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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Solidarietà, passione e falsi miti: la lezione dell’America Latina per l’Europa
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 23 settembre 2012

 



di Hermes Pittelli © 


 Solidarietà sociale e passione latino americana.
Sono le uniche risorse con le quali la presuntuosa Europa al collasso, potrà forse sperare di costruirsi un nuovo futuro. Nonostante arranchi tra le proprie macerie ideologiche, politiche, economiche e sociali, il Vecchio Continente continua a giudicare il Sud America e il Sud del Mondo in generale come fenomeni di colorito folklore. Ne sono convinti il giornalista Gianni Minà, epurato dalla Rai da 30 anni, ancora in attesa di una spiegazione e lo scrittore e storico messicano Ignacio Paco Taibo II.
La serata di chiusura della trionfale edizione di Pordenonelegge 2012 (se 120.000 presenze vi sembran poche…) non avrebbe potuto offrire ‘interpreti’ migliori.
L’idea di continente latino americano non può più essere recepita come concetto astratto e in fondo lontano dalle nostre latitudini e dalla nostra sfera esistenziale. Su una Terra globalizzata dagli interessi ingordi e oligarchici delle multinazionali, solo le interconnessioni tra i Popoli, il confronto tra culture ed esperienze alternative, può offrire la possibilità per progettare un mondo diverso.

America Latina, espressione geografica o identità comune?
Jorge Castaneda sociologo messicano conservatore, con spiccate simpatie per la destra statunitense, per George Bush jr. in particolare, interviene ad un convegno sulle prospettive dell’America Latina, insieme al nostro inimitabile Ignacio Paco Taibo. Utilizza i primi quindici minuti a sua disposizione, per dissertare sui motivi che  a suo giudizio renderebbero inesistente il Sud America, non solo a livello politico e identitario, ma anche a livello geografico.
A Paco Ignacio Taibo II bastano 8 parole per smontare l’enfasi della tesi:
Non sarebbe carina un’idea di America Latina?”.
Cinque minuti di appalusi da parte del pubblico in sala.
Castaneda riparte all’assalto, più combattivo di prima e ribadisce l’impossibilità ontologica di questa utopia.
Taibo ascolta imperturbabile e poi proferisce altre 16 parole: Non sarebbe carina un’idea di America Latina come la concepivano Simon Bolivar e Che Guevara?”. La sala esplode d’entusiasmo, 15 minuti di applausi.
Castaneda, sconsolato, bofonchia con malcelata stizza: “Non si può discutere con gli scrittori”.
Al di là della divertente ‘spacconeria’ di Ignacio Paco Taibo quando racconta gustosi aneddoti autobiografici (non tralasciando mai di ‘celebrarsi’: “Sono un uomo molto intelligente”), la sua testimonianza è fondamentale per capire che i giochi sporchi di chi detiene le leve del potere economico (e quindi manovra anche le strategie politiche), sono uguali in tutti gli angoli del Pianeta.



Sud America e Paco Ignacio Taibo II: umanità, cultura, progresso
Gianni Minà, massimo ammiratore ed esperto italiano del continente e della cultura latinoamericani, senza tema di smentita, conferma non solo la generosità intellettuale e umana dell’Autore (“I pranzi a casa della mamma di Paco sono leggendari perché a quella tavola vengono sempre accolti sconosciuti viandanti con i quali si finisce poi per imbastire lunghi dialoghi sui temi più disparati”), ma anche la sua incredibile facondia letteraria: 50 libri belli e finiti, in attesa di pubblicazione.
A chi si stupisce per la sua prolificità scrittoria, Paco Ignacio Taibo II risponde così: “Sono monogamo, non bevo alcolici e amo scrivere”. Aggiungendo, da perfetto marpione del palco: “In questi giorni, una buona percentuale degli scrittori ospiti qui, vi avrà certo detto quanto sia faticoso e doloroso scrivere. Io vorrei chiedere loro: preferireste andare a lavorare come carpentieri?”.
Gianni Minà spiega poi che tra mille contraddizione e difficoltà il Sud America, nonostante le trame e gli intrighi degli Usa per controllare l’area, si è rimesso in piedi e ha ricominciato a marciare in modo spedito. Il continente latino americano è non solo vivo, ma vitale e brulicante di energie, fantasia, progetti.
Entro un biennio il Brasile diventerà la quinta potenza economica mondiale (purtroppo, pensando all’ambiente, grazie a ricchissimi giacimenti petroliferi scoperti nelle proprie acque territoriali).
Ecuador e Bolivia hanno recentemente riscritto le proprie Costituzioni, non inserendo some fiscali od obbrobri federalisti, ma indicando l’Ambiente come uno dei valori fondamentali e specificando che chi commette crimini contro la Natura è colpevole come chi violenta un proprio simile. Una scelta lungimirante. Una scelta che in questo frangente ci fa vergognare delle nostre attuali classi dirigenti, totalmente asservite ai potentati economici da ignorare che è stata la nostra maltrattata, magnifica Costituzione ad inserire per la prima volta al mondo il paesaggio tra i pilastri strategici di un paese civile ed evoluto.
L’Argentina che solo 9 anni fa era fallita, strangolata da un debito imposto dal Fondo monetario internazionale e dalle solite, famigerate multinazionali, non solo ha riportato la propria economia in attivo, grazie anche a soluzioni anti liberiste come le cooperative autogestite dei Lavoratori (con le Donne grandi protagoniste) che hanno resuscitato le fabbriche disintegrate dai manager e dagli ex governanti, collusi e corrotti; ma può permettersi di testimoniare il proprio risorgimento anche attraverso il varo di leggi addirittura all’avanguardia, come ad esempio quella sul sistema dei media televisivi (che l’ex Belpaese non riesce nemmeno ad immaginare).
"E' triste notare - aggiunge Minà - che mentre il Sud America lotta strenuamente per costruire i propri diritti, l'Europa li stia smantellando in nome dello spread".

Miti fondativi: tra Storia e Romanzo, tra bufale (come Davy Crockett) e Verità
Non è un gentile omaggio del Caso, se Ignacio Paco Taibo II è uno degli intellettuali più apprezzati del Sud America. Accanto ad una felicissima capacità di fascinazione narrativa, convive il rigore del metodo di ricerca delle fonti, tipico dello storico.
La capacità di creare miti fondativi, attingendo a fatti storici reali, è uno degli ingredienti che aiutano a creare l'identità e l'unità di un popolo.
Per questo Taibo si stupisce sempre quando durante le sue incursioni italiche si imbatte in statue di Garibaldi senza poncho rosso e senza cavallo:
“Perché Garibaldi era così, deve essere rappresentato così”.
Come Pancho Villa che cavalcava una cavalla chiamata Sette Leghe per quanto era veloce, una cavalla che “una volta colpita in battaglia – alla zampa o al petto? non è importante questo particolare! – continuò a galoppare come niente fosse”.
Ecco però che spunta l’anima dello Storico, quella che permette di discernere con cognizione di causa i miti fondativi realistici dalle panzane sfornate a proprio uso e consumo dai vincitori. L’ultimo libro di Taibo  - Alamo. Per la Storia non fidatevi di Hollywood - smonta con testimonianze e documentazioni inoppugnabili una delle leggende nord americane della frontiera: l’intrepido esploratore Davy Crockett e la sua partecipazione all’eroica Battaglia di Fort Alamo.
Incredibile che perfino i messicani si siano lasciati raccontare un episodio della propria storia dall’industria di Hollywood”.
Non ci fu nessuna eroica resistenza. La battaglia durò forse un’ora e mezza non di più e si risolse con un orribile massacro a danno degli americani. Davy Crockett era un cialtrone e un farabutto, non certo un audace esploratore; in quella fortezza cercava solo di salvarsi la pelle, non di combattere fino alla morte per il proprio paese. L’episodio, tutto sommato minore, non è edificante per nessuna delle parti in causa.
Il generale che guidava i soldati messicani era un delinquente, capace di vendere i cavalli della truppa per arrotondare le proprie entrate, costringendo poi i soldati a sobbarcarsi un tragitto di centinaia di chilometri a piedi; obbligandoli infine a comprare da lui le vettovaglie con cui alimentarsi. Un pessimo avvenimento storico, un'onta umana.
Una battaglia nata non per ottenere l'indipendenza, ma figlia di una bieca volontà espansionistica e speculativa. 


Gian Mario Villalta, anima e direttore artistico di Pordenonelegge, chiede a Gianni Minà, in una sorta di riflessione conclusiva, quale sia l'elemento mancante che ha originato in questi ultimi due decenni la disgregazione della società italiana e la risposta del giornalista è semplice, quanto amara: “La solidarietà sociale, quella che invece in Sud America, anche nei momenti peggiori, non manca mai”.
Il colmo per un paese che si dice cristiano.
Otro mundo es posible, un altro mondo è possibile, ma il nord del pianeta deve ripartire dalla scuole elementari; sedersi in classe, abbandonando superbia e stereotipi, per imparare di nuovo la prima, fondamentale lezione: le basi della società non sono il mercato e i suoi capricci, in nessuna forma o genere, ma le Persone.

Neoimperialisti tremate, le Tigri di Mompracem sono tornate
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 27 gennaio 2011
In un’epoca buia a tutte le latitudini del pianeta, Ignacio Paco Taibo II, con un espediente letterario, restituisce a nuova vita Sandokan, Yanez e i pirati della Malesia. Pronti a regalare all’umanità afflitta del III millennio “l’isola degli uomini liberi in un oceano di padroni e schiavi”.




di Hermes Pittelli ©


 Zapata, Pancho Villa, Che Guevara, Sandokan.
Chi è l’intruso? Per Paco Ignacio Taibo II scrittore, storico, intellettuale nato in Spagna, ma residente in Messico la riposta è: nessuno.
Sono tutti personaggi eroici, ciascuno a modo proprio, nella propria epoca e nella propria realtà.

Nel centenario della nascita di Emilio Salgari, Taibo, ammiratore e divoratore dei romanzi dell’incompreso autore veronese, richiama in servizio le Tigri della Malesia e le scatena in una nuova, sorprendente e avvincente avventura.
Concedendosi qualche licenza (gli incontri con Engels, Kipling, il professor Moriarty e soprattutto un linguaggio che il creatore di Sandokan, scrivendo per i ragazzi, non poteva utilizzare), ma conservando filologicamente e ontologicamente l’identità più autentica degli eroi salgariani.

Robin Hood, il Corsaro Nero, Sandokan, Capitan Tempesta: chi da bambino ammirava e trepidava per le imprese di questi eroi, da adulto ha molte probabilità di essere un antimperialista convinto. Taibo che si autodefinisce “ottimista patologico” appartiene a questa categoria: “Vivo in Messico, ma sono nato in Spagna all’epoca del franchismo. Anche se bambino, percepivo confusamente un’atmosfera cupa e censurata. Le persone parlavano a voce bassa e di certi argomenti proprio non parlavano. Forse per questo sono diventato un ammiratore degli eroi di Salgari. Il mio antimperialismo è nato così. Sono un antimperialista salgariano, non leninista. Lenin è troppo noioso”.

Taibo si è scelto i suoi eroi per dire no ad una realtà censurata.
Io voglio vivere nel territorio della libertà. Quale simbolo di libertà è più abbagliante di un principe malese che ha per amico fraterno un rinnegato portoghese con cui si batte contro l’imperialismo britannico?”.

Non può mancare una considerazione sull’Italia, paese che Taibo conosce bene, frequenta spesso e ama profondamente: “L’Italia contemporanea somiglia ad una pessima telenovela venezuelana, recitata da attori vecchiotti e male in arnese”.
Un disastro senza speranza, quindi. Taibo dice di no: “Da ottimista patologico, vi dico di pazientare. Passerà. Il vantaggio di essere un ottimista patologico è che si soffre, eventualmente, solo alla fine, mentre chi non lo è soffre prima, durante e dopo”.
Taibo distilla
un rilievo salace anche sulla xenofobia e sul razzismo che hanno infettato l’ex Bel Paese, un tempo paese accogliente e tollerante: “Quando sono ospite dei miei amici dell’Italia settentrionale e voglio fare battute sovversive, rammento loro di essere un ammiratore di Capitan Tempesta: donna veneziana che si fa passare per uomo, sposata con un turco e con un assistente albanese!”.

Taibo rivendica con orgoglio il suo curriculum di adepto salgariano : “Ho letto 63 romanzi di Salgari, il comandante Che Guevara si è fermato a 62!”.

Spiega anche di aver voluto specificare meglio il contesto storico e connotato in modo più accurato la psicologia dei personaggi, elementi che in Salgari erano solo accennati; anche perché “lui scriveva di fretta e molte volte riempiva di lunghi dialoghi inutili le pagine, visto che all’epoca lo pagavano a pagina!”.
Afferma senza reticenze che gli piace il mondo avventuroso salgariano perché detesta la letteratura prevedibile: “Se dopo le prime 30 pagine di un romanzo capisco già come va a finire, lo getto dalla finestra”. La letteratura per Taibo “è un duello intellettuale tra autore e lettore, un duello di intelligenza che voglio vincere in modo onesto, non con i trucchetti che utilizza per esempio Agatha Christie”.

Chi crea un eroe letterario, in fondo è quell’eroe. Come diceva Gianluigi Bonelli (certo ispirandosi con molta autoironia a Flaubert/Bovary) papà del ranger più famoso del West (difensore dei diritti degli Indiani contro gli intrighi dei politicanti e la sedicente civiltà del progresso dei colonizzatori): “Tex Willer sono io”.
Dunque, questo redivivo Sandokan che pagina dopo pagina si mostra sempre più brillante e ironico (quasi per rendere la pariglia all’incorreggibile Yanez) assomiglia a Ignacio Paco Taibo II. Emilio Salgari non si offenderà per questo.
Sottovalutato in patria da vivo e da trapassato, anche per incauti accostamenti a Giulio Verne (“Salgari è infinitamente superiore a Verne”, sostiene convinto Taibo), il povero giornalista veronese sorriderebbe orgoglioso se sapesse che in America Latina è un autore venerato da generazioni di lettori adoranti (tra cui lo stesso comandante Che Guevara, come già rammentato). Giusto tributo ad un antimperialista, forse inconsapevole, che disprezzava gli effetti schiavistici di quello che oggi i manager rampanti chiamano ‘libero mercato’ e che, sorta di luddista, lo rendeva scettico sui prodigi delle macchine, intuendo che l’uomo avrebbe seppellito le proprie vere virtù sotto il feticcio falso e perverso del progresso tecnologico.

La Tigre della Malesia del III millennio è l’espediente letterario che ci consente di affrontare un’epoca buia e oscurantista. Non solo in Italia, ma a tutte le latitudini, i cittadini soffrono a causa della mala politica, della mala finanza, della mala industria, espressioni dei neoimperialisti che vorrebbero disporre del pianeta e delle relative risorse come di un giocattolo personale e privatissimo.
In questo momento oscuro per la storia dell’umanità, l’ottimista patologico Taibo II ha una sola ricetta, convinto che prima o poi le tenebre saranno squarciate: scrivere romanzi d’avventura con eroi capaci di combattere e sconfiggere le forze del male; perché “questi poveri imperi governati da imbecilli, non possono uccidere un mito”.
Il feuilletton post moderno come rito apotropaico, come estrema forma di resistenza culturale e intellettuale contro le brutture del mondo contemporaneo.

A noi non resta che leggere con immutato entusiasmo queste avventure.
Forse le immortali Tigri della Malesia ci trasmetteranno per osmosi (dalla pagina scritta ai nostri cuori) il coraggio di batterci contro i nuovi imperialismi, accelerando l’approdo ad una Mompracem di concordia e giustizia per l’intera umanità.

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