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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Le verità di Mario Sechi
post pubblicato in Ambiente, il 29 agosto 2012

Il direttore del quotidiano Il Tempo in un recente editoriale lancia un duro ‘j’accuse’ contro le ideologie responsabili della preoccupante perdita dei posti di lavoro in Italia. Citando a sostegno l’incolpevole Costituzione italiana che, per fortuna, è robusta di suo…


di Hermes Pittelli ©


 La verità, vi prego, sulla disintegrazione del lavoro in Italia.
Secondo l’Istat, a giugno i disoccupati sono giunti alla cifra record (negativo) di 2,8 milioni, con una perdita secca del 37,5% di posti, nel giro di un solo anno.
C’è un uomo, un giornalista, che sulle ragioni del disastro occupazionale può fornire solo verità assolute: le sue, naturalmente. Mario Sechi, direttore responsabile del quotidiano Il Tempo, inquadra nel suo mirino analitico le ideologie a suo dire colpevoli senza appello della situazione; e le impallina senza pietà.
Ideologie deambulanti sulle gambe di certa magistratura che vorrebbe chiudere l’acciaieria più grande d’Europa (anche la più letale e corrotta, ma il direttore è distratto dallo spread e dal fiscal compact), di certa politica come il sindaco Pietro Tidei, Pd, reo di minacciare lo stop alla centrale elettrica a carbone Enel di Civitavecchia (per Sechi, il carbone più pulito del Mondo, una valutazione forse ereditata da Stefania Prestigiacomo) e naturalmente i cattivi sindacati che pretendono lavoratori trattati come esseri umani, invece che da perfetti robot (ma ci arriveremo, Sechi si tranquillizzi) al servizio del dio bifronte Sviluppo/Industria.

Insomma, ideologie nemiche che attentano ai posti di lavoro e tradiscono la sacralità della Costituzione.
Verità? Pirandello si farebbe matte risate.
Uscendo dal teatro del grande siculo ed entrando in quello surreale del paese alla rovescia, ci si chiede dove sia la sinistra che secondo alcuni, tra i quali Sechi, terrebbe in ostaggio le mirabolanti sorti di una nazione, cristallizzata agli anni ’60 del 1900, politicamente ed economicamente.

In giro, si notano rigurgiti fascisti di varia intensità, a cominciare dalla strana coppia Bersani-Vendola (questi i più pericolosi, perché mascherati da progressisti).

Il direttore del Tempo – bisogna riconoscerlo - è un abile manipolatore dell’informazione e della Costituzione, che viene bastonata o brandita a seconda degli interessi di cui lui è portavoce.
La proprietà di questo quotidiano fa parte di quella vasta schiera imprenditoriale che considera la nostra Legge fondamentale, nella migliore delle ipotesi un ferro vecchio, nella peggiore un ingombrante ostacolo al vero sviluppo, da rimuovere ed abolire una volta per tutte.

Se è vero che la Costituzione pone come pilastro della Repubblica il Lavoro, Mario Sechi, maliziosamente, evita di citare gli articoli (per i più trasgressivi: il 9, il 32, il 41), chiarissimi, che per la nostra Carta indicano come centro della società l’Essere Umano, la Persona, il Cittadino; evita di dire ai suoi lettori e rammentare alle istituzioni e ai politicanti che la Costituzione tutela la Dignità e la Sicurezza dei cittadini lavoratori, la Salute, il Paesaggio, il Patrimonio artistico e culturale.
Evita di specificare che il male che ha colpito il mondo globalizzato e lo sta conducendo alla catastrofe è stata la logica del ‘profitto per il profitto’, si guarda bene dallo smascherare e condannare le imprese e le industrie dedite al ‘business’ come mezzo e fine ultimo e incapaci di realizzare progetti che concorrano al Progresso armonico, spirituale e sociale del paese.

L’Ilva, l’Eni, l’Enel, tanto per non fare nomi ed esempi lampanti, in spregio al dettato costituzionale e ad ogni legge, sono state lasciate a briglia sciolta dalla politica (collusa per ovvi e bassi interessi) si sono arrogate il diritto di imporre le proprie regole (inquinando, devastando, sfruttando vite umane e territori), facendo il bello e il cattivo tempo (cattivo, soprattutto), infischiandosene perfino di pagare l’Ici senza che nessuna istituzione o organo di controllo abbia sentito come preciso, ineludibile dovere l’obbligo di chiederne conto.

E' curioso che oggi Pdl e Pd (bella accoppiata!) parlino di indebita invasione di campo da parte della magistratura. Spesso, le norme italiane in materia di tutela ambientale e sanitaria sono risibili o edulcorate (Sechi rammenta che un anno fa il Parlamento fu aperto in fretta e furia a ferragosto per approvare un testo pro Ilvam per consentire l’innalzamento ad libitum delle emissioni del cancerogeno benzoapirene?), ma considerando la latitanza e la collusione di politica e scienza 'ufficiale', a chi spetta il compito di far rispettare la Legge (Costituzione in primis)???

La scienza ufficiale è quella rappresentata da Piero Angela che a Superquark spaccia l’ennesimo spot pro Eni quale inchiesta sull’industria petrolifera italiana (addirittura capace secondo lui di favorire la proliferazione della fauna ittica) o dal divulgatore Alessandro Cecchi Paone che dalle pagine di una delle patinatissime riviste del cane a sei zampe si lancia in uno sperticato elogio dell’oro della Val d’Agri, paradigma del connubio armonico e perfetto tra ambiente, patrimonio culturale e attività estrattive.

Tutto questo Alice non lo sa, come canta il Poeta, ma Mario Sechi sì e finge di essere agnostico, racconta ai suoi lettori un altro paese, il mondo posticcio e artificiale che piace ai sedicenti grandi manager e sedicenti politici italioti.
Mario Sechi finge di non sapere che l’industria fossile è la principale imputata dei cambiamenti climatici che sconvolgono il Pianeta (aumento incontrollabile di CO2, con effetto serra causa dell’alternanza tra siccità e alluvioni che mettono in pericolo le produzioni agricole e le riserve di acqua potabile, scioglimento dei ghiacciai e dei poli, innalzamento dei mari), in ossequio alle farneticazioni dei petrolizzatori sulla sicurezza della loro tecnologia, Sechi non vede la più grande raffineria del Venezuela esplodere, uccidere 48 persone e bruciare senza posa per quattro giorni consecutivi, spargendo nell’aria altre sostanze tossiche; o restando nei nostri martoriati confini, non registra che in un giorno e mezzo a Pisticci, in Basilicata Saudita, sono andati in fumo 1.500 ettari di patrimonio boschivo, annientati come scrive la Gazzetta del Mezzogiornoda una autentica apocalisse di fiamme”. E sull’aridità che favorisce i crimini dolosi di piromani bene ammaestrati, torni ai capoversi precedenti.

Come diceva sempre il grande oncologo, lui sì, Renzo Tomatis, le generazioni future, se ci saranno, non avranno pietà di noi: giustamente.
Lo sviluppo garantito dall’industria fossile che tanto piace a Mario Sechi è davvero ardente. Mentre incassa i profitti, brucia allegramente le risorse, la salute, la democrazia, la libertà e la Costituzione:
incenerisce la Vita.


Fonti: Il Tempo, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Costituzione Repubblica italiana

Buon compleanno, ‘Re Publica’
post pubblicato in Società&Politica, il 2 giugno 2010

(piccola preghiera laica)






di Hermes Pittelli ©


 Non comprendo perché il compleanno della Repubblica sia ancora celebrato con una parata militare.

Articolo 11 della Costituzione: l’Italia ripudia la guerra.

Ci esaltiamo per cingolati e strumenti di morte come fosse un retaggio del regime o un auspicio per un potenziale futuro sempre incombente, schegge di un passato che non riusciamo ad archiviare perché ancora non abbiamo fatto i conti con la nostra coscienza?

Questa grottesca sfilata mi fa pensare (parallelismo solo 'coreografico', per nostra fortuna) alle muscolari e tragiche esibizioni di geometrica potenza della Corea di Kim Yong Il o della Cina pseudo repubblicana,
colosso economico non democratico.

E se volessimo davvero bene agli uomini e alle donne che hanno scelto di indossare una divisa non li manderemmo a morire per proteggere gli interessi delle multinazionali.

Se volessimo bene a questa Repubblica non avremmo ministri pagati (lautamente) dai cittadini, pronti ad usare la bandiera come carta igienica e fieri di rappresentare una fantomatica nazione straniera.

Se volessimo bene alla nostra Repubblica non devasteremmo la sua Costituzione, la sua Natura, la sua Cultura, il suo Territorio.

Se amassimo la Repubblica, in tempi di crisi dovremmo amare ancora di più la Verità e la Legalità (presupposti di Libertà e Democrazia);

invece di tagliare dovremmo moltiplicare i finanziamenti alla Ricerca, allo Studio, all’Arte, ai Servizi sociali e alla Sanità.

Se amassimo la nostra Repubblica, fischieremmo un calciatore di serie A che, reso orfano dalla camorra, invece di condannare pubblicamente la criminalità organizzata e la violenza in genere, critica chi denuncia gli sporchi affari della malavita.

Se amassimo la Repubblica, pretenderemmo politici con tre sole caratteristiche: intelligenza, competenza, onestà.
Con quattro punti base di programma, indipendentemente dall’orientamento politico: acqua potabile pubblica, energia da fonti rinnovabili, cultura per tutti, lotta senza quartiere ad ogni tipo di crimine (dall’evasione fiscale, alla corruzione, all’associazione di stampo mafioso).

Buon compleanno mia amata, odiata Repubblica.
Incolpevole vittima delle colpe dei tuoi scellerati figli.

Ancora incerto se augurarti un'estrema catarsi dal morbo che ti affligge come quella che auspicava per Te il sommo Pasolini:
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo”.

In un anfratto dell’anima in frantumi, spero ancora che sia Tu a guarirci:
libera nos a malo, se puoi,
Re Publica.

Brunetta gioca a fare la guerra. Contro tutti
post pubblicato in Società&Politica, il 21 marzo 2009

 


di Hermes Pittelli ©

 “Guerriglieri!”. Anzi no, la definizione potrebbe quasi apparire un riconoscimento di dignità. “Ragazzotti in cerca di emozioni forti, lanciatori di scarpe”. Renato Brunetta non difetta di fantasia. Questa volta a incorrere nei suoi strali sono stati gli studenti della Sapienza di Roma, rei di voler protestare contro le strategie politiche governative che prevedono ingenti tagli all'università e alla pubblica istruzione.

Il ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione (mamma mia!) deve avere qualche dizionario in formato elettronico sempre a portata di mano per la prontezza con cui di volta in volta trova l’epiteto o l’aggettivo (‘s’qualificativo) con cui etichetta le categorie che osano esprimere dissenso da quello che lui (o il suo mentore politico) pensa.
Così, dopo i famigerati fannulloni statali (comunisti), la Cgil (comunista), i chirurghi macellai (comunisti che invece di curare i pazienti fanno politica in corsia massacrando i malcapitati), i politici del Sud fautori di un federalismo “bastardo, sprecone e piagnone”, i magistrati – potevano mancare? – (comunisti) che fingono di lavorare solo 2 o 3 pomeriggi a settimana, magari tra un party e un torneo di golf, ecco gli studenti universitari (comunisti, ovvio) che invece di studiare credono di poter manifestare impunemente contro di lui, contro il governo.
Oibò.
Sia mai. Triplo cordone di forze dell’ordine in tenuta antisommossa attorno alla cittadella univesitaria e giù manganellate da orbi a tutti senza economia e con generosità, che poi non si parli di discriminazioni e ingiustizia sociale. Insomma, un’occupazione ‘indotta’ della Sapienza.
Evito ironie e sarcasmi che sgorgano spontanei da una vicenda come sempre grottesca, grottesca come i personaggi che l’hanno creata, grottesca come è diventato questo Paese che si rispecchia e si bea nei propri vizi e difetti atavici. E non vuole saperne di affrancarsi da questa soma secolare.

Brunetta, nomen omen, già dal cognome lascia intuire la statura dell’uomo. Veneziano, giuslavorista, fisiognomicamente appare una sorta di Bruno Lauzi, purtroppo senza la vena poetica del compianto artista genovese.
No, Renato Brunetta diffonde la sensazione di un rancoroso, un livoroso che da anni nel segreto della sua cameretta cova vendette nei confronti di ambienti e persone che forse in passato lo hanno ghettizzato; e oggi che inaspettatamente si ritrova in un ruolo che gli assegna un qualche potere, con ghigno trionfante, dice: “Ora vi faccio vedere, ora vi sistemo tutti per le feste”. Insomma, sempre a livello epidermico e di apparenze, il ministro offre la sgradevole visione di un ex nerd (gli sfigati, meglio ‘disadattati sociali’ di tanti B movies americani) che ha la possibilità di riscattarsi e vendicarsi di tutti gli spietati antagonisti che nel passato hanno reso la sua vita un inferno.
Poi, chissà davvero cosa si agita nella parte più oscura e segreta del cuore umano. Forse Brunetta ha coltivato qualche mania e fissazione per gli anni di piombo e crede siano tornati. Quindi la cura per guarire i pericolosi e facinorosi studenti della Sapienza, sobillatori del popolo e devastatori di inermi città civili e laboriose non può che essere quella del ‘manganello e discredito mediatico’: picchiarne mille, per ammansirli tutti.
In fondo, il ruolo ricoperto in passato di delegato per i rapporti tra l’Unione europea e la Repubblica (?) popolare cinese qualche buon sistema per dissuadere i dissidenti deve averglielo suggerito.
Senza scomodare l’impero del Dragone, alle nostre gloriose latitudini, un ex presidente della Repubblica (sob!), Francesco Cossiga, ha spiegato nei dettagli come ricondurre gli studenti a più miti consigli: “Lasciare che i manifestanti devastino le città… Poi, forti del consenso popolare (bue, ndr) il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri… Le forze dell’ordine (?) non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti all’ospedale; non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli, e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano”. Amen.

O forse è un nostalgico del G8 di Genova, ma si consoli, perché Berlusconi gliene ha organizzato, guarda il caso, un altro; anche questo a luglio, stavolta in Sardegna. Dove la destra ha appena sbaragliato quel comunista di Soru e dove può finalmente completare l’urbanizzazione selvaggia della selvaggia isola con tonnellate di cemento e magari altri poligoni nuovi di zecca.
O forse è un cultore di quel lungometraggio di culto americano intitolato ‘I guerrieri della notte’ (tratto dal romanzo di Sol Yurick, ristampato di recente in Italia dai tipi di Fanucci) e ha sempre sognato di poter un giorno esclamare anche lui con voce stridula e graffiante, come in una celebre scena del film: “Guerrieriiiii (non l’avvocato creato da Gianrico Carofiglio né quelli del Bronx, ma gli studenti della Sapienza), giochiamo a fare la guerra?”. Peccato che lui stia seduto tranquillamente al ministero e il lavoro sporco tocchi agli agenti di Polizia e Guardia di Finanza bardati da Robocop.

Peccato che la Costituzione italiana (la nostra legge fondamentale, vogliamo rammentarcelo ogni tanto?) sancisca quali diritti I N V I O L A B I L I le libertà personali, di circolazione e soggiorno, di associazione e riunione, di manifestazione del pensiero. Con buona pace dei vari Brunetta e di tutti i ferventi ed effervescenti seguaci dei presunti partiti delle libertà, accuratamente selezionate e gentilmente concesse ‘a descrizione’ dal signorotto del feudo.

Resta l’amaro sospetto che il triplo cordone di forze dell’ordine, invece che attorno alla Sapienza per impedire agli studenti di uscire a manifestare, avrebbe dovuto concentrarsi attorno a Montecitorio, palazzo Chigi e palazzo Madama per impedire a certi personaggi di entrarvi.

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