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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Agenzia mineraria Vicari, i petrolieri ringraziano
post pubblicato in Economia (dal volto umano), il 22 luglio 2010




di Hermes Pittelli ©


 

 Un’Agenzia unica, istituita presso il Ministero dello Sviluppo economico per garantire maggiore sicurezza e competitività al comparto delle risorse minerarie ed energetiche italiane.
Un nuovo meccanismo di ridistribuzione delle royalties, intrecciato a filo doppio con il federalismo fiscale prossimo alla luce.
Sono gli ambiziosi obiettivi fissati dal disegno di legge (ddl) n. 2267 firmato dalla senatrice palermitana Simona Vicari (PdL; cofirmatari i senatori e colleghi di partito Cursi, Gasparri e Quagliariello).

La marea nera del Golfo del Messico (cui si sono aggiunte quelle in Egitto e Cina) più che uno stimolo alla tutela ambientale e alla sicurezza sembra un cavallo di Troia per confezionare un dono estivo all’industria petrolifera.
Perché i contenuti e i principi ispiratori del ddl Vicari somigliano quasi fossero una copia carbone ai concetti espressi da Claudio Descalzi presidente di Assomineraria (nonché vice presidente di Confindustria Energia e direttore generale di Eni Spa) davanti all’assemblea di categoria, il 30 marzo 2010.
Per pura coincidenza quel giorno la senatrice Vicari era relatrice e ospite d’onore.
In quel contesto, il Dott. Descalzi lanciò quasi un aut aut alla politica italiana:
Serve un’agenzia governativa per iter più veloci, in modo da sbloccare progetti che garantirebbero 34.000 posti di lavoro e un risparmio in bolletta di 100 miliardi grazie ai giacimenti italiani non ancora sfruttati. Sono già pronti 57 progetti cantierabili per 5 miliardi di investimento”.
No all’aumento delle royalties, per impedire la fuga delle imprese petrolifere verso altre nazioni”, fece immediatamente eco la Senatrice Vicari.
Come se l’Italia fosse un deserto arabo e non uno scrigno di bellezze naturali, paesaggistiche e biodiversità.

Ecco dunque l’Agenzia mineraria configurata nel ddl (la discussione in aula dovrebbe cominciare a metà settembre).
Non l’ennesima authority – specifica il presidente della Commissione Industria e Attività produttive del Senato, Cursima un organismo in grado di accelerare il via libera alle estrazioni, visto che oggi bisogna attendere anche 4 o 5 anni, quando non 6 o 7”.
Il direttore generale sarà nominato direttamente dal premier su proposta del ministero per le Attività produttive e sarà individuato “tra persone di indiscussa moralità e indipendenza”.
Mistero sulla competenza e sull’autonomia decisionale, visto che il prescelto sarà comunque ‘un’emanazione’ del capo dell’esecutivo.

Come poi sia possibile conciliare la rapidità dell’iter con le adeguate valutazioni d’impatto ambientale e la sicurezza non è dato sapere. Standard di sicurezza dell’industria petrolifera tricolore comunque all’avanguardia mondiale – secondo la Senatrice – e in linea con le nuove direttive europee in materia.
Per Simona Vicari la probabilità di incidenti rilevanti sono praticamente nulle. Forse perché i media nazionali danno poco risalto ai frequenti incidenti che avvengono nel settore petrolifero sul patrio suolo.
Né lascia tranquilli la considerazione che il disastro targato British Petroleum “sia avvenuto a 1.500 metri di profondità, mentre nei mari italiani le perforazioni si effettuano tra i 20 e un massimo di 150 metri”.
In caso di fuoriuscita inarrestabile potremmo dire addio al nostro ecosistema marino, considerando che il Mediterraneo è un mare chiuso e poco profondo. La Senatrice dimentica di dire che già oggi il Mare Nostrum è il più inquinato del Pianeta e che le acque territoriali italiane sono solcate da 300 petroliere al giorno che scaricano senza controllo ogni tipo di sostanza di scarto e perfino il ‘risciacquo’ delle cisterne.

L’Italia descritta dalla Sen. Vicari è affamata di energia: è il quarto paese europeo dopo Germania, Francia e Regno Unito per consumi, con un utilizzo preponderante di fonti fossili (77%).
Nessun cenno al dato fornito da Confartigianato: nel 2009 le famiglie italiane sono riuscite a soddisfare il 100% del proprio fabbisogno elettrico grazie alle energie rinnovabili.
L’attuale svantaggio competitivo dell'Italia e la forte dipendenza energetica da altri paesi, secondo Vicari è da attribuire anche al referendum del 1987 con cui gli italiani rinunciarono al nucleare, senza però citare l’incidente di Chernobyl, né il fatto che al momento non sappiamo come e dove smaltire le scorie, né che Carlo Rubbia abbia bocciato come poco sicure anche le centrali di quarta generazione.
La senatrice lamenta che le risorse minerarie italiane siano poco sfruttate, nonostante un sistema infrastrutturale di altissimo livello. Non dice che bucherellare il suolo e i fondali marini, oltre a deturpare il paesaggio con le installazioni industriali, mette a rischio un paese dal delicatissimo equilibrio idrogeologico.
Racconta del miracolo economico del periodo 1950/1970 grazie allo sfruttamento del metano della Valle Padana e a quello nei fondali del Ravennate (magari anche il Piano Marshall ha dato una mano), ma tralascia di rammentare l’alluvione del Polesine o il fenomeno della subsidenza che ha fatto sprofondare il livello del suolo di 4/5 metri, a causa dell’attività estrattiva.

Il nuovo meccanismo di ridistribuzione delle royalties.
Estrazioni in terraferma: 45% ai Comuni interessati, 45% alle Regioni, 10% ai residenti sotto forma di agevolazioni per l’acquisto di carburanti.
Estrazioni in mare: lo Stato, generoso, si fa da parte; 50% alle Regioni e 50% ai Comuni rivieraschi entro un raggio di 12 miglia dal punto di produzione. Per quanto riguarda la produzione in piattaforma continentale, il 100% delle royalties è destinato allo Stato.
L’entità delle royalties è stata lievemente ritoccata: per la produzione sulla terraferma di olio e gas si arriverà a un'aliquota unica del 10 per cento. Per la produzione in mare di olio si pagherà il 4 per cento fino a 250 mila tonnellate l'anno, il 7 per cento da 250 mila a 500 mila tonnellate l'anno e il 10 per cento oltre 500 mila tonnellate l'anno; per quella di gas l'aliquota sarà pari al 7 per cento fino a un miliardo di metri cubi l'anno e del 10 per cento oltre tale soglia.
Nulla di paragonabile al Regno Unito (51%, fonte The Economist) o alla Norvegia (76% fonte The Economist), anche se la senatrice Vicari insiste nel sostenere che in questi paesi non si pagano royalties (fonte Descalzi).
Briciole da gettare alle amministrazioni (con le casse sempre più vuote anche per la realizzazione del federalismo fiscale e quindi ‘costrette’ a ospitare i petrolieri) e alle popolazioni locali, inebriate dal miraggio di trasformarsi in sceicchi.
Bisognerebbe chiedere agli abitanti della Basilicata che anni fa hanno abboccato: annientata la Val d’Agri, avvelenate le falde acquifere, coltivazioni distrutte (uva, pesche e fagioli al petrolio), turismo e mercato immobiliare quasi azzerati, aumento vertiginoso delle patologie tumorali; e, come beffa, benzina più cara rispetto alle altre regioni italiane e un aumento di posti di lavoro insignificante.

A fronte di discutibili, ipotetici vantaggi, quanto costerebbero alle Regioni i danni ambientali permanenti (con addio al turismo, all’agricoltura, alla pesca, ecc.), quelli sanitari e quelli sociali? Nessuna risposta.

La proiezione dell’attuale governo al 2030 relativa al mix energetico italiano recita:
50% da fonti fossili, 25% da rinnovabili, 25% da nucleare.
Non si capisce perché decidere di considerare strategico lo sfruttamento di petrolio nostrano, scarso, difficile da estrarre, quasi tutto di pessima qualità, ricco di impurità sulfuree che poi i desolforatori a fiamma costante sputeranno nell’ambiente; distruggendo la natura e causando nei cittadini gravi disfunzioni sessuali e tumori.
Silenzio sui tagli del governo agli incentivi per il solare fotovoltaico.
Silenzio sugli investimenti straordinari che perfino un inquinatore da record come la Cina sta stanziando per le ‘energie verdi’ e sul fatto che a Shangai sia appena stata inaugurata la centrale solare più grande del mondo, in grado di soddisfare le necessità di 12.000 famiglie. Silenzio sul fatto che la green economy sia al momento uno dei pochi comparti che crea davvero decine di migliaia di nuovi posti di lavoro in tutto il Pianeta.
Silenzio sul fatto che in California le industrie del petrolio sono costrette per legge (Prop65) ad ammettere che le attività legate allo sfruttamento degli idrocarburi rilasciano nell’ambiente sostanze cancerogene e in grado di causare gravissime disfunzioni sessuali.
Silenzio sulla martoriata Basilicata, silenzio sul triangolo siculo della morte Gela-Melilli-Priolo a causa del polo petrolchimico. Del resto, è stata proprio la senatrice a inaugurare con orgoglio a fine giugno la piattaforma petrolifera più grande d’Italia che brucia e vomita nell’ambiente sostanze di scarto 24 ore su 24, a sole 12 miglia dalla costa di Pozzallo (nel Ragusano).
Nessun cenno al principio di autodeterminazione dei popoli. In Abruzzo, un esempio a caso, il 75% dei cittadini ha espresso la chiara volontà di non ricorrere a strategie energetiche ed economiche basate sugli idrocarburi, ma sulle fonti rinnovabili, sulla bellezza e integrità dell’ambiente e sul turismo, appellandosi anche alla Convenzione di Aarhus (sottoscritta e recepita dall’Italia): in questo caso il governo centrale come si regola? Impone il petrolio con l’esercito (come accaduto per gli inceneritori e come dovrebbe accadere per le centrali nucleari)?

Salvatore Settis, archeologo di fama mondiale e direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, ha scritto su La Repubblica a proposito della cementificazione selvaggia (altra faccia di queste presunte strategie economiche) che “il paesaggio incarna valori costituzionali primari e assoluti che sovrastano qualsiasi interesse economico, perciò esige un elevato livello di tutela, inderogabile da altre discipline di settore" (citando la sentenza n. 367 del 2007 della Corte Costituzionale).
Per Settis le risorse più preziose del Paese sono “il paesaggio e l’ambiente”.
Altro che gli ipocriti spot Magic Italy del governo.

Le industrie petrolifere straniere nei report ufficiali on line ai propri investitori già parlavano dell’Italia come di un ottimo posto dove fare business, grazie a bassi costi d’entrata, rischi politici e di protesta popolare quasi nulli e una rete infrastrutturale molto sviluppata. Se il ddl Vicari diventasse legge, scriverebbero di aver trovato l’ultimo Bengodi petrolifero in Terra.

Il Senatore Quagliariello ha concluso che “la geopolitica del 21° secolo rende finalmente adeguato e non ideologico l’approccio italiano alle tematiche energetiche”.
Cosa ci sia di ‘ideologico’ (orrendo stereotipo molto in voga nel politichese attuale) nella difesa della salute dei Cittadini e nella tutela dell’Ambiente resta tra i misteri dolorosi del nostro Paese.


(consulenza scientifica: Professoressa Maria Rita D’Orsogna, California State University at Northridge, Los Angeles)

Scajola contro Celentano, ‘balle’ atomiche a go go
post pubblicato in Ambiente, il 3 gennaio 2010
Celentano scrive a La Repubblica e spiega perché con il nucleare l’Italia rischia di giocarsi definitivamente la propria integrità ambientale. Apriti cielo. Uno dei mastini del governo, il ministro per le Attività produttive, gli risponde per le rime, dicendogli di limitarsi a fare il cantante. E citando come fonte scientifica pro atomo il solito professor Veronesi


di Hermes Pittelli ©


L’ex ragazzo della via Gluck non vuole il nucleare in Italia. Preferirebbe continuare a godere di campi verdi incontaminati e ruscelli limpidi, non avvelenati da scarichi industriali.
Del resto, anche gli italiani con un referendum nel 1987 avevano sonoramente bocciato il ‘progresso’ atomico.
Qualche settimana fa, il Re degli Ignoranti si è permesso di scrivere una lettera aperta al quotidiano La Repubblica.
Una missiva nella quale l’autentico inventore del rap, ambientalista da sempre (basti pensare a suoi lungometraggi come ‘Serafino’), spiega le ragioni della sua contrarietà al business atomico che tanto piace a questo governo e ai suoi amici interessati al giro di appalti.
Naturalmente, il povero ‘figlio della Foca’ attira immediatamente su di sé gli strali del partito dell’atomo; il giorno successivo, uno dei mastini dell’esecutivo, Claudio Scajola, replica piccato e con un senso dell’ironia diffuso tra politicanti e amministratori italici. Ovvero, invece di rispondere nel merito delle questioni, aggrediscono il malcapitato che ha avuto l’ardire di formulare una critica o una domanda; di solito la veemenza della replica è direttamente proporzionale alla vaghezza di nozioni sulla materia in questione.
Celentano insomma deve rassegnarsi al ruolo di uomo di spettacolo, la sua gabbia sociale da cui non deve permettersi destabilizzanti evasioni. Per Scajola l’Adriano nazionale è un grande cantante (“un poeta”), ma non ha la dignità di cittadino (“perde l’ispirazione e il tocco magico quando scrive in prosa”). Quindi non gli spetta la licenza di partecipare attivamente alla vita della polis. Per deduzione, se questa è la sorte di un italiano spesso sotto la luce dei riflettori, un cittadino semplice, con un lavoro che non prevede rilevanza pubblica o mediatica, deve limitarsi al ruolo di consumatore (altrimenti il pil soffre) e ‘vergatore’ di schede elettorali.
Una tesi che in un paese normale solleverebbe un coro popolare di proteste, soprattutto se l’autore fosse figura con incarichi istituzionali; in Italia, per fortuna, per non turbare il manovratore di turno, vige la regola del silenzio (anzi del chiacchiericcio da tg1, sostituto ufficiale del bar sport, infarcito di pettegolezzi e sciocchezze varie).

Scajola paladino dell’energia atomica racconta ‘balle radioattive’.
Chissà perché l’esecutivo simula di non aver ancora deciso l’elenco dei siti che dovrebbero ospitare le centrali nucleari, quando l’amministratore delegato di Enel, Carlo Conti, ammette che lo conosce, ma non lo rivelerebbe nemmeno sotto tortura: le fortunate località sono probabilmente le stesse che erano state predisposte prima del referendum estremista ambientalista del 1987. Qualche stratega politico deve aver immaginato che annunciarle con anticipo rispetto ad un’importante tornata elettorale regionale avrebbe potuto causare qualche calo di popolarità e soprattutto di voti.

In compenso però, si spande nell’aere l’odore dei soldi; come già sapevano gli antichi romani pecunia non olet. Come se per guarire magicamente i danni all’ambiente e alla salute dei cittadini fosse sufficiente rimpinguare le casse comunali (prima però opportunamente svuotate con provvedimenti demagogici, tipo l’abolizione dell’ici sulla prima casa).
Scajola sostiene sia difficile replicare a “un tale cumulo di banalità” espresse da Celentano sul nucleare.
Non è invece difficile smontare punto per punto le tesi del ministro delle Attività produttive.

Scajola sostiene che le centrali sono necessarie perché non emettono gas serra. Sostiene che i reattori nucleari sono necessari per smantellare le centrali a gas, a carbone, a petrolio, quelle sì “certamente inquinanti” (quindi, almeno su questo siamo d’accordo: ora dovrebbe informare la sua collega Prestigiacomo).
In verità, può darsi che la centrale durante il funzionamento non emetta gas serra, però per lavorare ha bisogno di combustibile nucleare e qui cominciano i guai: per ottenere questo combustibile si utilizzano comunque fonti fossili. Ad esempio, per alimentare un reattore in grado di produrre 1000 kw/h di energia elettrica, si utilizzano 200 kw/h di idrocarburi con relativa quantità di emissioni che finiscono in atmosfera.

Scajola sostiene ci siano attualmente 450 reattori attivi nel mondo (“mettendoli in fila 15.000 anni di funzionamento, la fonte di energia che ha causato meno danni all’uomo e all’ambiente”; il ministro evita accuratamente di parlare degli incidenti e soprattutto delle scorie nucleari). Vero, non specifica però che l’opzione nucleare non riscontra molto successo in Occidente; e che le centrali in fase di realizzazione si concentrano soprattutto nell’Est europeo, in Estremo Oriente e in qualche paese dell’Africa.

Scajola sostiene che le centrali sono sicure e “non possono esplodere”. Scajola non dice però che sono sicure da un punto di vista ingegneristico quelle di quarta generazione, non quelle di terza che riguardano l’Italia; né si premura di informare i cittadini che non esiste alcuna sicurezza rispetto ad altri fattori: negligenza umana (in Francia, da cui acquisteremo la tecnologia nucleare, nel 2008 nel giro di un mese si sono verificati quattro incidenti riconducibili a errori umani), gestione dei rifiuti radioattivi (le scorie tornano inerti dopo centinaia di anni), attacchi terroristici (lo scenario sarebbe talmente apocalittico che al momento nessuno riesce a prefigurarlo e il Mit di Boston ha redatto un documento ufficiale per spiegare che un livello di sicurezza così alto non è testato).

Il delicato argomento dello stoccaggio delle scorie ricade nella commedia all’italiana, ci si affida alla cabala e allo stellone, si accende un cero a Padre Pio o alla Madonna; gli Usa sul loro territorio hanno individuato un solo sito adeguato, in mezzo al deserto del Nevada (senza dimenticare, che hanno rifiutato di smaltire nostre scorie vaganti per il globo da qualche anno e che non riusciamo a rifilare proprio a nessuno).

Scajola poi si guarda bene dallo spiegare come mai i privati, in nessuna parte del mondo, vogliano investire nel business nucleare; non dice che il nucleare non renderà le bollette più leggere, né assicurerà all’Italia l’indipendenza energetica (non disponiamo di giacimenti di uranio; l’uranio si sta esaurendo come il petrolio e negli ultimi 8 anni il suo prezzo è decuplicato; il nucleare, a regime, coprirà solo il 10% del fabbisogno elettrico nazionale); i costi del nucleare ricadono interamente su chi paga le bollette (stiamo ancora pagando lo smantellamento di quelle bocciate con il referendum del 1987; una centrale ha un tempo ingegneristico di costruzione di 5 anni, ma un tempo reale di 15, un ciclo vitale medio dal momento dell’allaccio alla rete elettrica di circa 17 anni e di altri 15 anni per lo smantellamento e la messa in sicurezza: solo il costo di costruzione si aggira ‘nominalmente’, nel senso che poi con certezza matematica lievita, sul miliardo e mezzo di euro).

Ma l’argomento più formidabile che Scajola utilizza per smentire Celentano e propugnare l’atomo come panacea di tutti i nostri mali è l’opinione dell’oncologo prezzemolino Umberto Veronesi (consigliata una panoramica sul sito dello scienziato per passare in rassegna i suoi sponsor).
Scajola scherza dicendo “sarò all’antica, ma sui temi della salute continuo a dare più credito al professor Veronesi”.
Un professore che dagli studi di Che tempo che fa ha rassicurato milioni d’italiani sostenendo che gli inceneritori sono impianti ad emissioni “zero” (accompagnando l’azzardata affermazione con aulico gesto dell’avambraccio e della mano ‘sinistri’); salvo poi autosmentirsi davanti ad una giornalista di Qui Milano Libera: “non sono un esperto di inceneritori… i miei esperti mi hanno giurato che non ci sono effetti importanti sulla salute… non lo chieda a me, non è la mia materia”.

Sarò all’antica, ma sui temi della salute preferisco non fidarmi di chi ogni tanto veste i panni dello smemorato di Lavoisier (legge di conservazione della massa) e soprattutto di Ippocrate.



La lettera di Adriano Celentano

La risposta di Claudio Scajola


p.s. Le affermazioni sull’energia atomica contenute in questo articolo non sono ‘un’opinione’ dell’autore, ma sono informazioni scientifiche ricavate dal dialogo con il Professor Francesco Gonella, fisico, docente dell’università Ca’ Foscari di Venezia; informazioni frutto di una sintesi di quattro autorevoli fonti internazionali che sicuramente sono conosciute e consultate anche da chi sta sostenendo la necessità del ritorno del nucleare in Italia.

Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica

Agenzia Internazionale per l'Energia

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