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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Vandana Shiva: Sette generazioni di pratiche virtuose per salvare (forse) la Terra
post pubblicato in Ambiente, il 14 settembre 2017


testo e foto di Hermes Pittelli ©

 

 La Terra non potrà mai perdonarci 70 volte 7, come da precetto evangelico; troppe volte, negli ultimi decenni, l’abbiamo offesa, infliggendole ferite quasi mortali.

Servirebbero, invece, almeno 7 generazioni dotate di volontà e di capacità per progettare e attuare buone e virtuose pratiche in grado di guarirla e, forse, di salvarla. Sette generazioni!

Questa la convinzione di Vandana Shiva, ambientalista e attivista indiana, nota universalmente per l’impegno di una vita spesa nelle battaglie per tutelare il pianeta dallo sfruttamento distruttivo delle multinazionali e le comunità di contadini indiani dall’imperialismo del mercato globale.

La globalizzazione è entrata nel lessico comune da circa 20 anni, ma esiste da almeno 5 secoli. Le guerre sono sempre esistite, i piccoli o grandi avventurieri, dalla scoperta di Colombo in poi, anche. In India, la prima forma di corruzione ammontò a 10 rupie”.

Non solo: “I modelli di comportamento del vituperato colonialismo sono stati replicati identici dalla lodata globalizzazione moderna: nessuna tassa per gli invasori e gli sfruttatori, contadini locali ridotti alla fame”.

Come sempre, la riscossa e la capacità di reagire nonostante la soverchiante forza degli avversari, parte dalle Donne: “In India sono state le Donne le prime a mobilitarsi, a organizzarsi in un movimento di protesta e azione per garantire agli agricoltori indigeni libertà di coltivazione, che poi si è tradotto in una battaglia di libertà tout court”.

In questa manifestazione letteraria e di libero pensiero chiamata Pordenonelegge.it, in ogni edizione, gli ospiti hanno spesso sottolineato l’importanza delle parole, del loro significato, la capacità di difenderle e utilizzarle bene per descrivere la realtà. Anche Vandana Shiva lo conferma: “Attenzione a non confondere la globalizzazione con il concetto di cittadinanza globale; la prima è solo uno strumento, un fenomeno economico creato dalle multinazionali per dominare il mercato mondiale”.

Nonostante le strategie delle companies siano un autentico pericolo globale, la studiosa indiana  riesce a scherzare: “In India il commercio esisteva anche prima del loro arrivo. Tessile, agricolo: le nostre sete e le nostre spezie erano apprezzate a Londra e a Venezia! Noi purtroppo siamo rimasti vittime di una svista di  Cristoforo Colombo…”.

Bisognerebbe rammentare la Storia, senza inopportuni, strumentali aggiustamenti, imparare dal passato a non commettere sempre gli stessi errori, a non finire preda degli stessi vetusti tranelli.

Gli inglesi divennero invidiosi delle immense ricchezze che i reali di Spagna carpivano al Sudamerica, per questo affidarono a una delegazione di 360 avventurieri, con il benestare e l’intercessione della nobiltà, la richiesta alla Regina di concedere il via libera alle imprese di colonizzazione”.

Il feticcio del libero mercato, quello che secondo i presunti geni dell’economia sarebbe in grado di autoregolamentarsi, “non è altro che una strategia per annientare le piccole economie locali. Gli inglesi distrussero il fiorente commercio indiano tessile, giungendo perfino a amputare i pollici delle donne indiane, in modo da impedire loro non solo di filare, ma perfino di tramandare la tecnica di lavorazione della seta”.

Shiva rammenta l’anno della svolta, per il mondo dell’agricoltura e per la sua vita: il 1987. All’epoca, le corporations della chimica, decisero di invadere il mercato di antiparassitari e fertilizzanti chimici. “La mia battaglia è cominciata in quel momento. Perché non si trattava di opporsi solo allo smercio di veleni, ma anche alla pretesa di estendere la proprietà intellettuale sui semi per poi costringere i contadini a utilizzare gli ogm. Costoro non hanno inventato nulla! Chi può ergersi a padrone della Vita?”.

Nell’ottica del ‘libero mercato globale’, Monsanto sarebbe l’azienda che ha creato i semi (sembrerebbe una vecchia barzelletta sui matti, se non si trattasse di una tragedia moderna).

Una rivendicazione folle e distorta, eppure la multinazionale americana (talvolta con l’appoggio di qualche piccolo agricoltore locale che ha completamente travisato il fine ultimo di queste vertenze…) sempre spesso intenta cause legali contro i contadini indigeni, in particolare quelli indiani.

I semi sono il simbolo dell’auto organizzazione della vita, come si può mettere un brevetto e un marchio su questo? Piante, animali, sementi non sono invenzioni, sono il frutto dell’evoluzione e della complessità della Natura. Monsanto è solo interessata vendere i propri prodotti e a intascare le relative royalties”.

Le strategie di Monsanto sono note, la stessa Vandana Shiva le ha descritte nel saggio di denuncia ‘I semi del suicidio’. “In India 300.000 contadini hanno preferito togliersi la vita, dopo essersi resi conto che i debiti contratti con la multinazionale non si possono estinguere mai”.

Nonostante l’evidenza delle pratiche al limite della legalità e dell’umanità, nessun governo o organismo internazionale appare in grado, o anche solo intenzionato, a bloccare l’arroganza delle companies. “Solo io e … Trump vogliamo uscire una volta per tutte dalla globalizzazione! In realtà, lui dice questo per deresponsabilizzarsi. Ormai tutti hanno verificato che le roboanti promesse della globalizzazione, lavoro e ricchezza per ogni essere umano, erano falsità che ci hanno portati a maggior disoccupazione, aumento della povertà, quasi totale distruzione della biosfera”.

La forbice, il divario tra ricchi e poveri è diventato più ampio che mai, incolmabile. soprattutto, mai nella storia si era verificata una tale concentrazione di risorse e quindi di potere decisionale (di vita o di morte) nelle mani di sole 8 persone sul Pianeta, quelle che nel 2016 sono state indicate come le dominatrici di quasi il 90% delle ricchezze disponibili.

La finanziarizzazione dell’economia e la continua deregulation pretesa e imposta dalle multinazionali, puntano a un obiettivo preciso:privatizzare tutto, salute, scuola, perfino la democrazia”.

Tutto questo avviene sotto i nostri occhi, spesso con la nostra collusa ignavia e/o passivo disinteresse. “La libertà e la democrazia stanno diventando merci rare e preziose, appannaggio dei pochissimi che potranno comprarsele. Le leggi e perfino le Costituzioni sono state stravolte e depotenziate dall’interno”.

Il quadro è catastrofico per le sorti dell’Umanità, ma Vandana Shiva non cede al pessimismo e alla rassegnazione: “Possiamo ancora opporci, possiamo lottare, adottando la strategia che ci ha insegnato Gandhi. Costruiamo il telaio da soli, ognuno impari a tessere la propria tela. Esiste un movimento transnazionale di liberazione dei semi  - http://seedfreedom.info/per dire basta a combustibili fossili, ai pesticidi, al glifosato (micidiale erbicida targato Monsanto, ndr) che inquinano la Terra e ci uccidono. Per riconquistare la libertà di coltivare con i semi naturali e di nutrirci in modo sano. Io sono in disaccordo con il mio amico astrofisico Hawkins, non possiamo pensare di colonizzare altri Pianeti. Dobbiamo lottare qui e ora per salvare il nostro, unico mondo disponibile. La democrazia della Terra è sinonimo di libertà della VitaCompiere le scelte giuste oggi e praticarle per 7 generazioni è l’unica via”.

Un solo piccolo seme (naturale) è davvero il simbolo della resistenza, della resilienza, della Vita. Nonostante tutto.

Sperando che attecchisca soprattutto nei cuori e nelle menti dei tanti Giovani che anche stavolta sono accorsi a Pordenonelegge per ascoltare le parole di Vandana Shiva.

Loretta Napoleoni, il contagio della primavera araba per la nuova democrazia
post pubblicato in Società&Politica, il 17 settembre 2011

di Hermes Pittelli ©


Volevamo esportare la democrazia, come una merce del mercato globale.
Invece, riposta la tipica arroganza occidentale per manifesta inferiorità, forse saremo costretti dagli eventi e dalla terza rivoluzione industriale (quella ipertecnologica) a impararla dal mondo arabo.
Ne è convinta Loretta Napoleoni che lo ha anche scritto e spiegato con dovizia di dati e motivazioni in un libro – Il contagio. Perché il mondo arabo ci insegnerà la democrazia, Ed. Rizzoli - che Giuseppe Ragogna, vicedirettore del Messaggero Veneto ha definito “tagliente e cattivissimo”.
Forse perché ci costringe a pensare, ci mette con le spalle al muro, non offre compromessi o accondiscendenze nei confronti della nostra pigrizia mentale, civile e politica.
In cambio di un quieto vivere sempre più precario ci siamo arresi alle oligarchie economiche, finanziarie e politiche che dietro la parvenza della democrazia si sono impossessate dei diritti e delle risorse che appartengono a tutti noi.

Napoleoni, economista e giornalista, esperta di strategie anti terrorismo, consulente per BBC e CNN, editorialista per ‘El Pais’, ‘Le Monde’, ‘The Guardian’, ‘Internazionale’, ‘l’Unità’, ‘Il Caffè’, ‘L’Espresso’ da Pordenonelegge.it lancia apparenti paradossi: nel mondo arabo le rivolte sono scoppiate per ottenere la democrazia, in Europa (pensiamo al movimento più forte e attivo, gli Indignados spagnoli) contro la democrazia (contro la degenerazione della democrazia).
Si è creato un ponte tra le sponde del Mediterraneo: dal mondo arabo alla Spagna per influenzare il resto dell’Europa occidentale e tornare poi al sud, a Tel Aviv dove i giovani hanno eretto una tendopoli per protestare contro il proprio governo.
Essi sono a favore della nascita di uno stato palestinese e chi paventava anche in questo caso infiltrazioni o manipolazioni da parte del fondamentalismo islamico è stato smentito. Secondo Napoleoni la dimostrazione che “per 10 anni, dall’11 settembre 2001 ad oggi, i governi occidentali hanno somministrato ai cittadini una propaganda della paura per varare leggi sempre più restrittive dei diritti che mai avrebbero potuto far approvare senza lo spauracchio del terrorismo”.

La società civile nel mondo arabo ha iniziato la propria riscossa grazie agli strumenti di comunicazione tecnologica, media che stanno conferendo potere alle masse anche se queste non sono ancora completamente consapevoli del fenomeno in atto.
Napoleoni ammette che l’Italia, come fosse isolata da una campana di vetro, è indietro rispetto alla vicina Spagna, ma la campagna dei quattro referendum primaverili ha mostrato che anche il Belpaese si è lentamente messo in moto.
"I fenomeni del precariato, del mercato nero e dei sostegni garantiti dai risparmi delle famiglie hanno funzionato da cuscinetto ammortizzatore rispetto a rivolte come quella degli Indignados".
Ma l’insoddisfazione, la rabbia sociale e l’indignazione stanno montando.

Se la volontà della società civile attraverso twitter, facebook, gli i-phone e gli smartphone ha portato alla mobilitazione di massa causando il naufragio di dittature feroci e decennali come quelle di Ben Alì, Mubarak e Gheddafi, forse presto riusciremo ad archiviare come l’incubo di una notte le figurine mediocri che da 20 anni, riciclandosi, ci hanno condotti sull’orlo del baratro.
Solo però quando dimostreremo di aver capito la lezione più importante: la democrazia è il miglior sistema di governo finora conosciuto (o il meno peggio, in versione pessimistica) ma è esposto alle degenerazione, non è mai un diritto acquisito una volta e per sempre, ma si difende e (ri)costruisce giorno per giorno.

Siamo sicuri (ennesima provocazione o altro stimolo alla riflessione?) che uscire dall’euro sia una catastrofe per l’Italia? Non sarebbe meglio affidarsi ad un “default pilotato”? Siamo certi che una classe dirigente responsabile e complice della catastrofe economica sia ora in grado di riparare i guasti?
L’Italia è riuscita a rispettare i parametri di Maastricht solo negli anni '90 del 1900 quando ha compiuto lo sforzo per raggiungere l’ingresso nella moneta unica, poi ha ripreso allegramente a moltiplicare a dismisura il proprio debito pubblico, come e più di prima. L’Unione Europea non ha l’autorevolezza, né si è mai preoccupata di dotarsi degli strumenti adeguati per far rispettare il rigore e l’equilibrio economico-finanziario.
Napoleoni rammenta un caso limite, quello del Belgio: da un anno e mezzo senza governo, l’economia del paese viaggia a vele spiegate, inanellando continui record di crescita; perché la cittadinanza si è affidata ai famigerati (almeno in Italia) ‘tecnici’.
Un segnale, forse: nel prossimo decennio potrebbe estinguersi la politica come l’abbiamo conosciuta dal 1800 fino ad oggi; i cittadini, gli unici davvero in grado di sapere e capire le esigenze dei territori daranno vita a reti sempre più fitte, complesse e intelligenti, affidandosi per le scelte strategiche a persone competenti, Scienziati e Tecnici.
I politici hanno fallito ad ogni latitudine del Pianeta, dimostrando lacune culturali e caratteriali.

Democrazia 2.0, ci salverà uno smartphone?
Solo se useremo il nostro cervello e integreremo il pensiero con pratiche concrete e virtuose; non affidandoci esclusivamente alla sim card.

Buon compleanno, ‘Re Publica’
post pubblicato in Società&Politica, il 2 giugno 2010

(piccola preghiera laica)






di Hermes Pittelli ©


 Non comprendo perché il compleanno della Repubblica sia ancora celebrato con una parata militare.

Articolo 11 della Costituzione: l’Italia ripudia la guerra.

Ci esaltiamo per cingolati e strumenti di morte come fosse un retaggio del regime o un auspicio per un potenziale futuro sempre incombente, schegge di un passato che non riusciamo ad archiviare perché ancora non abbiamo fatto i conti con la nostra coscienza?

Questa grottesca sfilata mi fa pensare (parallelismo solo 'coreografico', per nostra fortuna) alle muscolari e tragiche esibizioni di geometrica potenza della Corea di Kim Yong Il o della Cina pseudo repubblicana,
colosso economico non democratico.

E se volessimo davvero bene agli uomini e alle donne che hanno scelto di indossare una divisa non li manderemmo a morire per proteggere gli interessi delle multinazionali.

Se volessimo bene a questa Repubblica non avremmo ministri pagati (lautamente) dai cittadini, pronti ad usare la bandiera come carta igienica e fieri di rappresentare una fantomatica nazione straniera.

Se volessimo bene alla nostra Repubblica non devasteremmo la sua Costituzione, la sua Natura, la sua Cultura, il suo Territorio.

Se amassimo la Repubblica, in tempi di crisi dovremmo amare ancora di più la Verità e la Legalità (presupposti di Libertà e Democrazia);

invece di tagliare dovremmo moltiplicare i finanziamenti alla Ricerca, allo Studio, all’Arte, ai Servizi sociali e alla Sanità.

Se amassimo la nostra Repubblica, fischieremmo un calciatore di serie A che, reso orfano dalla camorra, invece di condannare pubblicamente la criminalità organizzata e la violenza in genere, critica chi denuncia gli sporchi affari della malavita.

Se amassimo la Repubblica, pretenderemmo politici con tre sole caratteristiche: intelligenza, competenza, onestà.
Con quattro punti base di programma, indipendentemente dall’orientamento politico: acqua potabile pubblica, energia da fonti rinnovabili, cultura per tutti, lotta senza quartiere ad ogni tipo di crimine (dall’evasione fiscale, alla corruzione, all’associazione di stampo mafioso).

Buon compleanno mia amata, odiata Repubblica.
Incolpevole vittima delle colpe dei tuoi scellerati figli.

Ancora incerto se augurarti un'estrema catarsi dal morbo che ti affligge come quella che auspicava per Te il sommo Pasolini:
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo”.

In un anfratto dell’anima in frantumi, spero ancora che sia Tu a guarirci:
libera nos a malo, se puoi,
Re Publica.

Abruzzo e petrolio, la Spoon River di politica e informazione
post pubblicato in Ambiente, il 28 gennaio 2010
Ortona, 7 gennaio 2010. La Prof. D’Orsogna, afona, ‘parla’ per interposta voce del rischio petrolizzazione che incombe sulla Costa dei Trabocchi. La politica locale è assente o rivendica improbabili conversioni ambientaliste dell’ultima ora. La Provincia di Chieti si fa rappresentare dall’Assessore Di Martino, storico sostenitore del centro oli targato Eni. In rete si discute di fantomatiche risse, invece del pericolo idrocarburi


di Hermes Pittelli ©


La Spoon River della politica abruzzese è andata in scena alla sala Eden di Ortona.
L’opera di Edgar Lee Masters è un capolavoro di poesia e letteratura, mentre nel nostro caso parliamo di una deprimente passerella per rivendicare meriti e battaglie immaginari.
Il 7 gennaio 2010, la conferenza organizzata da Gaetano Basti (ex direttore dell’Arta di Pescara che fornì parere favorevole al Centro Oli Eni, ndr), editore della rivista D’Abruzzo, per informare la popolazione sui rischi connessi ai progetti petroliferi che minacciano la Costa dei Trabocchi, ha preso una piega inaspettata e sconfortante.
La relazione principale è stata affidata alla Professoressa D’Orsogna, afona, in quanto reduce da un incontro a Monopoli dove per tre ore aveva illustrato i pericoli che incombono anche sulla Puglia a causa delle trivelle assetate d’idrocarburi. In Puglia, grazie all’impegno del Ctg Egnatia monopolitano, le relazioni scientifiche della Erin Brockovich abruzzocaliforniana sono state ascoltate in modo così attento che il governatore Nicky Vendola, non solo ha definito le piattaforme “una schifezza”, ma ha presentato ricorso al Tar per proteggere i mari regionali; e pochi giorni dopo, ha trionfato alle primarie del Pd (sarà un caso?).

A Ortona, a supporto di Maria Rita D’Orsogna, l’ingegner Giambuzzi con l’ingrato compito di spiegare gli aspetti più tecnici della legislazione italiana che dovrebbe regolamentare le attività petrolifere e la tutela della salute dei cittadini e dei territori.In sala, politici locali in ordine sparso.
Il tema non interessa al Consiglio municipale di Ortona che diserta in massa la serata. ‘Scalda’ poco anche Enrico Di Giuseppantonio, presidente della Provincia di Chieti, il quale preferisce correre alla presentazione dell’ennesima biografia dedicata all’ex ministro Remo Gaspari (nostalgico dell’epoca in cui l’Eni decideva d’imperio le strategie ambientali regionali, senza tante discussioni).
Ci sono anche amministrazioni che stanno partecipando alla battaglia contro la petrolizzazione senza esitazioni, come ad esempio i Comuni di S. Vito Chietino, Pineto, Treglio, Fossacesia, Casalbordino, Lanciano, Francavilla e Vasto.

A rappresentare la Provincia, Remo Di Martino, assessore al Turismo e alla Cultura. L’esposizione principale è stata affidata a me che per una sera ho indegnamente prestato la voce alla Prof. D’Orsogna; esposizione poco efficace per colpa mia che mi sono esposto volentieri alla brutta figura per la stima professionale e umana nei suoi confronti, ma che non dispongo delle stesse competenze scientifiche né comunicative. Dopo le relazioni, il fattaccio.
L’Assessore Di Martino prende la parola; qualcuno in sala rumoreggia, ma senza "frizzi", né "lazzi". L’avvocato ortonese forse confonde l’istituzione che è venuto a rappresentare e comincia un’infervorata difesa del Consiglio municipale sulla vicenda del centro oli. Ci tiene a sottolineare anche l’impegno di Enrico Di Giuseppantonio nella battaglia contro la petrolizzazione.
Peccato che le osservazioni presentate dalla Provincia di Chieti contro i progetti petroliferi siano state elaborate e scritte da cima a fondo dalla Prof. D’Orsogna; la Provincia si è limitata ad apporre il proprio logo, il timbro con la data e la firma, quella sì di proprio pugno, del Presidente. Nemmeno una citazione, né un ringraziamento per il lavoro della Scienziata; la quale, sentendo l’Assessore proclamarsi fiero oppositore del centro oli da tempi non sospetti, abbandona momentaneamente il tavolo dei relatori.
Nessuno ha impedito al rappresentante della Provincia di Chieti di esporre il suo pensiero. Il torto di Maria Rita D’Orsogna è di ragionare con i canoni della democrazia americana; alfabeto sconosciuto a queste latitudini, dove siamo ormai così proni e rassegnati agli inciuci da non renderci più nemmeno conto che ci stanno scippando (grazie alla nostra acefala passività) diritti, salute, risparmi, terra, il futuro dei nostri figli.
Inspiegabile poi la fantasiosa ricostruzione della serata offerta da un popolare quotidiano elettronico abruzzese che, senza inviati in loco, ha raccontato di una quasi rissa tra la Scienziata e l’Assessore Di Martino. E’ sufficiente consultare un vocabolario etimologico (o i testimoni della serata) per sgonfiare questa versione sensazionalistica. Un diversivo molto utile a coloro che preferiscono mantenere una coltre di nebbia sull’argomento, per interessi personali o per responsabilità dirette nell’immobilismo delle istituzioni.
Sul web si sono anche scatenati alcuni franchi tiratori, alcuni sciacalli che da tempo aspettavano nell’ombra per gettare discredito sulla Scienziata; sicari di bassa lega animati da fedeltà clientelari e da invidie ataviche.

Ma davvero sorprendenti restano le tesi dell’Assessore Di Martino che partecipa alle passeggiate ecologiche e stanzia fondi per l’edificazione di nuovi trabocchi (con vista sulle piattaforme petrolifere?); ha forse rimosso dalla memoria quanto lui stesso affermava sul progetto Eni in una lettera inviata al giornalista Lannes, collaboratore e inviato del quotidiano La Stampa di Torino: “Vedo di cosa si tratta e sembra una cosa non buona, ma straordinaria!” (Missiva datata 11/11/2008, pubblicata sul suo blog il I aprile 2009).
Sostiene Di Martino di essere venuto a conoscenza di questo progetto solo alla fine del 2006, su incarico del sindaco Nicola Fratino che non voleva occuparsi della questione per non essere tacciato di conflitto d’interessi.
E i cittadini presenti in sala? Muti come pesci. Qualche mugugno, nessuno che si prenda la briga di evidenziare l’incongruenza solare delle tesi esposte, di chiedere all’Assessore e agli altri politici quando si è concretizzata la miracolosa conversione sulla via dell’ambientalismo, cosa stiano facendo concretamente, con prese di posizione ufficiali e provvedimenti per difendere i mari e i territori abruzzesi.
Cittadini che poi in rete scrivono di essere contenti perché anche chi non aveva ancora capito l’ambiguità di certi amministratori ha potuto verificarla di persona.
La vera democrazia non funziona così e questa è stata solo l’ennesima occasione sprecata per ricominciare ad esercitarla sul serio.

Tornando all’avvocato Di Martino, alla fine di ottobre del 2007 raccontava: “Stato, Regione, Provincia, enti preposti ad esprimere il parere sulla compatibilità ambientale ed inquinamento, dicono che si deve procedere; i contadini, quelli che dovrebbero tenere alla loro terra più di ogni altra cosa vendono i loro poderi; l'indotto specie le aziende che da anni lavorano con l'Eni chiedono che si proceda; i lavoratori manifestano, con le sigle sindacali tutte in testa, per salvaguardare le loro famiglie; l'Eni che tra royalties e somme da versare nell'immediato dà al comune qualcosa come 25 milioni di Euro in 16 anni ed il Consiglio comunale dovrebbe dire no a che cosa e sulla base di che? Chiedo senza alcuna intenzione di fare polemica, dove sono stati questi difensori dell'ambiente in tutti questi anni? Il progetto giace al comune da anni e tutti sapevano tutto. Per inciso già due anni fa di mia iniziativa ho fatto vedere il progetto Eni a persone che in Ortona ne sanno molto perché operano nel campo da decenni e da loro ho avuto l’assicurazione che non vi sarebbe stato il disastro ecologico che, i proprietari delle agenzie immobilari che operano sul territorio paventano. Spero di essere riuscito a spiegare, se pur succintamente, che il consiglio comunale ha fatto bene, molto bene ad essere consequenziale con l'unica linea di sviluppo della nostra città, ove si voglia intervenire lo si debba fare con la Regione che può modificare o rifare i piani di sviluppo”.

Un fiero oppositore che definisce le attività petrolifere “unica linea di sviluppo della nostra città” e il progetto Eni “una cosa non buona, ma straordinaria!”.
Tra l’altro, come poteva l’Assessore chiedere pareri illuminanti sul centro oli alla fine del 2005, quando spiega di averlo scoperto solo alla fine del 2006?
Un progetto “di cui tutti sapevano tutto da diversi anni”.

Tutti chi? Non certo i cittadini.

A(à)ncora sul 25 Aprile: libertà scaccia Liberazione
post pubblicato in Società&Politica, il 3 maggio 2009
 

Una bella vignetta di Mauro Biani in occasione del 25 Aprile 2005: un partigiano italiano in versione 'Voltaire'.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia,
che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un’opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l’uomo più evoluto che si innalza con la propria intelligenza
e che sfida la natura con la forza incontrastata della scienza,
con addosso l’entusiasmo di spaziare senza limiti nel cosmo
e convinto che la forza del pensiero sia la sola libertà.


(Libertà - Giorgio Gaber, 1972)


Democrazia istantanea (?) scaccia democrazia e consenso sondaggistico a pagamento scaccia elezioni? Applauso a comando scaccia senso critico? Chip neuronale scaccia cervello?


di Hermes Pittelli ã


 Si sostituisce una parolina, nient’altro. Questo abbiamo sentito ripetere in tono monocorde e ossessivo da tutti gli schieramenti (più o meno), da tutti – più o meno - i politologi a pagamento che finiscono a scrivere editoriali sui quotidiani nazionali o in prima serata nelle trasmissioni d’informazione, lo abbiamo udito perfino dalla balda opposizione – meno meno - e da giornalisti in apparenza ‘nemici’ del Cavaliere dimezzato (nel senso di Veronica, non dell’altezza).

Liberazione scompare, cede il posto a libertà (contenitore così vago e ampio che il significato autentico sfuma verso un imprecisato orizzonte). Come in uno sciocco quiz televisivo. Il gioco è fatto. Ad Omnibus (qualche mattina fa), su La7, avevo ‘il cuore e gli occhi gonfi di stupore’ nell’udire cronisti sinistrorsi per formazione e carriera vaticinare che era venuto il tempo della pacificazione nazionale, era giusto abbandonare vetusti simboli ideologici (il 25 aprile, la celebrazione del mito della Liberazione dal nazifascismo e le bandiere rosse) per abbracciarci tutti, in concordia e unità nazionali finalmente realizzate.

Oibò, una tesi sorprendente e assai discutibile. Dunque, se una parte, si presuppone la sinistra (quella rappresentata dai comuni cittadini che ancora ci credono, non quella politicante e furbastra), in nome della serenità, della cooperazione, dell’ipocrisia ‘bipartisan’ (termine di pornografica bruttezza e idiozia), del ‘politically correct’ (e vai con lo scimmiottamento di espressioni anglofone che fanno ‘trend’, ma che nessuno capisce) deve rinunciare alle proprie sovrastrutture simboliche, mi aspetterei – per ‘par condicio’ (tié, ve la siete voluta!) – che l’altra parte, quella oggi così in voga, rinunciasse alle sue: le bandiere azzurre, gli slogan rubati alla Nazionale di calcio per ottenere il massimo dell’audience presso un popolo di podofili, le trucide battute e volgarità da Bar Sport, l’ostentazione del presunto benessere (suv, veline, imprese), ecc.

Difficile dialogare con chi di solito tiene acceso il televisore, ma costantemente spento, forse per non turbarsi, il cervello. Difficile trovare un appiglio quando la gioiosa resa al Sultano (grazie Professor Sartori) è così oceanica, supina e ‘bulgara’. Difficile trovare un appiglio di salvezza per ‘allegri naufraghi’ che ostinatamente, malgrado le disavventure costanti e continue, non si arrendono e riprendono a navigare.

Questi signori che invocano come manna dall’Altissimo (non mister Levissimo) l’indolore sostituzione di una paroletta – Liberazione – con un’altra, più marketing oriented, più gradita al ‘padrone’, dovrebbero andare di corsa, sotto il pungolo di qualche decisa scudisciata, a ristudiare la Storia dell’umanità, dei totalitarismi, magari aggiungendo la lettura di alcuni geniali romanzi che hanno previsto con decadi di anticipo come il lato oscuro del Potere si sarebbe impossessato della vita stessa delle masse (Orwell dove sei?).

Si comincia così, in modo lieve. Si svuotano di significato le parole, che da sempre nella storia dell’umanità hanno rappresentato il fulcro della conoscenza, della sapienza, quindi dell’unico vero Potere (strano che tutti i nostri politicanti beghini non rammentino mai che ‘In principio era il Verbo’). Si confondono le scatole craniche delle persone, svuotandole dagli impegnativi e pesanti neuroni, per riempirle di ottimistiche sciocchezze miscelate come il proseccco e l’aperol.

Poi si eliminano le paroline sgradite attribuendo loro la sconveniente caratteristica di ‘antichità/ ideologismo’ (chissà perché, a me invece piace, visto che contiene in sé la radice di ‘idea’, altro che il vuoto pneumatico assoluto da cui ci stiamo facendo fagocitare) e si presentano al pubblico plaudente i sostantivi moderni, quelli giusti, quelli vincenti: libertà, democrazia istantanea (giuro, è il titolo di un libercolo partorito da Daniele ‘Capezzino’. Chissà perché nessuno si prende la briga di spiegare al rampante berlusconiano – ex radicale – che l’aggettivo ‘istantanea’ confligge ontologicamente con il sostantivo ‘Democrazia’!!!), mercato, televoto, consigli per gli acquisti.

Via, nella discarica radioattiva e poi nell’inceneritore letale, il ciarpame del passato. Una mano di vernice fresca ed ecco, magia alla Silvan, la Democrazia non c’è più, la nostra stupenda Legge fondamentale – la Sacra Costituzione repubblicana – snaturata e riscritta da qualche piede di porcellum, il diritto/dovere di voto sostituito dal sondaggio plebiscitario a pagamento, il diritto/dovere di senso critico sostituito dall’applauso permanente a comando, la materia grigia sostituita con un chip collegato direttamente al Viminale.

Questo è ‘il mondo che vorrei?’. Questa è l’Italia del futuro che immaginiamo a colpi di sondaggi, traffico paralizzato verso gli esodi vacanzieri e affollando gli ormai insostituibili centri commerciali?
Per le vie di Roma ho notato affiches che celebravano il 25 Aprile, al contrario però. Gli attribuivano la valenza di giorno di lutto, di trionfo dei vili e dei codardi a scapito dei veri, eroici patrioti. Ecco, mi auguro che davvero si instauri una nuova forma di Fascismo, come sembra auspichi la stragrande maggioranza degli italiani.
Gli
autori di questi farneticanti manifesti capirebbero forse solo in quel momento che la Liberazione dal nazifascismo ha regalato loro la libertà di esprimere senza timore di rappresaglia e persecuzione opinioni così 'opinabili' (a proposito, ma da quando è decaduto il reato di apologia del fascismo?).

La libertà di cui godiamo (o di cui dovremmo godere) è una conseguenza diretta della Liberazione, non può quindi sostituirla o peggio cancellarla. Ma la Libertà, come Storia c’insegna, non è un diritto divino, ma una condizione che richiede lotta quotidiana.

La Libertà va difesa, costruita e progettata giorno per giorno.


Nota a margine: il Primo Maggio (cancelliamolo, è vecchio. Aboliamo lo statuto dei lavoratori, risale al 1970, come me. Io per dare il buon esempio mi eliderò da solo) tribù di italioti, tra cui spiccavano accenti padani, erano accampati sulla scalinata di Trinità dei Monti e in piazza di Spagna, trasformate per l’occasione in discariche a cielo aperto, in cloache di somma indecenza e vergogna: lattine di birra, bottiglie vuote rotte e quindi pericolose, cartacce, sacchi aperti d’immondizia, cibo gettato, mozziconi di sigaretta. Da vomitare.
Chissà lor signori cosa avrebbero detto se lo stesso misfatto fosse stato compiuto da extracomunitari o romeni (e documentato opportunamente dai Tg nazionali), chissà perché in giro non si scorgeva un vigile urbano, un carabiniere o un reclamizzato poliziotto di quartiere.
A queste amebe che credono che ‘libertà’ sia lordare il bene pubblico, arrogandosi il diritto di disporre dei giorni di festa come di una sospensione autorizzata della legalità e dei doveri civici e sociali, io infliggerei trattamenti nazisti (così imparerebbero a proprie spese) con la condanna a sanzione pecuniaria salatissima con l'obbligo coatto a ripulire strade e piazze a mani nude, anche dalle fragranti deiezioni dei loro simpatici animaletti da compagnia.

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