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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
C’è (sempre) un problema con l’Eni
post pubblicato in Ambiente, il 24 agosto 2012
 

Nell’Italia della corruzione, dei conflitti d’interesse e dell’informazione al guinzaglio, guai a chi scrive e pubblica inchieste che scoperchino il calderone degli affari poco limpidi dei ‘poteri forti’. Così, se una giornalista scientifica si permette d’indagare sul Cane nero, meglio cacciarla dalla redazione.



di Hermes Pittelli ©



 Informazione Italia.
Una brava giornalista scientifica s’imbatte in notizie strane che riguardano il cane nero a sei zampe. Da autentica professionista, si incuriosisce, comincia a indagare e scrivere reportage;
che non piacciono ai vertici dell’Ente fondato da Enrico Mattei.
Comincia così una logorante pressione psicologica nei confronti del direttore responsabile del quotidiano che ha osato pubblicare storie poco edificanti e affatto celebrative sulle manovre dell’Eni, “multinazionale etica” secondo il proprio amministratore delegato, Paolo Scaroni.
Fino a quando, l’impavido direttore (in arte e mestiere, Piero Sansonetti), esasperato (intimidito? lusingato?) sbotta: “C’è un problema con l’Eni”.
Soluzione? Prima, il progressivo isolamento della ‘pecora nera’, poi, il definitivo congedo della giornalista.
In sintesi, la storia di Sabina Morandi, ex collaboratrice della testata quotidiana (ex?) comunista,’Liberazione’.
Imputata al cospetto dello STIP, Santo Tribunale dell’Inquisizione Petrolifera, la rea confessa senza peccato Morandi è stata condannata per eccesso di prove. Ha smascherato i trucchi del Cane nero e li ha rivelati al volgo, ai cittadini medi italiani. Quelli che da perfetti sudditi subiscono senza fiatare, disinformati, lieti di non accollarsi imbarazzanti, quanto fastidiose responsabilità decisionali.

Il collaudato ‘metodo Eni’ (mazzette, bugie e videotape).
Si sfogliano le pagine del libro e, articolo dopo articolo, ci si sorprende, sempre più allibiti.
Nell’edizione del 28 aprile 2005, Morandi informa i lettori di Liberazione dello strano accordo dell’Agip-Eni con l’Ecuador che ai giorni nostri offre asilo politico al ribelle mediatico Julian Assange.
Qualche scodella di riso, “per rafforzare l’area dell’educazione aiutando i bambini in età scolastica nelle sei comunità” (interessate dalle estrazioni, ndr), qualche cucchiaiata di zucchero, sale e olio (d’oliva, si spera) e perché non manchi la possibilità del giusto tempo da dedicare all’attività ludica, qualche pallone da calcio, un fischietto per arbitro e un cronometro. Tutto questo in cambio dei circa 15.000 barili di petrolio che all’epoca il cane nero si pappava quotidianamente.
Le leggendarie perline dei moderni colonizzatori, le multinazionali, agli indigeni ignoranti e sottosviluppati. Perline ai popoli, ma cospicue mazzette a governanti corrotti; come in Nigeria, come in Iraq, come nelle repubbliche ex sovietiche.

Rinnovabili? No, grazie.
Per Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni dal 2006 dopo brillante carriera in Enel, il mondo può stare tranquillo: esistono giacimenti ricchi di petrolio per il prossimo secolo e di gas addirittura per 200 anni. Saranno tranquilli gli azionisti di ‘Casa Mattei’, non certo l’Ambiente, né le popolazioni dei territori assaliti dalle trivelle. Ecco perché le strategie societarie trascurano le fonti rinnovabili, colpevoli tra l’altro, sempre secondo Scaroni, “di consumare ingenti risorse d’acqua”.
Come certifica Morandi, attraverso le sue inchieste, nonostante gli introiti miliardari, nonostante perfino i cannibali della Banca Mondiale abbiano consigliato d’investire nella ricerca per lo sviluppo dell’energia pulita, Eni continua a fare spallucce e a considerare il già troppo permissivo protocollo di Kyoto sulle emissioni, poco più di un fastidio transitorio. Del resto, il governo italiano dell’epoca (Berlusconi, con Stefania Prestigiacomo ministro dell’Ambiente) ha sì ratificato gli impegni per la tutela del clima contro il surriscaldamento globale, ma di fatto si è guardato bene dall’azione concreta; la consueta politica degli annunci ad effetto, per poi conservare intatto lo status quo a favore dei soliti ‘poteri forti’.

L’Italia ripudia la guerra, non i petrodollari.
L’Italia si è imbarcata nell’invasione dell’Iraq al seguito di Bush jr. per ragioni lontanissime dalla missione umanitaria. Nemmeno gli ingenui hanno mai creduto all’esportazione della Pace e della Democrazia sotto forma di ‘bombe intelligenti’. Con tanti saluti all’idealismo pacifista della Carta Costituzionale (carta, appunto).
La torta è gigantesca e molto appetitosa, da mesi nelle segrete stanze della politica e dell’economia i piranha del mercato si lustrano gli occhi e affilano i denti sognando i potenziali guadagni dell’affaire Iraq.
Morandi il 14 maggio 2005 scrive che nel febbraio dell’anno precedente la piccola fiera organizzata dall’Istituto per il Commercio estero e da Confindustria è stata letteralmente “presa d’assalto dalle aziende italiane” (non solo petrolifere, ingolosite dalle prospettive d’appalto), “tra le 300 e le 400”, come sottolineato da un gongolante Adolfo Urso, all’epoca viceministro alle Attività produttive.
Al grido di “Fino a quando c’è guerra, c’è speranza (di business)”, tutti vogliono gustare almeno una fetta di quella torta da 300 miliardi di dollari.
A Nassirya, mentre la propaganda del regime partitocratico italiota suona la grancassa della più bieca retorica patriottica, i Carabinieri proteggono gli affari petroliferi del cane a sei zampe. Lo stesso ex ministro degli Esteri, Frattini, nell’aprile del 2003 è costretto ad ammettere che la missione irachena "non prevede solo lo scopo emergenziale e umanitario”. Un ex dirigente Eni, Benito Li Vigni, chiarisce l’importanza strategica di Nassirya: “… le infrastrutture ci sono già tutte: due oleodotti, un porto a meno di 40 chilometri e una raffineria, proprio davanti all’alloggiamento dei militari italiani”.
Insomma, “i nostri ragazzi” sono lì per vegliare sulla sicurezza della raffineria e dei barili di oro nero, lo stesso petrolio che l’Eni prima pagava profumatamente al tiranno in disgrazia Saddam. Naturalmente – conclude Li Vigni – nessun telegiornale italiano ha mai inquadrato la raffineria”. Solo dopo l’attentato, nel quale perdono la vita 19 Carabinieri (12 novembre 2003), i media del Belpaese non possono più occultare le reali esigenze italiane in Iraq e rispolverano inchieste e servizi, risalenti anche a due anni prima, che spiegano la vera natura della missione. Dulce et decorum est pro Eni mori.
L’ipocrisia istituzionale ricopre le bare dei caduti con il Tricolore e tributa loro il titolo di ‘eroi’. Restano l’intitolazione di una sala di Palazzo Madama e la cruda verità: quegli uomini sono morti non perché i presunti terroristi li odiassero, ma perché volevano cacciare l’Eni dall’Iraq.

La bolla e la Balla del Gas.
Il film di maggiore impatto, però, un vero blockbuster in grado di sbancare al botteghino con incassi stratosferici, lo gira il regista Paolo Scaroni, da poco in sella al Cane nero. Nell’inverno del 2006 le acque sono un po’ agitate, il rendimento economico è stato inferiore alle attese e gli insaziabili grandi azionisti manifestano qualche malumore. L’Europa ha anche comminato una pesante multa per centinaia di milioni di euro per posizione monopolista che intralcia il ‘libero mercato’.
Il genio si sa è intuizione, colpo d’occhio, tempismo. Ecco quindi che sugli schermi italiani, senza nemmeno il 3D, ma con effetti speciali da brivido, si proietta ‘Italia, la piccola fiammiferaia nella morsa di Generale Inverno’.
Il filone catastrofico miete vittime e successi. L’Eni, letteralmente, si inventa un’emergenza gas inesistente, scatenando il panico nel Paese. Gli italiani, soprattutto gli anziani, sono atterriti all’idea di trascorrere la stagione più fredda senza riscaldamento; anche coloro che non conoscono la fiaba di Andersen si immaginano intenti a cercare un po’ di calore per i piedi nudi e le mani intirizzite, accendendo ‘svedesi’, come la piccola bimba danese. Russia e Ucraina, nostre fornitrici, litigano sul gas e questo ingrediente contribuisce al trionfo della pellicola.
Il picco del petrolio probabilmente è già stato superato e anche le riserve di gas, nonostante i proclami delle multinazionali, sono sufficienti solo per i prossimi tre decenni. Ma l’Eni, come scrive chiaramente nei propri documenti interni riservati (finiti nelle mani di Morandi grazie alla collaborazione di qualche ‘talpa’) sullo scenario energetico italiano 2010 – 2015, parla di “rischio bolla del gas”.
In parole povere, il cane a sei zampe ha stoccato riserve di gas che superano di molto la previsione della domanda; la vera paura è che quell’eccesso resti invenduto e si trasformi in una perdita secca per l’azienda, costretta dagli accordi contrattuali internazionali, a pagare ai Paesi fornitori tutto il gas estratto.
Quei documenti, che nessuno avrebbe dovuto leggere sono doppiamente importanti, perché oltre a svelare ‘la Balla del Gas’, contengono altre ammissioni che svergognano non solo la dirigenza Eni, ma l’intera, imbelle, inadeguata classe politicante italiota: anche le più moderne centrali a carbone sono altamente inquinanti (nonostante la Prestigiacomo farnetichi di “carbone assolutamente pulito”) e costosissime sul piano economico; la tecnologia nucleare che improvvisamente torna di moda (sempre a cura del governo Berlusconi, ma con appoggi di insospettabili ex nemici dell’atomo) divora risorse incalcolabili, nettamente superiori ai calcoli ‘ufficiali’, nei quali – misteriosamente – gli esperti non includono, né lo smaltimento delle scorie, né la dismissione degli otto impianti previsti.
Insomma, una sedicente classe dirigente che paralizza il paese in un medioevo energetico. Ma tutto l’Occidente, dopo l’11 settembre 2001, ha optato per le vecchie rotte (e in questo caso, non sono sinonimo di saggezza, ma di triste conservatorismo): continuare nell’assurda economia ingorda di petrolio e gas, destinati ad esaurirsi in tempi comunque brevi; accumulando non solo un debito spaventoso di miliardi di dollari per inseguire “l’arcaico sogno ottocentesco”, non solo l’odio sconfinato delle popolazioni colonizzate e sfruttate, ma un ritardo che potrebbe rivelarsi fatale per la sorte del Pianeta.
L’Italia poi ha perduto per sempre la favolosa opportunità di tramutarsi nel Paese guida per l’illuminata transizione dall’obsoleta economia fossile, alla futuristica economia ‘rinnovabile’: sole, maree, venti, inusitate biodiversità. Tutto gettato in nome degli inceneritori, dell’acciaio, del cemento (del resto, la strategia di rilancio economico Monti/Passera offre questo menù); in nome soprattutto della divinità a sei zampe.
Per tacere della follia dei rigassificatori e delle navi criogeniche che trasportano gas liquido nel Mediterraneo, bombe atomiche innescate davanti alle nostre fragili coste e bombe galleggianti (il rischio terrorismo è reale o anche questo è solo teatrino politico-affaristico?) a spasso nei nostri mari; con la benedizione silenziosa (il secondo, tragico Prodi; 2006/2008 ndr) dell'attuale ‘leader’ del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, così sicuro di vincere le prossime elezioni politiche, da avere già spartito le poltrone importanti. Illo tempore, vestiva i panni di ministro dello Sviluppo, forse a sua insaputa, favorevole a tutte le tecnologie più inquinanti, demenziali, sorpassate; i cui rischi e costi esorbitanti vengono sempre fatti ricadere sul cittadino/contribuente. Bersani, lo stesso che si è fatto finanziare campagne elettorali dalla famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva di Taranto. Sarebbe ora che nel segreto dell’urna elettorale gli Italiani si facessero accompagnare da Memoria e Informazione.

Triste, solitario y final.
Il finale di partita, come in un romanzo latino-americano, tra Sabina Morandi e Liberazione, è venato di mestizia: il quotidiano, agitato all’interno per la maretta tra le opposte correnti che appoggiano, una Paolo Ferrero (segretario di Rifondazione comunista, dopo l’addio del sub comandante Fausto Bertinotti), l’altra Vendola (non ancora SELezionatosi), accusa gravi problemi economici (oggi, la direzione è cambiata, ma l’ultima apparizione in edicola risale ai primi di maggio, ndr).
Per ironia della sorte, è l’Eni che si propone di salvare la barca, con la consueta “campagna acquisti”. Allegare un opuscolo prodotto dal proprio ufficio stampa, intitolato ENERGeticamente, con temi che stanno a cuore al potentissimo, nuovo inserzionista;
senza contraddittorio, senza inchieste, senza reali interviste ai dirigenti del cane a sei zampe (i quali sono disponibili solo per colloqui in ginocchio; in ginocchio, ovvio, si posizionano i giornalisti). Svolta propiziata da un incontro tra Piero Sansonetti e Paolo Scaroni, durante il quale il direttore sembra sorpreso di trovarsi al cospetto di un uomo in carne ed ossa e non del Leviatano biblico.
Il fascino irresistibile del ‘vicentino giramondo’.
Tacita condicio sine qua non, Sabina Morandi, “la collaboratrice esterna”, può continuare a scrivere, di tutto, tranne che dell’Eni.
Nel frattempo, sempre grazie al generoso intervento di ‘Casa Mattei’, anche Liberazione si lancia nell’esperimento del free press; un foglio gratuito, inizialmente previsto solo per l’estate, per promuovere la testata presso il grande pubblico. Come argomenta Morandi, difficile stabilire il vero successo di un’iziativa gratuita, mentre sul quotidiano a pagamento, l’aumento del numero di copie è fedele sintomo che i lettori apprezzano un certo tipo di lavoro; difficile anche scrivere notizie vere che non incupiscano gli inserzionisti (quindi, di fatto, i proprietari) del free press.
L’ultimo pezzo firmato Morandi sul Cane a sei zampe risale al 15 gennaio 2008, il titolo è eloquente, anche troppo: “Kashagan, tornano le trivelle. Vince l’Eni, perde l’Ambiente”.
Il free press estivo, si trasforma in edizione della sera permanente; ma, in cambio, nessuno tocchi più Eni. La collaborazione prosegue ancora per qualche mese, fino a luglio, ma sopportando “una censura strisciante e rimbalzando contro un muro di gomma di omissioni e menzogne”.
L’epilogo vero giunge una mattina assolata di maggio 2008. La cronista pedala, “rabbiosamente”, verso l’annuale assemblea degli azionisti, in via del Serafico a Roma. Sa che non potrà scrivere resoconti, sa che in ogni caso non sarebbero pubblicati. Sa che non potrà informare i lettori (come avvenuto in passato) che i piccoli azionisti, sono i più acerrimi oppositori di Paolo Scaroni, al quale rinfacciano i numerosi conflitti d’interesse, l’abnorme compenso annuale, la titolarità di un conto presso un noto paradiso fiscale, la mancanza di figure femminili nel consiglio d'amministrazione, l'opacità e la obsolescenza delle strategie societarie. Roba da far tremare i polsi ai giornalisti italiani (molti a libro paga, come ad esempio l’intera Agi, la seconda agenzia d’informazione più importante del paese) e anche agli emissari dello Stato, proprietario di Eni al 30%; i quali si guardano bene dal sollevare obiezioni.
Morandi varca la fatidica soglia, viene riconosciuta e raggiunta da una signora, capo ufficio stampa del cane nero, che le chiede con cortesia: “Come va?”. La ‘sventurata’ risponde d’istinto: “Come vuoi che vada? Male, visto che vi siete comprati il mio giornale. Ma sempre qui pronta a prendere appunti. Prima o poi troverò qualcuno che mi pubblicherà”. L’interlocutrice, con “sincero imbarazzo”, mormora: “Mi dispiace”, e si allontana. In quel preciso istante, Morandi realizza che non solo cala il sipario sulla collaborazione con Liberazione (“dopo 12 anni, senza nemmeno una telefonata”), ma può anche dire addio per sempre alla possibilità di riciclare “una florida carriera in una delle numerose – e bellissime – testate dell’azienda”.

Sul libro, uscito nel 2010 per i tipi coraggiosi (nonostante il nome) della Coniglio Editore, dopo qualche efficace, affollata e partecipata presentazione in piccole librerie indipendenti, si è posato un velo di oblio e di silenzio.
Peccato, perché dovrebbe rientrare nella essenziale libreria di ogni cittadino italiano che voglia tutelare il bene comune del proprio Paese in modo informato e responsabile. Il volume di Sabina Morandi rappresenta un prezioso compendio sulle nefandezze non solo dei petrolizzatori (in questo caso, del nostro amato Eni), ma della politica, collusa in senso ampio e trasversale, e dei media che, da sedicenti cani da guardia (a quattro zampe) della democrazia, si fanno volentieri mettere la museruola e il guinzaglio dal grosso Cane nero a sei zampe.

Siamo uomini di mondo, abbiamo fatto tre anni di militare a Cuneo”, direbbe Totò: business is business.
Tutto è merce (risorse, ambiente, salute, giustizia, cultura, informazione, principi non barattabili), tutto ha un prezzo.
Per qualcuno, anche la Dignità.

La febbre dell’oro nero stende La Repubblica (sulle orme di Passera)
post pubblicato in Ambiente, il 14 agosto 2012


"Ogni uomo ha una precisa responsabilità nei confronti del genere umano e del pianeta Terra, perché esso è la sola nostra casa. Non abbiamo altro luogo, nell'universo, in cui rifugiarci. Ognuno di noi quindi non può venir meno alla propria responsabilità di operare non solo in difesa della razza umana, ma anche degli insetti, delle piante, degli animali che, con noi, abitano questo pianeta".
(Tenzin Gyatso, Dalai Lama)


di Hermes Pittelli ©


 La nuova febbre dell’oro nero miete vittime.
Anche La Repubblica, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, si schiera a favore della ‘Strategia Passera’: da ottobre, via libera a trivella selvaggia sul suolo e nei fondali italiani. Ragazzi, c’è crisi, non è il momento di atteggiarsi a radical chic in favore dell’ambientalismo. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti, e accende i cuori dalle Alpi al Canale di Sicilia: trivellare!
Pochi, sporchi, maledetti e subito. Pecunia non olet, anche se puzza di zolfo.

Oggi Edmond Dantes e lo scienziato Faria non sprecherebbero anni e fatiche a scavare un tunnel per fuggire dal carcere dell’Isola di Montecristo; troverebbero il lavoro sporco già ultimato dai petrolizzatori. Non si tratta di uno scherzo sulfureo.
La gloriosa Key Petroleum Ltd ha davvero avanzato la richiesta di poter trivellare allegramente tra l’Isola d’Elba e quella resa celebre da Dumas.
E’ solo uno tra le decine di esempi e di scempi che da ottobre potrebbero diventare realtà grazie al piano energetico del governo Monti.
La novità è che La Repubblica, fino a ieri auto proclamata paladina della Democrazia (a Palazzo Chigi albergava un certo Cavaliere, rivale in affari ed interessi di un altro Cavaliere e Legionario d’Onore, De Benedetti), oggi è coricata su posizioni filo governative. A priori, acriticamente.
Non si spiegherebbe in altro modo, l’incredibile reportage (?) firmato da Ettore Livini sull’Italia, Eldorado degli idrocarburi. Toni solenni e trionfalistici, privi di dubbi. Siamo seduti sulla nostra fortuna e non lo sappiamo; abbiamo una ricchezza
t(r)aumaturgica sotto i nostri pedi e non la sfruttiamo a causa di noiose complicanze burocratiche, aggravate da quattro estremisti ambientalisti, nemici dello sviluppo.

Arpe celestiali in sottofondo a sottolineare “il soffio lento e gentile del gas che pulsa”; il ritornello già declamato da Corrado Passera, ministro per lo sviluppo (?) economico: la corsa autarchica al petrolio fai da te potrebbe regalarci “mezzo punto di Pil e 25.000 posti di lavoro in più”; in un crescendo che nemmeno Rossini tra fornelli e spartiti, ecco l’immancabile Descalzi, presidente dell’Asso(mineraria) nella manica di ogni politico e giornalista di vaglia, che con registratore di cassa alla mano, gongola: “Raddoppiando la produzione, si libererebbero 15 miliardi di investimenti”.
Cifre e dati liberati nell’aere senza una comparazione, senza una minima analisi dei risvolti negativi. Per tacere, ovvio, di fluidi e fanghi perforanti, anidride solforosa e tutte le gentili sostanze cancerogene riconducibili alle attività petrolifere.
Queste però sono ubbie ambientalistiche, un po’ come la subsidenza, cui accenna Livini, ma quasi in tono canzonatorio nei confronti di chi lancia questi allarmi.
L’Italia non è il Kuwait – concede il giornalista, bontà sua – non galleggia su un mare di petrolio”.
Però. Però c’è la crisi. Rendere il Belpaese un gruviera elvetico ridurrebbe la nostra dipendenza energetica dal 90 all’80%. Una mossa geniale, quindi.
E poi via con i dolori delle giovani multinazionali degli idrocarburi, generose Muse di sviluppo e ricchezza, limitate da una delle piaghe secolari del Paese, non il traffico tentacolare, ma la burocrazia: “Total e Shell hanno avuto bisogno di 400 permessi prima di far partire i lavori a Templa Rossa, in Basilicata”.
Non una parola sullo stato disastroso e tragico in cui versa la Val d’Agri, per non spaventare potenziali investitori stranieri.
Interminabili Odissee burocratiche per scavare sottoterra: nel 2010 sono state fatte solo 35 richieste per nuove perforazioni, il minimo dal 1949 – si duole Livini – di cui 34 per migliorare impianti già attivi e solo una per la ricerca di nuovi giacimenti”. Un autentico dramma, per i poveri petrolizzatori.
A causa di tutto questo, secondo il nobile foglio scalfariano, l’Italia è come le foglie sugli alberi d’autunno, dipende dai capricci e dai vezzi del Cremlino e dalla stabilità geopolitica di Algeria, Libia e Stretto di Hormuz.
Le colpe della nostra schiavitù energetica non sono attribuibili né alla politica, con la classe dirigente più antiquata e corrotta dell’Universo, né all’imprenditoria nostrane, zavorrate con il piombo alla metà del secolo passato. Per carità.
Vuoi vedere che anche in questo settore c’è lo zampino del marciatore Schwazer?
Per spillare il primo barile in Italia servono 11 anni contro i 6 del resto del mondo”.
Nessun cenno sulle leggi molto più rigide in materia di estrazione, sicurezza e sanità vigenti all’estero.
Sul tavolo della direzione generale per le risorse minerarie e geologiche giacciono 120 richieste di perforazione”. I “colossi dell’oro nero” stanno facendo una danza propiziatoria affinché il decreto, chiamato con somma ipocrisia salva-Italia, conceda il liberi tutti alle trivelle.
Ci pensa Descalzi via Livini a fugare ogni dubbio, esplodendo, come spesso capita alle piattaforme e ai serbatoi delle raffinerie, gli ultimi effetti pirotecnici:
Serve un patto per lo sviluppo (il famoso trucco dei mattatori, il Compromesso!) tra tutte le parti in causa. Se riusciremo a superare le barriere strutturali e temporali di burocrazia e amministrazione possiamo raddoppiare la nostra produzione nazionale”.
Risultato? 600 milioni di euro in più l’anno per il fisco nazionale e 250 milioni di royalties per le casse di Regioni e Comuni”.
Anche in questo caso, cifre gentilmente offerte da Assomineraria, senza altri parametri, senza cenno ai costi sociali, sanitari, ambientali di questo tripudio fossile. Nessuna menzione per le fonti rinnovabili, con l’Italia clamorosamente fanalino di coda del Vecchio Continente, nonostante l’invidiabile posizione geografica e nonostante fino alla prima metà degli anni ’80 del 1900 fosse all’avanguardia nella produzione di pannelli fotovoltaici.

Livini, che si emoziona per questo “pieno d’energia autarchica all’Italia spa”, offre ai lettori una panoramica con tutti i presunti vantaggi della corsa all’estrazione del petrolio italico, ma evita in modo accurato di esporre i costi e i danni che questa strategia comporterebbe. Se questo è un reportage: sembra un comunicato di Assomineraria, vagamente imbellettato e infiocchettato per risultare appetibile al volgo e costituire l’ennesimo ultimatum per esecutivo, politica e amministrazioni; le quali, come appurato in Abruzzo non hanno nemmeno bisogno di incentivi per inginocchiarsi al cospetto dei Colonizzatori dell’oro nero.

Restano amarezza e sconforto. Il governo incostituzionale Monti, governo d’emergenza e ‘salute pubblica’, sarà anche formato da plurilaureati che conoscono l’inglese e hanno girato il Pianeta, ma non riesce a liberarsi dai consueti difetti genetici.
Benedetta Fisiognomica: l’antica furbizia all’italiana.

I veri padroni d'Italia: Eni, Enel, Finmeccanica, Gheddafi...
post pubblicato in Società&Politica, il 26 agosto 2009
di Hermes Pittelli ©  


 Italiani popolo di Pulcinella, di Pupi nelle mani di pochi furbi politici e loschi industriali.
Solo così si spiega la sceneggiata che la pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolori sarà costretta ad allestire in Libia.
Mentre tutto il mondo civile prende le distanze da Tripoli che ha festeggiato come un eroe l'attentatore di Lockerbie, ecco che l'Italia ancora una volta si pone al di fuori della Storia e del comune senso del pudore, della moralità, della legalità. Tra l'altro, è la seconda volta in un breve arco temporale che facciamo 'alterare' la Casa Bianca.
Inutile quindi, come fanno Berlusconi e i suoi seguaci, intonare lo sciocco e insostenibile refrain delle 'critiche ideologiche strumentali'. Sembra che in Italia il diritto di critica e il dovere delle istituzioni a rispondere alle istanze dei cittadini siano esercizi prescritti, cestinati, esautorati.
Quando si levano voci di dissenso all'ordine unico che cala dall'alto ecco i corifei che distribuiscono le veline ciclostilate con la formuletta per non rispondere alle questioni sul tavolo, e per indottrinare i sudditi rintronati.

Un po' come accade in Abruzzo, dove il governatore Gianni Chiodi fa orecchie da mercante nei confronti dei comitati civici e ambientalisti che da mesi pretendono una posizione chiara e coerente sulla deriva petrolifera che dal I gennaio 2010 (quando scadrà la moratoria sulle attività estrattive) trasfomerà l'ex regione più verde d'Europa in una tetra trafila di pozzi di petrolio e infrastrutture per la lavorazione e il trasporto del letale veleno; per la gioia e il profitto dei soliti noti.

L'Italia si genufletterà quindi al cospetto degli stivali di Gheddafi, li leccherà con gusto per rendere omaggio ai primi 40 anni di dittatura del nostro fedele, soprattutto ricco e spregiudicato, 'alleato'. Quello che con metodi democratici e liberali ha promesso, dietro lauto compenso pagato dall'allocco cittadino italico, di difendere le nostre coste dagli sbarchi dei migranti (non hanno la forza di respirare, ma certi razzisti xenofobi li descrivono come pericolosi lestofanti in grado di mettere a ferro e fuoco l'Italietta).
Ma i veri motivi della spedizione libica sono altri. I veri motivi sono riconducibili a nomi famigerati, sempre gli stessi. Lo spiega bene un articolo del 25 agosto 2009 pubblicato su La Repubblica. Eni Enel Telecom Finmeccanica (per tacere di Impregilo, non citata ma sempre presente). E poi anche Unicredit. Insomma cerchiamo di tenerci buono il Colonnello che ha irrorato con i suoi capitali le casse di queste gloriose aziende tricolori.
Aziende che non contribuiscono in alcun modo a creare progresso e benessere per il Paese, anzi inseguono profitti che vengono spartiti solo tra i privilegiati dei consigli d'amministrazione. Naturalmente, previa donazioni private, 'lubrificanti' e riconoscenti ai politicanti che favoriscono il loro volano di business. Aziende che da manuale del perfetto liberista dovrebbero assumere su se stesse il rischio d'impresa, invece sanno sempre di poter contare, in caso di disastro causato da geniali manager, sul paracadute dello Stato, cioé del cittadino italico contribuente (i fessi che pagano tasse e bollette!).

Chissà quale shock, quale tsunami economico, sociale, politico, culturale potrebbe avere l'effetto di risvegliare il popolo italiano dal letargo. Si narra che l'italiano si attivi solo quando gli mettono le mani in tasca e qualcuno tenta di invadere il suo orticello.
Ebbene, evidentemente non funziona più nemmeno questo sistema. Il cervello dell'italiota è stato anestetizzato e polverizzato così bene che le reazioni neuronali sono ormai annichilite. Queste truffe, questi raggiri sono lapalissiani. L'arroganza della politica e dell'imprenditoria all'italiana è tale da dispiegarsi nella propria geometrica potenza alla luce del sole.
Ad esempio, la notizia dei salassi sulle bollette energetiche, in arrivo per il mancato rispetto del protocollo di Kyoto, non è un mistero. La Professoressa D'Orsogna analizza in modo lucido la sperequazione di trattamento da parte delle istituzioni nei confronti delle multinazionali e dei cittadini. All'Eni o alla Saras dei Moratti, multe ridicole per aver violato le norme sulla tutela ambientale, a 'Pantalone' l'obbligo di sobbarcarsi l'onere delle ammende pecuniarie causate dagli intrallazzi di imprenditori e politici recalcitranti al rispetto delle regole e restii a progettare un futuro sostenibile, sano, giusto.
In sostanza, il cittadino italiano pagherà 40 euro in più nel 2010. Il governo invece di porre rimedio concreto al problema multando le società elettriche che non rispettano i vincoli legati alle emissioni di CO2, invece di pianificare strategie energetiche incentrate sulle fonti rinnovabili, non trova di meglio che imputare all'esecutivo targato Prodi questa ennesima onta tricolore: Prodi reo di non aver saputo 'contrattare' in sede europea un tetto di emissioni inquinanti più alto.
La nostra solita mentalità meschina e truffaldina. Una legge si rispetta o si infrange; non la si può adattare agli interessi particolari di pochi 'amici' a danno del bene comune.
Del resto, il ministro dell'Ambiente Prestigiacomo è sempre in prima fila nell'opera pia di giustificazione e protezione delle industrie più inquinanti; era stata proprio lei a dichiarare che il protocollo di Kyoto è troppo rigido e che avrebbe penalizzato in modo iniquo le grandi aziende che fanno prosperare l'Italia (?).

L'italiota medio non solo non si scuote più davanti alla sottrazione indebita dei suoi risparmi, ma nemmeno quando gli avvelenano l'ambiente in cui vive.
Perfino gli scienziati cinesi, osservando la velocità spaventosa con cui si stanno sciogliendo i ghiacciai del Tibet, hanno dovuto ammettere che i gas serra stanno alterando in modo drammatico il clima del pianeta e che se non mutiamo drasticamente le nostre abitudini energetiche, rischiamo il collasso globale entro 10/15 anni. La Cina si prepara quindi al summit climatico di Copenhagen con un atteggiamento più flessibile per salvare economia e natura.

In Italia discutiamo sul sesso degli angeli, per non agire, per lasciare inalterate le storture che ingrassano la congrega del magna-magna.
Non ci interessa nemmeno il futuro che lasceremo in eredità ai nostri figli.
Chissà perché in Italia i tumori infantili crescono ad un ritmo vertiginoso, doppio rispetto al resto d'Europa e agli Stati Uniti. Recenti ricerche scientifiche, come sempre occultate da politica e media asserviti, hanno dimostrato che estrazione e lavorazione di idrocarburi, tetti in amianto, industrie siderurgiche, antenne dei telefonini, cementifici, inceneritori, centrali a turbogas sono responsabili dell'aumento delle patologie tumorali, delle mutazioni genetiche, dell'avvelenamento dell'ecosistema. L'Espresso ne ha parlato due anni fa, ma il clamore non c'è, o è stato spento in fretta. Soppiantato da qualche inchiesta sulle nuove mete turistiche degli italiani o sui gusti sessuali delle divette tv.

Il dibattito verte sull'incapacità dell'ex governo 'comunista' di strappare a Bruxelles il permesso per le nostre industrie di avvelenare l'aria e la natura (e contribuire alla distruzione del pianeta) un po' di più.
Intanto andiamo in ginocchio da Gheddafi perché abbiamo preso un impegno, d'onore, e si sa che noi gli impegni li rispettiamo.
Ad ogni costo.
Tanto il Colonnello ha promesso che la festicciola sarà tutta a carico suo; tranne le spese per... la benzina, ovvio.

UN DITTATORE PER AMICO, MILIARDI DI MOTIVI...
post pubblicato in Società&Politica, il 12 giugno 2009
 


foto tratta da
http://impertinenza.blogspot.com/2008/07/boicottiamo-la-tamoil.html


di Hermes Pittelli ã


 Dopo The Big Brother ('1984', pubblicato per la prima volta 60 anni fa), The Brother Leader.
Ovvero il nostro amicone Gheddafi, il Fratello Leader, secondo la definizione che lui stesso fornisce di sé, nella sua immensa saggezza, sul suo sito personale. Sito che raccoglie la summa delle sue ispirate riflessioni e della visione del mondo dalla tenda nel deserto.

Noi italiani, proni e cialtroni più che mai, lo abbiamo accolto con scene degne di una farsa d’avanspettacolo mal riuscita; un campionario di situazioni grottesche e surreali che nemmeno Woody Allen, ‘il dittatore dello stato libero di Bananas’, avrebbe potuto concepire.

Però, forse esistono miliardi (in euro e dollari) di buoni motivi, per coprirci ancora una volta di vergogna e ridicolo. I buoni motivi stanno a cuore più ai soliti noti che ai cittadini semplici. Tradotto: i vantaggi della generosa assoluzione che il Rais ci ha accordato per la nostra epoca coloniale e della neonata amicizia italo-libica finiranno nelle tasche della consueta cricca di furbetti.

Si parla di Gheddafi e si sente olezzo di zolfo. Atmosfera luciferina? No, gas e petrolio. E nell’aere il vento del deserto sussurra nomi musicali: Eni, Enel, Tronchetti Provera (amico e socio dei Moratti)...

Dunque, “la Libyan Investment Authority (LIA) è un’organizzazione governativa libica fondata il 28 Agosto 2006 dal General People's Committee of Libya (GPCO) per gestire i proventi del fatturato legato al petrolio della Libia e diversificare la dipendenza del reddito del paese. LIA è una holding che gestisce fondi d'investimento del governo che provengono dall'industria del petrolio e del gas in varie aree del mercato finanziario internazionale. LIA è responsabile dei beni della Libyan Arab Foreign Investment Company (LAFICO) e di Oilinvest. Altre attività della LIA sono relative all'Economic and Social Development Fund (ESDF), che gestisce proprietà in Libia a beneficio della popolazione libica”.

La Libia ha affidato a Mediobanca il ruolo di Virgilio (guida, nei gironi infernali in questo caso) per concretizzare gli investimenti libici in Italia e il fondo d’investimento gheddafiano proprio a marzo ha chiesto, ottenendo una risposta entusiastica, a fratel Marco Tronchetti Provera, responsabile di qualche dissesto e scandaluccio in ambito Telecom, di entrare a far parte del proprio board commitee.

Marco Tronchetti, è uno dei vicepresidenti di Mediobanca, “gruppo bancario leader in Italia da 60 anni”, gruppo capitanato da un certo Cesare Geronzi (anche lui, come il Colonnello, amico di Andreotti, nonché editore di successo, nonché petroliere con l’Italpetroli che controlla il 67% della Roma Calcio, nonché implicato, certo per errori giudiziari, nei crac Parmalat, Cirio, Italcase e nell’affaire Telecom. Uff!).

Spulciando nel consiglio d’amministrazione, spuntano altri nomi importanti: Tarak Ben Ammar (produttore cinematografico, proprietario di Sportitalia, amico fraterno e socio arabo di Berlusconi), Marina Berlusconi (ma no!) figlia vera di 'Papi', Gilberto Benetton (la famiglia dei maglioni colorati, proprietaria di Autostrade Spa e con interessi ramificati in Patagonia dove espropria i mapuche dalle loro terre), Ennio Doris (quello che ti costruisce la banca intorno, anche lui socio del Cavaliere), Jonella Ligresti (rampolla di un’altra famiglia con tanti interessi: Fondiaria Sai, Immobiliare Lombarda che nel 2007 si è comprata un buon pezzo dell'isola La Maddalena, Premafin Finanziaria, Rcs Media Group, ecc. il patriarca Salvatore, non c’è bisogno di pubblicare intercettazioni, nel 1992 fu coinvolto in Tangentopoli), e tanti altri.

Arriviamo al nodo gordiano della questione. Paolo Scaroni, gran mogol di Eni, quel mostriciattolo a sei zampe fondato da un corruttore di straordinaria onestà personale, a maggio si era lamentato per lo yo-yo del prezzo del greggio; un’altalenanza che danneggerebbe tutti (chi?), un’oscillazione così imprevedibile e molesta da spingere l’amministratore delegato della bad oil company a invocare un ‘dogwatch’.
Forse il cane da guardia, ruolo svolto un tempo dal giornalismo, servirebbe per smascherare le attività criminose dei petrolieri e dei governanti loro amici.
Almeno in Italia.
Citare ancora una volta il triangolo della morte Agusta Melilli Priolo in Sicilia, Falconara nelle Marche, Manfredonia in Puglia, la Basilicata e la deriva petrolifera che sta attanagliando l’Abruzzo sembra un crudele rimestare il coltello nella piaga, ma la coscienza civile e politica dei cittadini italiani resta sopita.

Oggi, Scaroni esulta perché il prezzo dell’oro nero è tornato sui 70 dollari al barile, un prezzo che lui ritiene giusto; e nella gioia annuncia il lancio, avallato dalla Consob, di un bond del valore pari a 1 miliardo di euro (raddoppiabile in caso di forte domanda) riservato ai fortunati risparmiatori italiani. Ai quali la parola bond forse causerà più di qualche ulcera perforante.
Ma c’è da sfruttare l’effetto Gheddafi. Eni, per sua e nostra fortuna, è entrata nelle grazie del Rais.

Così Claudio Scajola, il ministro delle attività produttive che sta cedendo per trenta denari le nostre terre e i nostri mari ai petrolieri che devasteranno a dovere ecosistema e salute umana, conferma che il fondo d’investimento libico guarda ad Eni ed Enel con molta simpatia e pupilla a forma di dollaro. Hanno molta liquidità (dispongono in patria di ricchi giacimenti di petrolio e gas) – analizza Scajola – e vogliono investire in diversi settori industriali italiani”.
Decisioni e annunci che al cittadino dovrebbero far tremare i polsi.
Con i
nostri comportamenti politici, nella vita pubblica, civile, sociale, attiriamo solo scherno e compatimento dal resto del mondo: Usa, Spagna, Germania, Francia, Inghilterra.

L’accordicchio con il furbo dittatore arabo è servito a lui per farsi propaganda in Libia, a qualcuno dei nostri campioni politici e imprenditoriali per lucrare, non avrà effetti benefici per i cittadini semplici: condanneremo ad una sorte terribile i migranti, continueremo a far inquinare le nostre terre e i nostri mari ai petrolieri, autorizzandoli a esportare danni anche all’estero (tipo Nigeria o Ecuador).

Gheddafi nuovo amico del popolo italiano, dunque.
Ma forse, sempre per restare nelle metafore orwelliane, più amico di certi italiani.

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