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"I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)

letteratura
20 settembre 2018
Spartaco e la III guerra servile: tra falsi miti e Storia

Foto e testo di Hermes Pittelli © Pordenone, 20/09/2018

 

Imperativo categorico: dimenticate Stanley Kubrik!

E non solo, anche Kirk Douglas e in epoche più recenti il Gladiatore di Ridley Scott, interpretato in modo magistrale da Russel Crowe.

Pellicole hollywoodiane emozionanti e spettacolari, straordinarie cinematograficamente, infarcite però di marchiani e gravissimi errori storici e filologici, se analizzate attraverso la lente rigorosa della Storiografia.

Il Professor Giovanni Brizzi, ormai veterano di Pordenonelegge, ammonisce subito e sgombera il campo dagli equivoci: se davvero un gladiatore avesse tentato di affrontare a torso nudo un legionario – immagine molto efficace da un punto di vista artistico - sarebbe stato annientato in poco meno di un minuto.  

Lo stesso antroponimo, Spartaco, probabilmente era un nom de plum, un nome d'arte, perché i gladiatori erano davvero personaggi, maschere, attori; un po’ come gli odierni atleti del wrestling.

Erano interpreti del grande spettacolo della guerra e dei combattimenti fittizi, nati in epoca ancora più remota in Iberia: dove servivano a onorare un defunto illustre e si svolgevano sul serio all’ultimo sangue tra Principi che accettavano il rischio e regolavano così antiche contese o ruggini tra le varie casate nobili locali.

Spartaco, dunque, era forse originario di un paese della Tracia e faceva parte della rinomata scuola di gladiatori di Capua

I gladiatori dell’epoca repubblicana erano prigionieri di Roma, utilizzati per divertire il pubblico, allenati duramente e dotati di attrezzature rigorosamente standardizzate: in età imperiale i combattimenti, diventati molto più vari, perché nel frattempo la cittadinanza dell’Urbe si è appassionata in modo quasi morboso allo ‘spettacolo della Morte nell’arena’. Ma nel momento esatto in cui le sfide tra gladiatori diventano ‘business’, chi investe sugli ‘attori’ non ha più alcun interesse a lasciare che la fonte del proprio guadagno finisca magari sbudellata, ecco perché la terra polverosa del Colosseo si trasforma in palcoscenico e i nerboruti combattenti diventano attori a tutti gli effetti, ognuno con peculiarità definite, ognuno con il proprio arci nemico giurato!

La scuola e l’anfiteatro di Capua sono avanti anni luce rispetto alla Capitale (il Colosseo sarebbe divenuto arena solo molto tempo dopo, si combatteva in piccoli anfiteatri lignei e periferici), anche se è bene rammentarlo ancora una volta: qualora i gladiatori fossero scesi in battaglia contro i Legionari, sarebbero stati spazzati via in un lampo.

La vicenda di Spartaco può essere suddivisa in tre momenti delineati:

1)    La fuga da Capua e la latitanza sotto il Vesuvio; all’inizio, Spartaco e la sua accozzaglia di ex gladiatori, vincono molte battaglia, approfittando dell’assenza di Silla e delle sue legioni (trasferite lontane dal suolo patrio nella pia illusione di evitare eventi bellici sulla penisola). Difficile credere che in questo gruppo eterogeneo fossero presenti Galli e Germani, considerato che i principali mercati degli schiavi erano ospitati altrove;

2)    Arduo identificare questa ribellione locale e circoscritta con la III guerra servile; con Spartaco c’erano soprattutto ex schiavi delle province orientali, condannati a restare a vita nelle ‘ergastule’ campane (altro falso mito: il condottiero non covava alcun progetto di ricondurli nelle terre d’origine);

3)    Il dubbio storico amletico è dunque questo, chi sono davvero gli uomini che accettano di ribellarsi alla potenza di Roma sotto la guida di Spartaco? Calato il mito nel setaccio, restano circa 70 gladiatori di Capua e poche decine di ex schiavi evasi dalle ergastule, un gruppuscolo molto diverso da quello descritto nelle leggende. 

A Roma vigeva una legge ferrea: chi si era arreso al suo potere, non poteva più muovere in armi contro l’Urbe, pena la crocifissione. Le due precedenti guerre servili si erano però concluse con atti di clemenza: gli schiavi ribelli sopravvissuti erano stati restituiti ai relativi padroni.

Perché invece in questa occasione Roma è spietata e applica la pena prevista, inchiodando addirittura tutti i 6.000 uomini che nel frattempo si erano uniti a Spartaco?

Per comprende, serve una panoramica più ampia sul periodo: Roma ha unificato tutta l’Italia peninsulare due secoli prima di Cristo, attuando una politica di integrazione dei popoli molto più avanzata e illuminata rispetto anche a epoche più moderne. Roma ha trasformato i popoli vinti – Umbri Sabini Volsci – in cittadini romani a pieno titolo, attuando una forma di controllo attraverso 'l’alleanza dominante' sulle grandi famiglie nobili di queste genti. Il processo di assorbimento si interrompe in modo brutale e traumatico con l’arrivo di Annibale, un conflitto che lascia sul terreno 200.000 uomini e innesca nel cuore di Roma non solo il terrore della sconfitta, ma il rigetto totale di tutto ciò che viene percepito come alieno.Il saggio e fruttuoso processo d’integrazione lascia quindi esclusi i territori appenninici e larga fetta delle aree meridionali. Roma commette così un errore fatale, si chiude non rendendosi conto che nonostante la disfatta contro Annibale, conserva una forza preponderante e soprattutto il dominio su tutto il Mediterraneo. Si sente accerchiata, in bilico, crede che la propria potenza sia esaurita.

Da questo batterio, si scatena il virus delle tre rivolte servili, perché gli alleati delle terre italiche esclusi dalla politica di assorbimento e di cittadinanza covano risentimento e senso di rivalsa contro decisioni che reputano profondamente ingiuste.

Contro il ribelle Spartaco e la sua 'legione di alieni' la reazione di Roma è furente, come una belva ferita: non può più permettere e permettersi rivolte interne e ulteriori sconfitte. Crasso sconfigge i rivoltosi sul terreno alle sorgenti del Sele; nel frattempo, Pompeo e Varrone vengono urgentemente richiamati in patria con le rispettive legioni.

Il condottiero dell’esercito dei disperati muore davvero da eroe, ma il suo corpo senza vita sembra dissolversi, non viene mai più recuperato (probabilmente smembrato e incenerito): la leggenda narra che gli Dei stessi, colpiti dal suo coraggio e dal suo ardimento sovrumani, lo abbiano elevato fino alle proprie dimore celesti!

Spartaco non è solo un rozzo ex gladiatore e un grande guerriero, è un uomo molto intelligente che ha capito bene la sua epoca: nel suo tempo, esistono due Italie (rammenta qualcosa? Ndr), quella delle Città e quella delle montagne (in Toscana, Umbria, Abruzzo, Marche, Molise per identificare meglio attraverso le regioni contemporanee, ndr): per evitare di essere inviso agli abitanti urbanizzati, impone ai suoi uomini di evitare massacri, razzie e stupri nel corso dell’avanzata e della lotta contro il Dominatore.

Il massacro efferato di Spartaco e dei suoi soldati improvvisati è dunque un sacrificio inutile?

Forse no, forse getta un nuovo seme di saggezza nella coscienza e nel centro nevralgico di Roma, che poco tempo dopo la crocifissione di massa, ricomincia a integrare i popoli assoggettati al proprio dominio, compresi quelli delle montagne e perfino delle province iberiche.

Resta da parte del Professor Brizzi, un’amara considerazione finale, circa 22 secoli dopo la III guerra servile: “Roma attuava una politica e un processo d’integrazione molto più efficaci e soprattutto molto più intelligenti di quanto non facciamo noi italiani ed europei adesso,ma su questo argomento non dirò altro”.

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