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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Il Futuro del Mondo
post pubblicato in Ambiente, il 5 maggio 2013

di Hermes Pittelli ©

 

Il futuro del Mondo in due immagini, in due opzioni: la nuova Detroit o i ghiacciai che si sciolgono del tutto, portandoci al cataclisma finale.

Requiem for Detroit? e Chasing Ice, splendidi documentari passati sullo schermo di Cinemazero nell’ambito delle Voci dell’Inchiesta 2013, raccontano non solo due realtà contingenti, ma prefigurano e anticipano i due soli sentieri a disposizione dell’Umanità, ormai sul baratro della catastrofe economica ed ecologica.

Il regista Julien Temple racconta con un linguaggio da videoclip musicale innalzato ad arte la parabola di Detroit, perfetto paradigma dell’illusione capitalista. Da quarta città più grande degli Stati Uniti, capitale mondiale dell’auto grazie all’invenzione della catena di montaggio, diabolica macchina che già Charlie Chaplin in Tempi Moderni accusava senza appello di privare l’individuo della sua essenza umana e della sua personalità per ridurlo ad automa al servizio della produzione, a ghost town; abbandonata, all’esodo di massa e al degrado, nelle mani della piccola delinquenza di periferia.

Il crollo del mito del miraggio consumistico allestito prima da Ford (“Quello che è bene per la Ford, è bene per l’America”), in seguito affiancato dai rivali Chrysler e General Motors.

Un bastione novecentesco d’avanguardia con un limite: progettato per le macchine, per la costruzione, la circolazione e l’apoteosi della macchina. Con l’elemento umano considerato se non un intralcio, una sorta di arredo. Periferie, autostrade e centri commerciali con l’aggravante della netta demarcazione razziale: la città buona costituita dal nucleo bianco originario e quella cattiva, confinata nei ghetti, costituita dai neri giunti dal sud per innervare la forza lavoro delle industrie automobilistiche.

La telecamera dell’autore si aggira in uno scenario non solo post moderno ma quasi post atomico, in una sorta di Day After. Eppure anche in questa desolazione sconfinata e disperata, nell’evidente squallore delle macerie del grande imbroglio capitalista, fiorisce una speranza. Antichi e tenaci residenti e giovani comunità di volenterosi cominciano a bonificare i quartieri e gli edifici pericolanti e colmi di sostanze inquinate. La disfatta totale come opportunità di palingenesi attraverso un nuovo patto con la Natura che in ogni caso si sta riprendendo lo spazio e il dominio di sua competenza.

Ed ecco che attraverso l’agricoltura la fenice Detroit lentamente risorge dalle ceneri della follia.

James Balog, celebrato fotografo naturalista, solida formazione scientifica, era piuttosto scettico sugli argomenti relativi al cambiamento climatico e al surriscaldamento globale che sta sconvolgendo il Pianeta azzurro come fino ad ora lo avevamo conosciuto. Grazie ad una missione affidatagli dal National Geographic nella primavera del 2005 ha potuto constatare di persona, nel modo più sconvolgente e traumatico, non solo quanto sia vero il mutamento, ma la velocità spaventosa con cui avviene.

Tanto da fargli intuire che se non si corregge immediatamente la rotta delle scelte industriali ed energetiche che ci hanno condotti a questa situazione, le conseguenze saranno irreparabili, perché non ci sarà alcuna possibilità di recuperare e rigenerare l’ecosistema come era prima del turbo capitalismo fossile.

Balog quasi come fosse una reincarnazione degli esploratori leggendari ha scelto di fotografare i ghiacci del Circolo Polare Artico. Un’intuizione geniale, perfetta. Il luogo ideale per verificare in prima persona l’insostenibile febbre della Terra e soprattutto per raccogliere le prove visibili, tangibili per convincere gli altri scettici come lui: l’opinione pubblica mondiale e la stessa società delle Nazioni. A quel punto, il compito non diventa solo un dovere professionale, ma una ossessione umanitaria, un progetto visionario e con spiccati tratti di follia che mettono a rischio la sua salute e la sua stessa vita.

In Islanda, insieme ad un gruppo di altri audaci come lui, tra cui il filmmaker Jeff Orlowski, autore del documentario che testimonia l’impresa, nasce The Extreme Ice Survey.

L’idea è questa: piazzare delle telecamere e delle fotocamere modificate e impostate in modo tale che nell’arco di due anni, siano in grado di catturare in time lapse, i cambiamenti morfologici dei ghiacciai. Solo dislocare le macchine e tornare poi periodicamente a verificare che compiano la loro funzione diventa un azzardo pericolosissimo nell’ambito di un’impresa da pazzi.

Eppure, nonostante gli intoppi, i rischi, il dolore fisico e morale, il tentativo funziona.

Al cospetto di queste immagini e del lungometraggio, nessuno può più sostenere, senza passare per sciocco o negazionista prezzolato, che l’Uomo non stia condannando se stesso e l’Ambiente all’autodistruzione. Le calotte polari sciogliendosi causano l’innalzamento dei livelli dei mari, mutano i climi delle varie aree del globo, senza tralasciare che in quelle lande di ghiaccio è imprigionata la memoria stessa e l’esatta cronologia dell’evoluzione delle forme di vita sul Pianeta.

Quel ghiaccio è l’hard disk della Vita sulla Terra e lo stiamo distruggendo con incredibile stupidità.

Il film è stato premiato al Sundance Film Festival nel 2012, è stato proiettato negli Stati Uniti e in tutta Europa, all’Onu e al Congresso americano. E’ uno schiaffo in faccia a chi sa e finge di non sapere, un pugno nello stomaco a chi ha la responsabilità e il potere di agire per il bene dell’Umanità, ma, come ha scritto perfino il Financial Time, “non fa quasi nulla”.

L’economia andrebbe con urgenza rimodellata considerando l’animale umano come attore coprotagonista armonico dei cicli naturali; oppure possiamo abbandonarla senza briglie nella corsa criminale dello sfruttamento illimitato delle risorse, senza rispetto per l’integrità dell’Ambiente.

Cancellando perfino la memoria storica, non solo delle ere terrestri, ma della Vita.

La decisione spetta in scienza e coscienza all’Uomo, con la certezza che l’ultima parola sarà scritta, comunque, dalla Natura.

La tragedia del Vajont e le sue 'gemelle': 50 anni di catastrofi di Stato
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 12 aprile 2013


di Hermes Pittelli  ©                                                                                                                                                                         

 
 Il Vajont è un simbolo che non può essere dimenticato perché il denaro non vale, mai, più della vita umana. Più o meno con queste parole si chiude lo straordinario documentario girato da Luigi Di Gianni nel 1963 sulla catastrofe causata dalla diga che, contro ogni legge fisica idrogeologica umana, “doveva essere costruita”.
Non si tratta ‘solo’ di memoria storica che diffonde una luce di Verità sulle vittime della tragedia e sui Responsabili, ma di un documento attuale, perché con quella ‘grande opera’, eretta in ossequio alla speculazione economica con la connivenza del governo, delle istituzioni e di parte dei media, si è inaugurato un ‘sistema’ che dura da mezzo secolo. Il lungometraggio in bianco e nero, commissionato dalla Rai, che poi si è guardata bene dal proporlo al pubblico, vale più di ogni altra ricostruzione coeva o successiva per l’approccio non cronachistico all’evento. Come spiega lo stesso arzillo e lucidissimo Di Gianni, ospite delle Voci dell’Inchiesta 2013: “Sono rimasto sui luoghi del disastro per oltre un mese con la mia troupe, perché  nella mia concezione di lavoro ho bisogno di approfondire”.
E soprattutto ricercare la pietas che troppo spesso manca al ritmo vorticoso della sedicente informazione e a quello pachidermico e indifferente della mostruosa macchina burocratica chiamata Stato.
Longarone, Erto e Casso, paesi cancellati in pochi minuti nella notte del 9 ottobre 1963.
Le macerie, le povere cose che spuntano tra i detriti – scarpe, una macchina per il caffè, qualche giocattolo, foto e lettere – il camposanto con le croci di legno verniciate di bianco, tutte uguali, moltissime senza nome. Interi nuclei familiari spazzati via, l’impossibilità di recuperare e identificare le salme di moltissimi di quegli sventurati martiri; il volto sventrato della montagna, i cartelli posti successivamente dai superstiti con le indicazioni delle case e dei negozi nei punti esatti dove sorgevano prima della grande onda e dove ora restano  solo pietre, polvere e fantasmi senza pace.
Senza pace come i superstiti della Spoon River del Monte Toc che sapevano benissimo di essere stati designati quali vittime sacrificali sull’altare dello ‘sviluppo’.
Una tragedia inutile, una tragedia decisa a tavolino da 'un’azienda' (la Sade, ndr) e da 'uno stato' che mai meriterebbero redenzione e perdono.

Un massacro cui si aggiunge il dramma di chi non ha avuto la sorte di perire insieme ai propri cari, e diventa una non persona, un non cittadino per il governo, per le istituzioni nazionali e locali, perfino per i propri concittadini delle altre regioni. Un fastidio ambulante da elidere con il silenzio, imperturbabile e sfrontato. Indecente.

Lo stesso, identico copione del terremoto a L’Aquila.  Le parole disperate dei testimoni diretti sono le stesse che risuonano tragicamente da 50 anni ad ogni apocalisse, ecatombe, catastrofe di Stato. Se sostituiamo 'Vajont' con L’Aquila, con Taranto, con la Val di Susa, con gli inceneritori, i rigassificatori (autentiche bombe atomiche innescate davanti a Rovigo, Livorno, Agrigento), con i folli progetti petroliferi che vorrebbero bucherellare ogni anfratto di mare e terra ferma del Belpaese, ci rendiamo conto con sgomento e con orrore che il canovaccio è sempre lo stesso. I predatori in combutta con la politica connivente, con le istituzioni deboli e corruttibili, con parte dei media; le denunce delle comunità locali inascoltate, le condanne per gli scienziati eretici che osano raccontare la verità, le denunce per procurato allarme contro i pochi giornalisti che scrivono le cose come stanno.

Come diceva il cantastorie e poeta americano Utah Phillips:
La Terra non sta morendo, la stanno uccidendo. E questi assassini hanno nome e indirizzo”.

Come Pasolini, con molta umiltà, ma con la stessa rabbia e con la stessa passione, oggi vi diciamo che conosciamo i colpevoli: le facce e le identità. A differenza di Pasolini, però, oggi abbiamo le prove dei vostri crimini e vi possiamo garantire che non resteranno impuniti. Altro che l’ipocrisia odierna del perdono concesso agli assassini a favore di telecamera e con i vergognosi, incivili applausi alle bare.
Le vecchiette del documentario invocavano l’uso del mitra e dei fucili, vicari di una giustizia che lo 'stato' non vuole assicurare. E’ finito il tempo dei silenzi, delle reticenze, delle menzogne. Oggi Noi sappiamo e verrà la sacrosanta ora del redde rationem, quando Dicke in persona, non il grottesco manipolabile surrogato allestito dagli uomini, vi inchioderà alla pesante croce delle vostre responsabilità.

Bollywood, le Alpi Svizzere, la miopia italica
post pubblicato in CulturaSpettacolo, il 11 aprile 2013

Il figlio di un agricoltore convince gli Indiani a girare le proprie variopinte pellicole a casa di Heidi e diventa un ricco e potente business man. In Friuli, intanto, la politica sopprime la Film Commission per ripicca ideologica  

 

di Hermes Pittelli ©                                      

 
 
La più grande fabbrica di sogni del mondo: Bollywood.
Una folla oceanica di Indiani vive al limite della povertà, ma preferisce saltare un pasto al giorno per avere le rupie necessarie ad assicurarsi un posto al cinema. Romanticismo, amore, ricchezza, viaggi esaltanti, tutto quello che un hindi non avrà forse mai nella vita, lo può trovare nell’illusione sul grande schermo. I film prodotti a Bombay- o Mumbay - , uno al giorno, ottocento all’anno nell’intera India, garantiscono tre ore di evasione dalla realtà e di totale immersione nell’Universo delle Favole. Nel film documentario di Christian Frei, datato anno 2000, proiettato a Cinemazero di Pordenone nell’ambito della VII edizione delle Voci dell’Inchiesta, scopriamo che da 18 anni l’industria cinematografica più potente del mondo, molto più della stessa Hollywood, ha eletto come location prediletta per i propri set le Alpi Svizzere. Il precursore di questa attività, l’uomo che ha avuto l’intuizione illuminante, si chiama Jakob Tritten, figlio di un agricoltore, ora tuttofare a disposizione delle produzioni indiane e trasformatosi in titolare di un business quanto mai remunerativo. Trovare i torpedoni su cui scarrozzare le varie troupe asiatiche, previa opportune manutenzioni e riparazioni, ma anche prenotare gli hotel più adatti al soggiorno o contrattare in modo concitato con gli agricoltori o i pastori più scettici e riottosi a concedere i propri appezzamenti per qualche ora di ripresa; accontentare le richieste più stravaganti: da quelle semplici, relative ad una cucina da campo per la preparazione del menu all’indiana (l’arte culinaria elvetica pare non riscuotere grande apprezzamento a Bollywood!), alle più stravaganti, quali il noleggio di un paio di elicotteri o di imbarcazioni particolari per girare scene spettacolari sugli specchi d’acqua dolce dei vari laghi svizzeri.
Per gli Indiani, la Svizzera è una meta esotica e ora anche agognata, desiderata, ricercata, ambitissima destinazione turistica: e il famigerato pil elvetico gode.

Oggi, dopo più di 20 anni tra le Alpi elvetiche, anche i produttori di Bollywood vogliono trovare nuovi scenari da offrire al proprio pubblico. Qualche esperimento è stato compiuto perfino nel Belpaese, in Lombardia, Toscana e Puglia. Per questo stride la decisione della politica regionale del Friuli Venezia Giulia di sopprimere la Film Commission locale. Mentre a Cinemazero va in onda con meritato e crescente successo (16.000 presenze in questa edizione) il festival dedicato alla branca del giornalismo più vera e più utile alla democrazia, la miopia delle classi dirigenti italiche, si manifesta con una decisione che pare una rancorosa ritorsione per la vicenda del film di Bellocchio su Eluana Englaro. Lungometraggio premiato con due riconoscimenti e con la nomination al Leone d’Oro a Venezia 2012; patrocinato dalla citata Film Commission del Fvg, ma osteggiato dalle istituzioni, sempre molto sensibili agli umori e ai diktat di Santa Romana Chiesa e poco alla imprescindibile laicità della vita civile e politica. Peccato che tanta dabbenaggine, a maggior ragione in tempi di crisi, si traduca in un clamoroso danno per la regione: perché ospitare produzioni cinematografiche – qui nelle ultime stagioni hanno girato Tornatore e Salvatores, solo per citare due prestigiosi cineasti – si traduce in un beneficio economico per l’intero territorio. Così, mentre perfino popoli notoriamente poco ‘flessibili’ come gli Elvetici, comprendono l’incredibile opportunità di aprirsi a nuove forme d’imprenditoria, i soliti politicanti italici dal respiro e dalla visione cortissimi, per ragioni di mera ideologia e opportunità, continuano a non capire che Arte, Cultura e Creatività possono essere industriaRedditizia e fruttuosa sotto tutti i punti di vista.

A patto che a monte, esistano menti lungimiranti, capaci di pianificare e fare sistema, giusto per utilizzare formule verbali usurate che da 30 anni restano lettera morta in Friuli Venezia Giulia e in quasi tutto l’ex Belpaese. 

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