito scontato: il pretore e la 'poliziotta' vengono esiliati su un'isola, a sud della Sicilia.

Questa storia è la trama di un film del 1974, 'La Poliziotta' diretto da Steno (Stefano Vanzina, regista di molte pellicole con Totò) e interpretato da Mariangela Melato e Renato Pozzetto (assieme ad una galassia di ottimi attori teatrali e fenomenali caratteristi).
Chissà se gli autori della sceneggiatura, e lo stesso Steno, all'epoca si resero conto di cosa avevano scritto. Probabilmente, nelle loro intenzioni c'era solo la volontà di produrre una commedia brillante e ironica, una parodia sul maschilismo e le lotte del femminismo per la parità delle donne nella società italiana dei primi anni '70; una società erede del boom economico, ma arretrata a livello culturale e sociale. Un tentativo di coniugare una critica graffiante con esigenze di botteghino (da questo film, chissà in base a quale passaggio logico, sono poi stati tratti i sequel pecorecci e scollacciati con Edwige Fenech e Alvaro Vitali).
Visto con occhi attuali, possiamo affermare che Steno ha raccontato in modo brutale e impietoso l'Italia di oggi. Un'Italietta sempre ferma all'inghippo, all'imbroglio, all'inciucio per consentire a politicanti, imprenditori senza scrupoli e clientes di spartirsi il bottino dei soldi pubblici; cioè dei nostri soldi, dei risparmi dei cittadini contribuenti. Appalti truccati, mazzette, referti scientifici truccati: nulla di nuovo sotto il sole. In barba al bene comune, alla legalità, alla salute della popolazione e al rispetto per l'Ambiente.
Osservando le peripezie della Melato/poliziotta alle prese con la meschinità disonesta e la corruzione morale che la circondano, si ride.
Quando ci si rende conto che è l'impietoso ritratto di questo paese in piena decadenza, sul volto resta solo un sorriso a metà, stanco, spento.
Amaro.
I piccoli cittadini italiani sacrificati sull’altare della ‘modernità’ tricolore
post pubblicato in Società&Politica, il 2 giugno 2009

di Hermes Pittelli ã

 

 


 “Vergini che si offrono in pasto al Drago”, Veronica Lario, fu (nel senso di ex) signora Berlusconi, dixit.

 

A parte che di solito queste vergini non lo sono nemmeno di segno zodiacale (e complimenti per l’audacia mentale di certe vestali di 30/40 anni capaci di autodefinirsi ancora ‘showgirl’), quello che mi inorridisce davvero è vedere genitori e scuole dare in pasto i propri figli/scolari a Schifani e Berlusconi.

Accade oggi, 2 giugno, anno del Signore (ma Lui lo sa?) 2009, 63° genetliaco della Repubblica.

Forse a quei virgulti, giovani cittadini ignari del passato e del futuro, dovrebbero prima spiegare il curriculum dell’attuale presidente del Senato. Lieto di accoglierli da buon pater familias per donare loro una copia della nostra Costituzione – la nostra Legge fondamentale, quella che la cricca che lui rappresenta vorrebbe demolire – e per spiegare loro che è giunta l’ora di rendere moderno il Paese.

E qui casca l’asino, poverino. Stanlio & Ollio vedevano asini che volano nel ciel, noi forse non vedremo più questi fieri e magnifici qudrupedi; che per molti bambini moderni sono già animali leggendari inventati con molta fantasia da un certo mastro Collodi.

Come non si stanca mai di ripetere il Professor Montanari, ecco le caramelle drogate distribuite ai bimbi ai cancelli delle scuole: cresceranno già perfettamente funzionali al Potere, senza dubbi, acefali, succubi, senza alcuna velleità di conoscenza, senza impeti di ribellione e cambiamento.

 

Sì perché la ricetta di modernità declinata a la berluscones, come più volte ho ripetuto ammorbando perfino me stesso, è un trito e ritrito pasticcio di formulette ultraliberiste anni ’80: edilizia selvaggia e spietata – grazie alla quale usciremo dalla crisi! – e strategie energetiche basate su fonti in esaurimento, letali e costosissime (tranne per i pochi che ci speculano) quali petrolio, carbone, energia atomica.

 

Solo in un paese vecchio e popolato per 2/3 da vecchi ingordi e ripiegati sul proprio egoismo, un menù così sorpassato e indigesto può ancora passare per avanguardistico e rivoluzionario. Peccato che la bolla speculativa legata al mattone sia uno dei detonatori che hanno innescato l’esplosione dei mercati mondiali a partire dagli Usa, peccato che proprio gli Usa abbiano cominciato a virare rotta in modo vigoroso sulle fonti di energia ecosostenibili e rinnovabili; non quelle taroccate e truccate che sviolinano a noi ignoranti italioti.

 

Resto allibito, forse ormai solitario, forse in compagnia dei soliti quattro amici, osservando l’ennesimo trionfo personale con annesso bagno di folla del premier. Famiglie intere, mamme papà nonni zii, torpedoni di sostenitori organizzati manco si trattasse di una finale dei campionati del mondo tutti accalcati contro le transenne di via dei Fori Imperiali per gridare a Silvio: “Vai presidente! Grande presidente! Siamo tutti con te! Non mollare!”.

Una forma di adorazione e identificazione che sfugge alle mie capacità di comprensione; il dna italico che non riesce a modificare quella parte di genoma che prevede l’applauso non solo a chi ti domina concedendo un po’ di elemosina, ma anche una sorta di istintiva e automatica ‘pronitudine’, perfino gratuita, nei confronti del vincitore, del padroncino di turno.

Povero quel piccolo Francesco istigato da una pessima famiglia ad invitare al proprio compleanno nonno Silvio, commovente quel signore con i capelli bianchi sincero nella propria commozione durante la parata militare che dovrebbe celebrare i fasti “di questa nostra bella nazione”.

 

Bella? Se fosse liberata dalla propria ignoranza atavica, indotta e anche un po’ coltivata per pigrizia e ignavia congenite, forse sì.

Perché il tempo che ci resta per recuperare attività cerebrale e capacità d’azione prima di varcare il confine del non ritorno si sta riducendo in modo esponenziale.

Il cittadino medio appalude i politicanti con la scorta e l’auto blu come un tenore dopo un do di petto, come una ballerina dopo una perfetta spaccata, come un centravanti dopo il gol, ma non sa che alle sue spalle, nell’omertà di media e istituzioni, gli stanno comprimendo i diritti, restringendo la democrazia, svendendo e distruggendo la sua terra.

La deriva petrolifera procede spedita: in Basilicata, in Sicilia, in Abruzzo, nelle Marche.

Trivellare il terreno e i fondali marini non solo aumenta il rischio sismico, ma produce, di sicuro, inquinamento e avvelenamento dell’ecosistema. Oltre a tutti i danni alla salute degli esseri umani.

Non è un problema che riguarda altri, non è un problema che risolverà qualcuno. E’ una catastrofe che ci coinvolge, tutti, in prima persona.

Il menefreghismo italiano è l’ottavo vizio capitale. Lo pagheremo sulla nostra pelle, senza distinzioni di razza, censo e convinzioni politiche. Non ci sarà una Lega a dirci che è colpa degli immigrati, non ci sarà un napoleoncino a dirci che è solo una psicosi inventata dalla sinistra.

 

Diremo addio ai frutti di mare, alla frittura di paranza, al parmigiano, alle mozzarelle di bufala, ai pomodori pachino, ad ogni incredibile varietà di prodotto caseario, vitivinicolo, agricolo, alimentare che la divina biodiversità italica riesce ancora a concederci per allietare il nostro palato e la nostra vita; biodiversità che in simbiosi con il nostro unico patrimonio artistico e culturale genera, tra l’altro (meglio sottolinearlo per i cultori del profitto), un ciclo economico florido e vantaggioso per il Paese.

 

Estrarre e raffinare petrolio nelle nostre Regioni è follia criminale e solo questo governo (Berlusconi, Scajola, Prestigiacomo, Bertolaso) in combutta con le multinazionali dell’oro nero potevano concepire una strategia capace di ingrassare i soliti noti e andare a discapito della collettività: in modo irreversibile.

Con il petrolio, non solo non risolviamo la nostra presunta penuria energetica, ma, come detto, distruggiamo l’agricoltura, l’ambiente, il turismo, la Salute di ognuno di noi.

 

Leggete come ‘pensa’ un petroliere, leggete del rischio mortale che corrono l’Abruzzo e le Marche.

Dei disastri e dei misfatti perpetrati dai petrolchimici in combutta con laidi amministratori locali in Sicilia, Puglia e Basilicata avete già sentito qualcosa.

La Terra è sull’orlo del collasso ambientale, sconvolta da mutamenti climatici inauditi e le multinazionali quale contributo offrono? Trivellare l’Italia, trivellare l’Alaska in cerca del solito famigerato maledetto petrolio e deforestare completamente il polmone del pianeta, l’Amazzonia. Alaska e Amazzonia non sono realtà ‘aliene’, sono parte integrante della congiura planetaria che cinici ma idioti business men (dispongono di astronavi e di un pianeta alternativo?) stanno perpetrando contro l’intera umanità. Dovremmo tutti lottare per salvare l’Abruzzo, la Sicilia, le Marche quanto l’Alaska e l’Amazzonia.

 

I terroristi adoratori del petrolio sono quelli che considerano i diritti umani un intralcio ai loro business plan, quelli che sognano i parlamenti ridotti a consigli d’amministrazione dove collocare i propri galoppini, sono quelli che invocano la modernità, quelli che bramano il depotenziamento delle istituzioni, delle formazioni, delle dinamiche democratiche; sono quelli che trasformano, nel silenzio (quindi, nella complicità) della maggioranza ‘perbene’ e ‘bene-pensante’, gli ultimi del globo in automi schiavi peggio di quelli di Metropolis: costretti a lavorare fino alla morte (unico grande premio da sognare) per un pugno di riso al giorno.

 

Suvvia, con il vessillo tricolore in una mano e i nostri figli nell’altra, conduciamoli al sacrificio sull’altare della modernità: lasciamoli in balia del politicume italiano, quello che li ucciderà con inceneritori, raffinerie, centrali nucleari.

Poi non ci sarà alcun dio, sondaggio, tribunale o prescrizione in grado di garantirci salvezza, impunità e redenzione.

 

 

Una lacrima, un po’ di soldi e il morto non c’è più
post pubblicato in Società&Politica, il 28 maggio 2009

Dopo la tragedia alla raffineria Saras della famiglia Moratti comincia l’opera di rimozione, omertà e maquillage. Chi protesta contro i ‘padroni amici’ viene definito comunista ‘post litteram’; i rappresentanti sindacali si guardano in cagnesco.
Le vittime? Morte a causa della propria fretta e imprudenza durante il lavoro.
Di verifica analitica o chiusura dell’impianto non si parla, pecunia non olet; invece, tutela della salute e dell’ambiente ostacolano il dio business. Olé!



di Hermes Pittelli ã

 Qualche lacrima, un po’ di soldi e il morto non c’è più.
La persona deceduta scompare, in tutti i sensi. Ma scompaiono anche le prove scientifiche della pericolosità di piattaforme e raffinerie petrolifere, scompare ogni discorso serio e sensato sulla priorità assoluta della Salute umana e dell’integrità ambientale.

Basta leggere un articolo apparso oggi sul quotidiano La Repubblica, il foglio delle 10 domande a Berlusconi sull’affaire Noemi. Il pezzo dell’inviato a Sarroch, Carlo Bonini, è un capolavoro di equilibrismi. Ma forse sono io a non capire come gira il mondo. Piccola coincidenza, accanto all’articolo compare una bella pubblicità della Pirelli, quella dell’amico Tronchetti Provera (amico di Moratti, ovvio).

Operai sardi in sciopero ma con dolore composto e dignitoso, nessuno dà in escandescenze. Qui non si tratta della Thyssen di Torino, qui non ci sono lavoratori comunisti tranne uno che si permette di gridare “Ci avete rotto i coglioni con la concertazione!” o i pochi che annodano un lenzuolo con una scritta in vernice rossa: “Il nostro sangue per i vostri profitti. Ora basta”.
I rappresentanti delle sigle sindacali un po’ si ignorano, un po’ si guardano in cagnesco. Le Rsu informano ‘la base’ che non ci saranno comunicati. Almeno fino a quando non ci sarà una versione chiara e attendibile sulla dinamica della tragedia.

Sei chilometri più a nord, a Villa San Pietro, in municipio, i Moratti brothers, ospiti del sindaco pd Matteo Muntoni e in compagnia dell’altro pd sindaco di Sarroch, Mauro Cois, ascoltano lo strazio dei parenti delle vittime. E i presenti tengono ad informare che Gianmarco Moratti, presidente della Saras, piange.

A Cagliari, la Procura della Repubblica, apre un’istruttoria contro ignoti. Già, i soliti ignoti.

L’autore del resoconto spiega che qui “la morte di tre operai non funziona da detonatore. Semmai, svela di quale grana sia fatta questa compostezza di pietra che, in meno di 24 ore, ha ridotto la rabbia a un sussurro e messo insieme maestranze e azienda nel dire che la ricerca della verità e delle responsabilità è interesse comune”.
E non finisce qui. “Se qualcosa deve essere fatto per migliorare gli standard di sicurezza, sarà fatto”. A cadaveri caldi e telecamere accese.
Ancora, grazie alla tragedia Saras capiamo finalmente cosa sia il “Morattismo”, “il capitalismo sociale del Padrone amico e dell’operaio responsabile”.
Un po’ come i rapporti anomali e deteriorati tra i padri e i figli di oggi, da quando cioé i genitori si sono messi in testa di recitare la parte degli amici, scaricando ogni responsabilità su rampolli incapaci di coltivarla, abbandonati a se stessi.
Di più, pensate, quasi come in una pellicola di Frank Capra, due anni fa in occasione del 45° anniversario della fondazione della Saras, “i Moratti entrarono in raffineria in tuta blu per sedersi in mensa”. Strabiliante. Toccante. Commovente.

Poi, in mezzo a tanto ‘oro nero’, in mezzo alla nebbia dei fumi di combustione di sostanze di certo non propizie per la salute, ecco un raggio di luce, luce dell’argent, argent de poche; i sindaci Muntoni e Cois, con le pupille a dollaro o a barile, elencano i meriti morattiani: “Sarroch è il comune più ricco della Sardegna per reddito pro capite. Villa San Pietro, nel ’75, faceva 700 anime, oggi 2000”.
Le anime dei trapassati?

Sempre più incredibile. Sarroch si è “sviluppato urbanisticamente attorno alla raffineria, quasi ne fosse un’appendice naturale”. Un bel prodigio di Natura.
E sette su dieci dei suoi abitanti lavorano nello stabilimento”. La generosità, nota universalmente, dei Moratti non si arresta qui. “La Saras sostiene le scuole primarie del territorio. Supplisce con il mecenatismo delle sponsorizzazioni lì dove non arriva il welfare degli enti locali. Lavora con l’Università di Cagliari, la cui facoltà di ingegneria è il suo serbatoio di tecnici specializzati”.
Insomma, tentacoli ramificati ovunque.
Siamo nella Sardegna sud-occidentale, “ma sembra un angolo di Emilia”. Quella degradata e inquinata dagli inceneritori?

Anche le ditte appaltatrici esterne alla Saras diventano ditte della grande famiglia, “per questo le vittime dell’incidente di 2 giorni fa, non sono solo i morti del padrone, ma diventano i morti di tutti. Per questo forse Marco Nappi (Cisl) non sa darsi pace quando sollevando le braccia al cielo, dice che quello che è accaduto qui è surreale”.
Di veramente surreale, c’è solo il contenuto dell’articolo de La Repubblica.

Un peana alla famiglia Moratti, così prodiga e generosa nel regalare benessere ad una terra altrimenti destinata all’arretratezza atavica. Una simbiosi di intenti e destini tra i padroni amici e gli operai e le loro famiglie, tutti uniti per la maggior gloria della Saras. Sindaci plaudenti e gaudenti per il pil e per il reddito pro capite.
Non una parola sull’ambiente devastato dai veleni della raffineria, sulle falde inquinate, sugli incidenti che accadono puntualmente, sulle malformazioni dei neonati, sull’aumento delle patologie tumorali. Un po’ di soldi e la realtà si dimentica, un po’ di soldi e la vita ti sorride. Almeno fino a quando ti resta una vita o non ti ammali. Davvero la popolazione del territorio esulta per questa situazione? Mah.

Ecco un po’ di ‘esempi esemplari’ di quanto l’industria petrolifera regali salute e ricchezza alla popolazione: il polo petrolchimico nel triangolo della morte in Sicilia viene pubblicizzato poco, ma fa sempre molti danni.

Ecco un altro caso di business sardo, il poligono interforze di Perdasdefogu.

Proprio oggi, ironia della vita, giungono notizie di marciapiedi radioattivi a Torino, ma senza pericolo per la salute dei cittadini come afferma precipitosamente il Comune, e dell’ennesima fuga di gas a Gela, guarda un po’, dove da più di un anno i cittadini segnalano spiacevoli olezzi nell’aria che sono costretti a respirare. Anche qui, naturalmente, tutto a posto e nessuna minaccia per la cittadinanza (dunque, perché evacuare 1000 persone?).

C’è anche chi in Europa, a pochi chilometri da noi, effettua scelte consapevoli e lungimiranti. E poi vienne additato come rivoluzionario, come modello cui aspirare, perfino dai padani che invidiano e vorrebbero copiare il ‘progetto Andalusia’.

Quando la Professoressa Maria Rita D’Orsogna – non so per quale sorte divina mi considera interlocutore degno della Sua attenzione - mi racconta la realtà di Los Angeles, io commento sempre che mi sembra fantascienza, comparandola con il triste orizzonte italico. In California l’amministrazione chiede ai propri cittadini come immaginano e come vogliono la loro città del 2030, chiede perfino quale sia il criterio più funzionale da adottare per disegnare le strisce stradali che delimitano i parcheggi! Fantascienza, appunto.

In Italia, abbiamo una maggioranza di governo (e una maggioranza nell’opposizione) che predilige puntare sul petrolio, combustibile fossile che tra 15 anni si esaurirà a livello mondiale, lasciando in eredità alle giovani generazioni un Paese completamento avvelenato da sostanze letali, gran parte delle quali non bonificabili.
I politicanti, nel loro criminale e criminoso delirio di onnipotenza, credono di farla franca, credono che i problemi della devastazione ambientale non possano tangere le loro rivoltanti persone, né quelle degli incolpevoli familiari che li circondano.

Berlusconi, l’ennesimo villone della sua brillante carriera, non lo ha acquistato a Siracusa, irrimediabilmente annichilita dal petrolchimico dell’ambientalista Prestigiacomo, ma a Taormina; in quella Taormina che ha rifiutato l’oro nero per puntare su cultura, natura e turismo paradisiaco.

Valutate voi quale sia stata la decisione più saggia.
Inter, lo scudetto puzza... di petrolio
post pubblicato in Diritti, il 21 maggio 2009

Leggenda popolare vuole che i milioni di euro spesi da Moratti nel giocattolino di famiglia provengano dalle sue aziende. Come la raffineria Saras, in Sardegna. Peccato che molte di quelle risorse arrivino dalle tasche degli italiani che pagano le bollette della luce. Grazie anche al famigerato e truffaldino Cip6.
Intanto, la raffineria inquina e mette a repentaglio la vita degli operai e dei cittadini...





di Hermes Pittelli ã

 Gli italiani, anche i non interisti, non lo sanno. Eppure potrebbero chiedere a Massimo Moratti di farsi prestare per le proprie partitelle del giovedì sera o per rinforzare la propria squadra di calcio amatoriale un polpaccio di Ibraihimovic o una coscia di Muntari.

Il munifico patron nerazzurro ha condotto negli ultimi anni campagne acquisti faraoniche per la Beneamata, assicurando ai suoi pupilli e ai suoi allenatori un monte ingaggi stratosferico.

Però quei soldoni non sono esattamente tutti suoi o provenienti dalle sue aziende, come vuole la leggenda popolare alimentata dai media compiacenti.

Molte di quelle risorse transitano attraverso le fabbrichette morattiane, è vero, però provenienti dalle tasche dei contribuenti, come sempre all’oscuro di tutto.

Come? Attraverso il pagamento delle bollette della luce e grazie alla truffa del Cip6.

L’intuizione fu di papà Angelo Moratti, già presidente della gloriosa Inter targata HH (Helenio Herrera): nel 1962 decise di fondare una società petrolifera, la società che permette ai Moratti un’agiata vita da nababbi dell’oro nero.

La raffineria fu costruita a Sarroch, in provincia di Cagliari. Se vi collegate a Google Earth grazie alle immagini dal satellite vi potete rendere conto che gli impianti sono più grandi dell’intero agglomerato urbano.

La Saras, grazie alla propria dislocazione strategica, vanta qualche record: un quarto del petrolio mondiale trasportato via nave transita da qui ed è la raffineria più grande del Mediterraneo per capacità produttiva, in grado di trattare 15 milioni di tonnellate l’anno di petrolio grezzo.

La preziosa materia prima giunge soprattutto dalla Libia (quella che rende sicure le nostre coste) e dal Mare del Nord. Tra i clienti di Saras figurano nomi importanti quali Shell, Repsoil, Q8, Total; Eni, Tamoil che assicurano un sostanzioso giro d’affari. Nel 2005, ad esempio, i ricavi sono stati di 5,5 miliardi di euro per un utile netto di 332 milioni.

Costruire poi squadre di calcio competitive con queste risorse economiche diventa più facile, anche in assenza di reale competenza sportiva.

Ma la punta di diamante della faccenda non è Ibrahimovic, come si potrebbe credere ingenuamente, ma la Sarlux, la centrale elettrica posizionata nella zona sud orientale dell’impianto. La Saras impiega 1600 operai e controlla il 100% della Sarlux.

Grazie alla luce prodotta qui in Sardegna dalla famiglia Moratti, i soldi degli italiani, in modo molto più efficace del teletrasporto di Star Trek, si materializzano sui conti bancari dei campioni (?) dell’Inter.

La Sarlux ottiene energia elettrica lavorando gli scarti della produzione petrolifera, ovvero quello che tecnicamente si chiama ‘olio combustibile pesante’.

Questa sorta di pece semi solida sarebbe un’ottima base per ricavare bitume, invece viene bruciata tramite gassificazione e irrorazione di ossigeno.

Questo è combustibile altamente inquinante, molto più del metano di solito utilizzato nelle centrali elettriche. L’impianto brucia 150 tonnellate di tar l’ora. Oltre a CO2, ossidi di azoto ed emissioni varie, a fine anno la combustione lascia in dote 1.400 tonnellate di scarti tra zolfo e concentrati di metalli, come il vanadio e il nichel”.

Il vero guadagno per Sarlux arriva quando finalmente può piazzare sul ‘libero mercato’ il prodotto finito. L’energia elettrica viene interamente acquistata da un ente pubblico, il Gestore del sistema elettrico (Grtn), che garantisce un corrispettivo doppio al reale prezzo di mercato.

In pratica, gli italiani credono di essere un popolo ‘verde’ (non in senso padano, ma ecologista), di finanziare grazie ad una maggiorazione della bolletta della luce impianti che funzionano con fonti pulite quali sole, aria, acqua; invece, lo stato italiano, che per una volta ha recepito al volo una direttiva comunitaria del 1992 (relativa appunto all’incentivazione delle fonti rinnovabili, provvedimento Cip – Comitato interministeriale prezzi – numero 6), intuendo il potenziale di business, ha aggiunto (quanto sono importanti le parole!) all’aggettivo ‘rinnovabile’ e/o ‘assimilabile’. Un’altra magia italiana si è così realizzata.

I cittadini sborsano fino al 10% in più in bolletta fieri di contribuire alla diffusione di energie pulite, finanziando invece gli sporchi affari dei petrolieri (tra i quali anche la famiglia Garrone di Erg, proprietaria della Sampdoria, o la famiglia dei Brachetti Peretti di Api) che ingrassano grazie a fabbriche della morte, responsabili di inquinare e devastare il territorio e senza alcuna attenzione per la sicurezza e la salute dei propri operai.

Poi è facile ripulirsi la faccia dai liquami di petrolio, grazie ad astute operazioni di presunta beneficienza (in realtà, spietate operazioni di cinico marketing) o allestendo compagini di circenses da offrire in pasto come panem agli italioti medi pallonari; ignari che avrebbero il diritto di stilare la formazione o di giocare nel campetto dietro casa con Balotelli o Cassano.

Quando vi propinano l’edulcorata favoletta dell’elegante e generosa famiglia Moratti dovreste rabbrividire.

La signora Letizia si è fatta curare l’immagine da Red Ronnie (cercate su YouTube il video celebrativo che l’ex critico musicale anticonformista ha realizzato pro sindaco di Milano), il presidente dell’Inter nonché amministratore delegato della Saras, Massimo, si prodiga in campagne umanitarie.

In Sardegna, grazie alla loro raffineria modello, si verificano mutazioni del Dna: nascono pesci con due teste, persone di 30/40 anni non fumatrici e senza storie di cancro in famiglia, sviluppano patologie tumorali e si ammalano di leucemia.

L’Inter celebra il quarto scudetto consecutivo in Italia (“Siamo nella Storia!”, senza tralasciare l’ennesimo flop europeo, però), occulta con eleganza degna di una finta di Figo l’origine economica di questi presunti trionfi; occulta che molti dei soldi utilizzati per la costruzione della squadra sono dei cittadini, abbandona al colpevole oblio “i danni della salute di chi è costretto a respirare fumi di idrogeno solforato tutti i santi giorni. Diranno che tutto è a norma di legge, ma le norme di legge in Italia non sono minimamente scritte per proteggere le persone, non quando l'OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità) dice 0.005 ppm per l'idrogeno solforato e la legge Italiana lascia emettere ai petrolieri 30ppm!”.


Ibrahimovic
, stipendio annuo: 9 milioni di euro.

Mourinho
, stipendio annuo: 11 milioni di euro, 14 con gli sponsor come tiene a precisare lui; gli stipendi annui complessivi di mille precari, secondo un calcolo di Panorama.it.

Valore della Vita e della Salute
di un uomo, operaio della Saras o abitante di Sarroch: zero tituli.



Piccola digressione
:
Qui trovate il trailer del film OIL (durata, 1 h e 10 min.) girato dal regista sardo Massimiliano Mazzotta, lungometraggio autoprodotto che documenta le nefandezze della Saras.
La pellicola doveva essere trasmessa da Sky che poi misteriosamente ha deciso di non mandarlo più in onda. Senza spiegazioni, senza rimandi ad altra data. La Saras ha chiesto il sequestro giudiziario del documentario per contenuto diffamatorio.
Postilla maliziosa: Letizia Moratti, attuale sindaco di Milano, nel 1999 ha ricoperto la carica di amministratore delegato di Sky Europa.
La rimozione del film di Mazzotta dal palinsesto di Sky può essere catalogato alla voce ‘gesti cavallereschi’ da parte di Rupert Murdoch? Chissà...

Fonti: Altreconomia, Maria Rita D’Orsogna, La Nuova Sardegna
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