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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
La febbre dell’oro nero stende La Repubblica (sulle orme di Passera)
post pubblicato in Ambiente, il 14 agosto 2012


"Ogni uomo ha una precisa responsabilità nei confronti del genere umano e del pianeta Terra, perché esso è la sola nostra casa. Non abbiamo altro luogo, nell'universo, in cui rifugiarci. Ognuno di noi quindi non può venir meno alla propria responsabilità di operare non solo in difesa della razza umana, ma anche degli insetti, delle piante, degli animali che, con noi, abitano questo pianeta".
(Tenzin Gyatso, Dalai Lama)


di Hermes Pittelli ©


 La nuova febbre dell’oro nero miete vittime.
Anche La Repubblica, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, si schiera a favore della ‘Strategia Passera’: da ottobre, via libera a trivella selvaggia sul suolo e nei fondali italiani. Ragazzi, c’è crisi, non è il momento di atteggiarsi a radical chic in favore dell’ambientalismo. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti, e accende i cuori dalle Alpi al Canale di Sicilia: trivellare!
Pochi, sporchi, maledetti e subito. Pecunia non olet, anche se puzza di zolfo.

Oggi Edmond Dantes e lo scienziato Faria non sprecherebbero anni e fatiche a scavare un tunnel per fuggire dal carcere dell’Isola di Montecristo; troverebbero il lavoro sporco già ultimato dai petrolizzatori. Non si tratta di uno scherzo sulfureo.
La gloriosa Key Petroleum Ltd ha davvero avanzato la richiesta di poter trivellare allegramente tra l’Isola d’Elba e quella resa celebre da Dumas.
E’ solo uno tra le decine di esempi e di scempi che da ottobre potrebbero diventare realtà grazie al piano energetico del governo Monti.
La novità è che La Repubblica, fino a ieri auto proclamata paladina della Democrazia (a Palazzo Chigi albergava un certo Cavaliere, rivale in affari ed interessi di un altro Cavaliere e Legionario d’Onore, De Benedetti), oggi è coricata su posizioni filo governative. A priori, acriticamente.
Non si spiegherebbe in altro modo, l’incredibile reportage (?) firmato da Ettore Livini sull’Italia, Eldorado degli idrocarburi. Toni solenni e trionfalistici, privi di dubbi. Siamo seduti sulla nostra fortuna e non lo sappiamo; abbiamo una ricchezza
t(r)aumaturgica sotto i nostri pedi e non la sfruttiamo a causa di noiose complicanze burocratiche, aggravate da quattro estremisti ambientalisti, nemici dello sviluppo.

Arpe celestiali in sottofondo a sottolineare “il soffio lento e gentile del gas che pulsa”; il ritornello già declamato da Corrado Passera, ministro per lo sviluppo (?) economico: la corsa autarchica al petrolio fai da te potrebbe regalarci “mezzo punto di Pil e 25.000 posti di lavoro in più”; in un crescendo che nemmeno Rossini tra fornelli e spartiti, ecco l’immancabile Descalzi, presidente dell’Asso(mineraria) nella manica di ogni politico e giornalista di vaglia, che con registratore di cassa alla mano, gongola: “Raddoppiando la produzione, si libererebbero 15 miliardi di investimenti”.
Cifre e dati liberati nell’aere senza una comparazione, senza una minima analisi dei risvolti negativi. Per tacere, ovvio, di fluidi e fanghi perforanti, anidride solforosa e tutte le gentili sostanze cancerogene riconducibili alle attività petrolifere.
Queste però sono ubbie ambientalistiche, un po’ come la subsidenza, cui accenna Livini, ma quasi in tono canzonatorio nei confronti di chi lancia questi allarmi.
L’Italia non è il Kuwait – concede il giornalista, bontà sua – non galleggia su un mare di petrolio”.
Però. Però c’è la crisi. Rendere il Belpaese un gruviera elvetico ridurrebbe la nostra dipendenza energetica dal 90 all’80%. Una mossa geniale, quindi.
E poi via con i dolori delle giovani multinazionali degli idrocarburi, generose Muse di sviluppo e ricchezza, limitate da una delle piaghe secolari del Paese, non il traffico tentacolare, ma la burocrazia: “Total e Shell hanno avuto bisogno di 400 permessi prima di far partire i lavori a Templa Rossa, in Basilicata”.
Non una parola sullo stato disastroso e tragico in cui versa la Val d’Agri, per non spaventare potenziali investitori stranieri.
Interminabili Odissee burocratiche per scavare sottoterra: nel 2010 sono state fatte solo 35 richieste per nuove perforazioni, il minimo dal 1949 – si duole Livini – di cui 34 per migliorare impianti già attivi e solo una per la ricerca di nuovi giacimenti”. Un autentico dramma, per i poveri petrolizzatori.
A causa di tutto questo, secondo il nobile foglio scalfariano, l’Italia è come le foglie sugli alberi d’autunno, dipende dai capricci e dai vezzi del Cremlino e dalla stabilità geopolitica di Algeria, Libia e Stretto di Hormuz.
Le colpe della nostra schiavitù energetica non sono attribuibili né alla politica, con la classe dirigente più antiquata e corrotta dell’Universo, né all’imprenditoria nostrane, zavorrate con il piombo alla metà del secolo passato. Per carità.
Vuoi vedere che anche in questo settore c’è lo zampino del marciatore Schwazer?
Per spillare il primo barile in Italia servono 11 anni contro i 6 del resto del mondo”.
Nessun cenno sulle leggi molto più rigide in materia di estrazione, sicurezza e sanità vigenti all’estero.
Sul tavolo della direzione generale per le risorse minerarie e geologiche giacciono 120 richieste di perforazione”. I “colossi dell’oro nero” stanno facendo una danza propiziatoria affinché il decreto, chiamato con somma ipocrisia salva-Italia, conceda il liberi tutti alle trivelle.
Ci pensa Descalzi via Livini a fugare ogni dubbio, esplodendo, come spesso capita alle piattaforme e ai serbatoi delle raffinerie, gli ultimi effetti pirotecnici:
Serve un patto per lo sviluppo (il famoso trucco dei mattatori, il Compromesso!) tra tutte le parti in causa. Se riusciremo a superare le barriere strutturali e temporali di burocrazia e amministrazione possiamo raddoppiare la nostra produzione nazionale”.
Risultato? 600 milioni di euro in più l’anno per il fisco nazionale e 250 milioni di royalties per le casse di Regioni e Comuni”.
Anche in questo caso, cifre gentilmente offerte da Assomineraria, senza altri parametri, senza cenno ai costi sociali, sanitari, ambientali di questo tripudio fossile. Nessuna menzione per le fonti rinnovabili, con l’Italia clamorosamente fanalino di coda del Vecchio Continente, nonostante l’invidiabile posizione geografica e nonostante fino alla prima metà degli anni ’80 del 1900 fosse all’avanguardia nella produzione di pannelli fotovoltaici.

Livini, che si emoziona per questo “pieno d’energia autarchica all’Italia spa”, offre ai lettori una panoramica con tutti i presunti vantaggi della corsa all’estrazione del petrolio italico, ma evita in modo accurato di esporre i costi e i danni che questa strategia comporterebbe. Se questo è un reportage: sembra un comunicato di Assomineraria, vagamente imbellettato e infiocchettato per risultare appetibile al volgo e costituire l’ennesimo ultimatum per esecutivo, politica e amministrazioni; le quali, come appurato in Abruzzo non hanno nemmeno bisogno di incentivi per inginocchiarsi al cospetto dei Colonizzatori dell’oro nero.

Restano amarezza e sconforto. Il governo incostituzionale Monti, governo d’emergenza e ‘salute pubblica’, sarà anche formato da plurilaureati che conoscono l’inglese e hanno girato il Pianeta, ma non riesce a liberarsi dai consueti difetti genetici.
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