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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Le verità di Mario Sechi
post pubblicato in Ambiente, il 29 agosto 2012

Il direttore del quotidiano Il Tempo in un recente editoriale lancia un duro ‘j’accuse’ contro le ideologie responsabili della preoccupante perdita dei posti di lavoro in Italia. Citando a sostegno l’incolpevole Costituzione italiana che, per fortuna, è robusta di suo…


di Hermes Pittelli ©


 La verità, vi prego, sulla disintegrazione del lavoro in Italia.
Secondo l’Istat, a giugno i disoccupati sono giunti alla cifra record (negativo) di 2,8 milioni, con una perdita secca del 37,5% di posti, nel giro di un solo anno.
C’è un uomo, un giornalista, che sulle ragioni del disastro occupazionale può fornire solo verità assolute: le sue, naturalmente. Mario Sechi, direttore responsabile del quotidiano Il Tempo, inquadra nel suo mirino analitico le ideologie a suo dire colpevoli senza appello della situazione; e le impallina senza pietà.
Ideologie deambulanti sulle gambe di certa magistratura che vorrebbe chiudere l’acciaieria più grande d’Europa (anche la più letale e corrotta, ma il direttore è distratto dallo spread e dal fiscal compact), di certa politica come il sindaco Pietro Tidei, Pd, reo di minacciare lo stop alla centrale elettrica a carbone Enel di Civitavecchia (per Sechi, il carbone più pulito del Mondo, una valutazione forse ereditata da Stefania Prestigiacomo) e naturalmente i cattivi sindacati che pretendono lavoratori trattati come esseri umani, invece che da perfetti robot (ma ci arriveremo, Sechi si tranquillizzi) al servizio del dio bifronte Sviluppo/Industria.

Insomma, ideologie nemiche che attentano ai posti di lavoro e tradiscono la sacralità della Costituzione.
Verità? Pirandello si farebbe matte risate.
Uscendo dal teatro del grande siculo ed entrando in quello surreale del paese alla rovescia, ci si chiede dove sia la sinistra che secondo alcuni, tra i quali Sechi, terrebbe in ostaggio le mirabolanti sorti di una nazione, cristallizzata agli anni ’60 del 1900, politicamente ed economicamente.

In giro, si notano rigurgiti fascisti di varia intensità, a cominciare dalla strana coppia Bersani-Vendola (questi i più pericolosi, perché mascherati da progressisti).

Il direttore del Tempo – bisogna riconoscerlo - è un abile manipolatore dell’informazione e della Costituzione, che viene bastonata o brandita a seconda degli interessi di cui lui è portavoce.
La proprietà di questo quotidiano fa parte di quella vasta schiera imprenditoriale che considera la nostra Legge fondamentale, nella migliore delle ipotesi un ferro vecchio, nella peggiore un ingombrante ostacolo al vero sviluppo, da rimuovere ed abolire una volta per tutte.

Se è vero che la Costituzione pone come pilastro della Repubblica il Lavoro, Mario Sechi, maliziosamente, evita di citare gli articoli (per i più trasgressivi: il 9, il 32, il 41), chiarissimi, che per la nostra Carta indicano come centro della società l’Essere Umano, la Persona, il Cittadino; evita di dire ai suoi lettori e rammentare alle istituzioni e ai politicanti che la Costituzione tutela la Dignità e la Sicurezza dei cittadini lavoratori, la Salute, il Paesaggio, il Patrimonio artistico e culturale.
Evita di specificare che il male che ha colpito il mondo globalizzato e lo sta conducendo alla catastrofe è stata la logica del ‘profitto per il profitto’, si guarda bene dallo smascherare e condannare le imprese e le industrie dedite al ‘business’ come mezzo e fine ultimo e incapaci di realizzare progetti che concorrano al Progresso armonico, spirituale e sociale del paese.

L’Ilva, l’Eni, l’Enel, tanto per non fare nomi ed esempi lampanti, in spregio al dettato costituzionale e ad ogni legge, sono state lasciate a briglia sciolta dalla politica (collusa per ovvi e bassi interessi) si sono arrogate il diritto di imporre le proprie regole (inquinando, devastando, sfruttando vite umane e territori), facendo il bello e il cattivo tempo (cattivo, soprattutto), infischiandosene perfino di pagare l’Ici senza che nessuna istituzione o organo di controllo abbia sentito come preciso, ineludibile dovere l’obbligo di chiederne conto.

E' curioso che oggi Pdl e Pd (bella accoppiata!) parlino di indebita invasione di campo da parte della magistratura. Spesso, le norme italiane in materia di tutela ambientale e sanitaria sono risibili o edulcorate (Sechi rammenta che un anno fa il Parlamento fu aperto in fretta e furia a ferragosto per approvare un testo pro Ilvam per consentire l’innalzamento ad libitum delle emissioni del cancerogeno benzoapirene?), ma considerando la latitanza e la collusione di politica e scienza 'ufficiale', a chi spetta il compito di far rispettare la Legge (Costituzione in primis)???

La scienza ufficiale è quella rappresentata da Piero Angela che a Superquark spaccia l’ennesimo spot pro Eni quale inchiesta sull’industria petrolifera italiana (addirittura capace secondo lui di favorire la proliferazione della fauna ittica) o dal divulgatore Alessandro Cecchi Paone che dalle pagine di una delle patinatissime riviste del cane a sei zampe si lancia in uno sperticato elogio dell’oro della Val d’Agri, paradigma del connubio armonico e perfetto tra ambiente, patrimonio culturale e attività estrattive.

Tutto questo Alice non lo sa, come canta il Poeta, ma Mario Sechi sì e finge di essere agnostico, racconta ai suoi lettori un altro paese, il mondo posticcio e artificiale che piace ai sedicenti grandi manager e sedicenti politici italioti.
Mario Sechi finge di non sapere che l’industria fossile è la principale imputata dei cambiamenti climatici che sconvolgono il Pianeta (aumento incontrollabile di CO2, con effetto serra causa dell’alternanza tra siccità e alluvioni che mettono in pericolo le produzioni agricole e le riserve di acqua potabile, scioglimento dei ghiacciai e dei poli, innalzamento dei mari), in ossequio alle farneticazioni dei petrolizzatori sulla sicurezza della loro tecnologia, Sechi non vede la più grande raffineria del Venezuela esplodere, uccidere 48 persone e bruciare senza posa per quattro giorni consecutivi, spargendo nell’aria altre sostanze tossiche; o restando nei nostri martoriati confini, non registra che in un giorno e mezzo a Pisticci, in Basilicata Saudita, sono andati in fumo 1.500 ettari di patrimonio boschivo, annientati come scrive la Gazzetta del Mezzogiornoda una autentica apocalisse di fiamme”. E sull’aridità che favorisce i crimini dolosi di piromani bene ammaestrati, torni ai capoversi precedenti.

Come diceva sempre il grande oncologo, lui sì, Renzo Tomatis, le generazioni future, se ci saranno, non avranno pietà di noi: giustamente.
Lo sviluppo garantito dall’industria fossile che tanto piace a Mario Sechi è davvero ardente. Mentre incassa i profitti, brucia allegramente le risorse, la salute, la democrazia, la libertà e la Costituzione:
incenerisce la Vita.


Fonti: Il Tempo, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Costituzione Repubblica italiana

Rigassificatori, metaniere, pozzi di petrolio: mari italiani sempre più infiammabili
post pubblicato in Ambiente, il 6 novembre 2009
di Hermes Pittelli ©



 Un mostro “grande due volte lo stadio di San Siro”.
Ecco il rigassificatore dei record, quello entrato in funzione il 20 ottobre a Porto Levante (provincia di Rovigo, paese del tartassato Delta del Po). Un’opera attesa 12 anni, la prima struttura al mondo nel suo genere completamente off shore (circa 15 km dalla costa).

Naturalmente, il sito del governo ha commentato con toni trionfalistici: il rigassificatore targato (anche) Edison "è finalmente operativo". Una meraviglia della tecnologia, tutta in cemento armato, alta 47 metri, larga 88, lunga 180, capace di espletare le funzioni di ricezione, stoccaggio e rigassificazione del GNL (gas naturale liquido) e di assicurare 8 milardi di metri cubi in più all’anno alla freddolosa Italia (circa il 10% del fabbisogno nazionale, sempre secondo fonte governativa).
Berlusconi prima del misterioso viaggio da Putin, non si è perso l’occasione di brindare a questo nuovo miracolo italiano nella cornice dello storico teatro veneziano La Fenice.

Misteriosi anche i toni celebrativi con cui ne ha parlato Giorgio Lonardi, inviato del quotidiano La Repubblica. Dopo aver definito appunto ‘mostro’ il terminale GNL Adriatico, afferma che per quest’anno gli italiani – manco fossero tutti cuginetti della piccola fiammiferaia – potranno dormire senza incubi, sicuri che d’inverno non resteranno al freddo e al gelo.
Il mostro, 290.000 tonnelate di peso, è costato 2 miliardi di euro.
I
l sito di Palazzo Chigi è prodigo di elogi e assicura che la struttura ha ottenuto pareri favorevoli a 4 valutazioni d'impatto ambientale; ma chi conosce un fenomeno chiamato subsidenza resta interdetto leggendo: "questa piattaforma è stata realizzata rispettando i più elevati standard internazionali di sicurezza e di tutela ambientale".
Del resto, che anche l'Alto Adriatico sia nelle voraci mire delle companies energetiche non è una novità: l'Agip (alias Eni) vuole costruire piattaforme per estrarre gas nella laguna veneta a 5 km dalla costa, ma lì le popolazioni preferirebbero evitare di vedere le proprie città storiche, le proprie abitazioni e le proprie vite sommerse dalle acque.

Nell’esecutivo faber che sta rivoluzionando l’Italia, si distingue il ministro Scajola che da sempre sostiene la competenza esclusiva del governo in materia di politiche energetiche. Il titolo V della Costituzione le attribuisce invece in maniera concorrente allo Stato e alle Regioni, ma sono intoppi e lungaggini che la compagine berlusconiana sta eliminando. Un modo per scoraggiare eventuali ambientalisti estremisti, quelli che sanno dire solo no a inceneritori, pozzi di petrolio, centrali nucleari; quelli che non accettano compromessi, magari una regalia in denaro (spiccioli) o una scuola nuova (quelle così belle e friabili) in cambio del silenzio su opere che ingrassano ‘i grandi capitani d’industria’, ma avvelenano l’ambiente e l’organismo umano. Del resto, per chi considera decidere e agire un’azione unica e immediata esistono ricette semplici: piazzare nelle Regioni persone di fiducia, che non abbiano ubbie per la testa e che alle richieste dei cittadini oppongano il bel tacer che non fu mai scritto. Ogni riferimento all’Abruzzo incenerito dalla deriva petrolifera e ora anche termovalorizzatrice è puramente voluto.

Tornando al rigassificatore Edison, tutte le caratteristiche addirittura taumaturgiche della struttura come descritta sul sito di Palazzo Chigi, sono garantite, come qualche ingenuo potrebbe attendersi, non da studiosi ed esperti ‘terzi e indipendenti’, ma dalla stessa Edison. Perché sprecare altro tempo e dilapidare denaro pubblico? Tutto si compie nell’interesse collettivo; ma qualche trascurabile obiezione nasce spontanea.
Perché la sicurezza di queste strutture non è proprio garantita, anche escludendo l’errore umano sempre in agguato. Il comitato per la difesa del golfo di Trieste ha pubblicato un elenco dettagliato degli incidenti relativi ai rigassificatori nel mondo (51 attualmente operativi).
Sempre i nostri amici americani, ci informano con uno studio del Pentagono del 1982 e uno più recente (2003) della Commissione energetica della California che se nell’apoteosi di tecnologie infallibili e procedure a prova di attacco alieno qualcosina dovesse comunque non funzionare, magari a bordo delle navi metaniere che trasportano il gas reso liquido con il freddo, lo scenario coinvolto si presenterebbe “simile a quello di un’esplosione nucleare”.
Un tratto di mare così stretto come l’Alto Adriatico sarà inoltre interessato da un sensibile aumento di traffico marittimo. Il Terminale GNL Adriatico che fa capo ad una società partecipata - Qatar Terminal Limited (45%), ExxonMobil Italiana Gas (45%) e Edison (10%) – non può restare certo inoperoso; così, già il I agosto, una metaniera proveniente dal ricco giacimento North Field in Qatar è approdata al rigassificatore veneto.

Queste maestose caravelle moderne sono definite dagli interessati inaffondabili, ma sappiamo che l’aggettivo in questione non porta bene. Il doppio scafo delle metaniere, come quello delle famigerate petroliere che spesso affondano o si incendiano causando disastri ecologici, è garantito a prova di bomba, ma esistono studi che proverebbero come sia sufficiente un’arma di medio calibro per perforarlo.
Sappiamo che nemmeno i reattori atomici di quarta generazione sono considerati sicuri da eventuali attacchi terroristici, escludiamo lo siano queste imbarcazioni.
Ma anche ignorando ipotesi apocalittiche, il rischio di collisioni non è così campato in aria. Forse il governo ha previsto un piano per limitare o sospendere il traffico marittimo nell’area quando transitano le metaniere: al momento non è dato saperlo.

Intanto, anche in altre regioni si progettano scempi dello stesso genere. In Calabria, dovrebbe sorgere un bel mostro a Gioia Tauro, nelle previsioni operativo dal 2014: nella prima conferenza di servizi, le amministrazioni interessate hanno fornito all’unanimità parere favorevole. Le popolazioni, chissà.
Nella Sicilia ‘lombarda’ (nel senso del governatore Raffaele Lombardo), povera Trinacria, all’orizzonte ci sono addirittura due impianti: uno a Priolo (come dire? Piove sul bagnato) e uno, connubio perfetto con il panorama, di fronte alla Valle dei Templi di Agrigento.
Così gli abruzzesi della costa teatina non potranno più lamentarsi commentando gli obbrobri, chimati piattaforme petrolifere, visibili a occhio nudo dalle loro ex incontaminate coste.
Con notevole umorismo, Enel, promotore del rigassificatore agrigentino sostiene che “sarà invisibile dalla casa di Pirandello”. Certo, gran parte della struttura verrà interrata sul fondale; permane sempre il dubbio sulla subsidenza e sul fatto che non è plausibile paragonare l’impatto ambientale di questi agglomerati industriali a quelli di edifici, magari inestetici, ma ‘urbani’.
Originale poi la teoria del ‘lontano dagli occhi lontano dal cuore’, come se la pericolosità e la sostenibilità ambientale di tali strutture dipendessero dalla visibilità da parte dei cittadini.
Cittadini spesso all’oscuro delle manovre che queste compagnie orchestrano insieme al governo e, ancora più riprovevole, con la complicità delle amministrazioni locali. I ‘sudditi’ hanno il diritto di esprimere la loro adesione o il loro rifiuto a questi progetti attraverso lo strumento del referendum; previa opportuna e circostanziata informazione da parte degli amministratori della cosa pubblica. Peccato che spesso (sempre) la documentazione fornita da multinazionali e grandi gruppi dell’energia sia composta da faldoni zeppi di dati tecnici incomprensibili e sia spuria dell’obbligatoria sintesi ‘non tecnica’ per consentire ai profani la comprensione di quanto dovrebbe avvenire sulle loro terre e sui loro mari.

Tra pozzi di petrolio, rigassificatori, flotte di metaniere che dal Golfo arabico raggiungeranno le nostre coste non si può più, per ovvi motivi, nemmeno accendere il proverbiale cero per chiedere protezione ai santi.
I veri padroni d'Italia: Eni, Enel, Finmeccanica, Gheddafi...
post pubblicato in Società&Politica, il 26 agosto 2009
di Hermes Pittelli ©  


 Italiani popolo di Pulcinella, di Pupi nelle mani di pochi furbi politici e loschi industriali.
Solo così si spiega la sceneggiata che la pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolori sarà costretta ad allestire in Libia.
Mentre tutto il mondo civile prende le distanze da Tripoli che ha festeggiato come un eroe l'attentatore di Lockerbie, ecco che l'Italia ancora una volta si pone al di fuori della Storia e del comune senso del pudore, della moralità, della legalità. Tra l'altro, è la seconda volta in un breve arco temporale che facciamo 'alterare' la Casa Bianca.
Inutile quindi, come fanno Berlusconi e i suoi seguaci, intonare lo sciocco e insostenibile refrain delle 'critiche ideologiche strumentali'. Sembra che in Italia il diritto di critica e il dovere delle istituzioni a rispondere alle istanze dei cittadini siano esercizi prescritti, cestinati, esautorati.
Quando si levano voci di dissenso all'ordine unico che cala dall'alto ecco i corifei che distribuiscono le veline ciclostilate con la formuletta per non rispondere alle questioni sul tavolo, e per indottrinare i sudditi rintronati.

Un po' come accade in Abruzzo, dove il governatore Gianni Chiodi fa orecchie da mercante nei confronti dei comitati civici e ambientalisti che da mesi pretendono una posizione chiara e coerente sulla deriva petrolifera che dal I gennaio 2010 (quando scadrà la moratoria sulle attività estrattive) trasfomerà l'ex regione più verde d'Europa in una tetra trafila di pozzi di petrolio e infrastrutture per la lavorazione e il trasporto del letale veleno; per la gioia e il profitto dei soliti noti.

L'Italia si genufletterà quindi al cospetto degli stivali di Gheddafi, li leccherà con gusto per rendere omaggio ai primi 40 anni di dittatura del nostro fedele, soprattutto ricco e spregiudicato, 'alleato'. Quello che con metodi democratici e liberali ha promesso, dietro lauto compenso pagato dall'allocco cittadino italico, di difendere le nostre coste dagli sbarchi dei migranti (non hanno la forza di respirare, ma certi razzisti xenofobi li descrivono come pericolosi lestofanti in grado di mettere a ferro e fuoco l'Italietta).
Ma i veri motivi della spedizione libica sono altri. I veri motivi sono riconducibili a nomi famigerati, sempre gli stessi. Lo spiega bene un articolo del 25 agosto 2009 pubblicato su La Repubblica. Eni Enel Telecom Finmeccanica (per tacere di Impregilo, non citata ma sempre presente). E poi anche Unicredit. Insomma cerchiamo di tenerci buono il Colonnello che ha irrorato con i suoi capitali le casse di queste gloriose aziende tricolori.
Aziende che non contribuiscono in alcun modo a creare progresso e benessere per il Paese, anzi inseguono profitti che vengono spartiti solo tra i privilegiati dei consigli d'amministrazione. Naturalmente, previa donazioni private, 'lubrificanti' e riconoscenti ai politicanti che favoriscono il loro volano di business. Aziende che da manuale del perfetto liberista dovrebbero assumere su se stesse il rischio d'impresa, invece sanno sempre di poter contare, in caso di disastro causato da geniali manager, sul paracadute dello Stato, cioé del cittadino italico contribuente (i fessi che pagano tasse e bollette!).

Chissà quale shock, quale tsunami economico, sociale, politico, culturale potrebbe avere l'effetto di risvegliare il popolo italiano dal letargo. Si narra che l'italiano si attivi solo quando gli mettono le mani in tasca e qualcuno tenta di invadere il suo orticello.
Ebbene, evidentemente non funziona più nemmeno questo sistema. Il cervello dell'italiota è stato anestetizzato e polverizzato così bene che le reazioni neuronali sono ormai annichilite. Queste truffe, questi raggiri sono lapalissiani. L'arroganza della politica e dell'imprenditoria all'italiana è tale da dispiegarsi nella propria geometrica potenza alla luce del sole.
Ad esempio, la notizia dei salassi sulle bollette energetiche, in arrivo per il mancato rispetto del protocollo di Kyoto, non è un mistero. La Professoressa D'Orsogna analizza in modo lucido la sperequazione di trattamento da parte delle istituzioni nei confronti delle multinazionali e dei cittadini. All'Eni o alla Saras dei Moratti, multe ridicole per aver violato le norme sulla tutela ambientale, a 'Pantalone' l'obbligo di sobbarcarsi l'onere delle ammende pecuniarie causate dagli intrallazzi di imprenditori e politici recalcitranti al rispetto delle regole e restii a progettare un futuro sostenibile, sano, giusto.
In sostanza, il cittadino italiano pagherà 40 euro in più nel 2010. Il governo invece di porre rimedio concreto al problema multando le società elettriche che non rispettano i vincoli legati alle emissioni di CO2, invece di pianificare strategie energetiche incentrate sulle fonti rinnovabili, non trova di meglio che imputare all'esecutivo targato Prodi questa ennesima onta tricolore: Prodi reo di non aver saputo 'contrattare' in sede europea un tetto di emissioni inquinanti più alto.
La nostra solita mentalità meschina e truffaldina. Una legge si rispetta o si infrange; non la si può adattare agli interessi particolari di pochi 'amici' a danno del bene comune.
Del resto, il ministro dell'Ambiente Prestigiacomo è sempre in prima fila nell'opera pia di giustificazione e protezione delle industrie più inquinanti; era stata proprio lei a dichiarare che il protocollo di Kyoto è troppo rigido e che avrebbe penalizzato in modo iniquo le grandi aziende che fanno prosperare l'Italia (?).

L'italiota medio non solo non si scuote più davanti alla sottrazione indebita dei suoi risparmi, ma nemmeno quando gli avvelenano l'ambiente in cui vive.
Perfino gli scienziati cinesi, osservando la velocità spaventosa con cui si stanno sciogliendo i ghiacciai del Tibet, hanno dovuto ammettere che i gas serra stanno alterando in modo drammatico il clima del pianeta e che se non mutiamo drasticamente le nostre abitudini energetiche, rischiamo il collasso globale entro 10/15 anni. La Cina si prepara quindi al summit climatico di Copenhagen con un atteggiamento più flessibile per salvare economia e natura.

In Italia discutiamo sul sesso degli angeli, per non agire, per lasciare inalterate le storture che ingrassano la congrega del magna-magna.
Non ci interessa nemmeno il futuro che lasceremo in eredità ai nostri figli.
Chissà perché in Italia i tumori infantili crescono ad un ritmo vertiginoso, doppio rispetto al resto d'Europa e agli Stati Uniti. Recenti ricerche scientifiche, come sempre occultate da politica e media asserviti, hanno dimostrato che estrazione e lavorazione di idrocarburi, tetti in amianto, industrie siderurgiche, antenne dei telefonini, cementifici, inceneritori, centrali a turbogas sono responsabili dell'aumento delle patologie tumorali, delle mutazioni genetiche, dell'avvelenamento dell'ecosistema. L'Espresso ne ha parlato due anni fa, ma il clamore non c'è, o è stato spento in fretta. Soppiantato da qualche inchiesta sulle nuove mete turistiche degli italiani o sui gusti sessuali delle divette tv.

Il dibattito verte sull'incapacità dell'ex governo 'comunista' di strappare a Bruxelles il permesso per le nostre industrie di avvelenare l'aria e la natura (e contribuire alla distruzione del pianeta) un po' di più.
Intanto andiamo in ginocchio da Gheddafi perché abbiamo preso un impegno, d'onore, e si sa che noi gli impegni li rispettiamo.
Ad ogni costo.
Tanto il Colonnello ha promesso che la festicciola sarà tutta a carico suo; tranne le spese per... la benzina, ovvio.

UN DITTATORE PER AMICO, MILIARDI DI MOTIVI...
post pubblicato in Società&Politica, il 12 giugno 2009
 


foto tratta da
http://impertinenza.blogspot.com/2008/07/boicottiamo-la-tamoil.html


di Hermes Pittelli ã


 Dopo The Big Brother ('1984', pubblicato per la prima volta 60 anni fa), The Brother Leader.
Ovvero il nostro amicone Gheddafi, il Fratello Leader, secondo la definizione che lui stesso fornisce di sé, nella sua immensa saggezza, sul suo sito personale. Sito che raccoglie la summa delle sue ispirate riflessioni e della visione del mondo dalla tenda nel deserto.

Noi italiani, proni e cialtroni più che mai, lo abbiamo accolto con scene degne di una farsa d’avanspettacolo mal riuscita; un campionario di situazioni grottesche e surreali che nemmeno Woody Allen, ‘il dittatore dello stato libero di Bananas’, avrebbe potuto concepire.

Però, forse esistono miliardi (in euro e dollari) di buoni motivi, per coprirci ancora una volta di vergogna e ridicolo. I buoni motivi stanno a cuore più ai soliti noti che ai cittadini semplici. Tradotto: i vantaggi della generosa assoluzione che il Rais ci ha accordato per la nostra epoca coloniale e della neonata amicizia italo-libica finiranno nelle tasche della consueta cricca di furbetti.

Si parla di Gheddafi e si sente olezzo di zolfo. Atmosfera luciferina? No, gas e petrolio. E nell’aere il vento del deserto sussurra nomi musicali: Eni, Enel, Tronchetti Provera (amico e socio dei Moratti)...

Dunque, “la Libyan Investment Authority (LIA) è un’organizzazione governativa libica fondata il 28 Agosto 2006 dal General People's Committee of Libya (GPCO) per gestire i proventi del fatturato legato al petrolio della Libia e diversificare la dipendenza del reddito del paese. LIA è una holding che gestisce fondi d'investimento del governo che provengono dall'industria del petrolio e del gas in varie aree del mercato finanziario internazionale. LIA è responsabile dei beni della Libyan Arab Foreign Investment Company (LAFICO) e di Oilinvest. Altre attività della LIA sono relative all'Economic and Social Development Fund (ESDF), che gestisce proprietà in Libia a beneficio della popolazione libica”.

La Libia ha affidato a Mediobanca il ruolo di Virgilio (guida, nei gironi infernali in questo caso) per concretizzare gli investimenti libici in Italia e il fondo d’investimento gheddafiano proprio a marzo ha chiesto, ottenendo una risposta entusiastica, a fratel Marco Tronchetti Provera, responsabile di qualche dissesto e scandaluccio in ambito Telecom, di entrare a far parte del proprio board commitee.

Marco Tronchetti, è uno dei vicepresidenti di Mediobanca, “gruppo bancario leader in Italia da 60 anni”, gruppo capitanato da un certo Cesare Geronzi (anche lui, come il Colonnello, amico di Andreotti, nonché editore di successo, nonché petroliere con l’Italpetroli che controlla il 67% della Roma Calcio, nonché implicato, certo per errori giudiziari, nei crac Parmalat, Cirio, Italcase e nell’affaire Telecom. Uff!).

Spulciando nel consiglio d’amministrazione, spuntano altri nomi importanti: Tarak Ben Ammar (produttore cinematografico, proprietario di Sportitalia, amico fraterno e socio arabo di Berlusconi), Marina Berlusconi (ma no!) figlia vera di 'Papi', Gilberto Benetton (la famiglia dei maglioni colorati, proprietaria di Autostrade Spa e con interessi ramificati in Patagonia dove espropria i mapuche dalle loro terre), Ennio Doris (quello che ti costruisce la banca intorno, anche lui socio del Cavaliere), Jonella Ligresti (rampolla di un’altra famiglia con tanti interessi: Fondiaria Sai, Immobiliare Lombarda che nel 2007 si è comprata un buon pezzo dell'isola La Maddalena, Premafin Finanziaria, Rcs Media Group, ecc. il patriarca Salvatore, non c’è bisogno di pubblicare intercettazioni, nel 1992 fu coinvolto in Tangentopoli), e tanti altri.

Arriviamo al nodo gordiano della questione. Paolo Scaroni, gran mogol di Eni, quel mostriciattolo a sei zampe fondato da un corruttore di straordinaria onestà personale, a maggio si era lamentato per lo yo-yo del prezzo del greggio; un’altalenanza che danneggerebbe tutti (chi?), un’oscillazione così imprevedibile e molesta da spingere l’amministratore delegato della bad oil company a invocare un ‘dogwatch’.
Forse il cane da guardia, ruolo svolto un tempo dal giornalismo, servirebbe per smascherare le attività criminose dei petrolieri e dei governanti loro amici.
Almeno in Italia.
Citare ancora una volta il triangolo della morte Agusta Melilli Priolo in Sicilia, Falconara nelle Marche, Manfredonia in Puglia, la Basilicata e la deriva petrolifera che sta attanagliando l’Abruzzo sembra un crudele rimestare il coltello nella piaga, ma la coscienza civile e politica dei cittadini italiani resta sopita.

Oggi, Scaroni esulta perché il prezzo dell’oro nero è tornato sui 70 dollari al barile, un prezzo che lui ritiene giusto; e nella gioia annuncia il lancio, avallato dalla Consob, di un bond del valore pari a 1 miliardo di euro (raddoppiabile in caso di forte domanda) riservato ai fortunati risparmiatori italiani. Ai quali la parola bond forse causerà più di qualche ulcera perforante.
Ma c’è da sfruttare l’effetto Gheddafi. Eni, per sua e nostra fortuna, è entrata nelle grazie del Rais.

Così Claudio Scajola, il ministro delle attività produttive che sta cedendo per trenta denari le nostre terre e i nostri mari ai petrolieri che devasteranno a dovere ecosistema e salute umana, conferma che il fondo d’investimento libico guarda ad Eni ed Enel con molta simpatia e pupilla a forma di dollaro. Hanno molta liquidità (dispongono in patria di ricchi giacimenti di petrolio e gas) – analizza Scajola – e vogliono investire in diversi settori industriali italiani”.
Decisioni e annunci che al cittadino dovrebbero far tremare i polsi.
Con i
nostri comportamenti politici, nella vita pubblica, civile, sociale, attiriamo solo scherno e compatimento dal resto del mondo: Usa, Spagna, Germania, Francia, Inghilterra.

L’accordicchio con il furbo dittatore arabo è servito a lui per farsi propaganda in Libia, a qualcuno dei nostri campioni politici e imprenditoriali per lucrare, non avrà effetti benefici per i cittadini semplici: condanneremo ad una sorte terribile i migranti, continueremo a far inquinare le nostre terre e i nostri mari ai petrolieri, autorizzandoli a esportare danni anche all’estero (tipo Nigeria o Ecuador).

Gheddafi nuovo amico del popolo italiano, dunque.
Ma forse, sempre per restare nelle metafore orwelliane, più amico di certi italiani.

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