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pensierosuperficiale "I pensieri periscono, come gli uomini". (Marguerite Yourcenar)
Italia sempre più… Titanic
post pubblicato in Ambiente, il 21 maggio 2010


Tutto il mondo progetta un futuro ecosostenibile basato sulle fonti rinnovabili.
La Francia ci irride: ci vende la sua tecnologia obsoleta, pericolosa, costosissima e trasforma i Campi Elisi in un enorme giardino delle biodiversità. Friburgo in Germania è Solar City, San Francisco in California inventa la prima isola artificiale a impatto zero.
Il 'nostro' sole piace agli investitori stranieri, ma noi ci affidiamo alla roulette russa di idrocarburi, carbone e nucleare. Intanto,
il divario competitivo che accumuliamo,  rischia di diventare incolmabile.



di Hermes Pittelli ©


 Le fonti di energia rinnovabile sono la nuova cornucopia del business.
Anche in un momento di crisi economica globale.
Altrimenti non troverebbe spiegazione la volontà di un colosso come la Cina di varare fondi sempre più ingenti per sviluppare il fotovoltaico e l’eolico.

Il sole italiano poi nonostante questo governo abbia sposato strategie energetiche paleolitiche (idrocarburi, carbone, nucleare) attrae corposi investimenti dall’estero.
Un dato emerso con chiarezza nel corso di Solarexpo, rassegna veronese dedicata alle energie rinnovabili.
Il Veneto leghista è il territorio leader. La SunEdison ha infatti deciso di realizzare dalle parti di Rovigo, su una superficie ex agricola di 850mila mq, quello che è destinato a diventare il più grande parco fotovoltaico d’Europa. La potenza installata raggiungerà 72 megawatt, in grado di soddisfare il fabbisogno di 17mila famiglie e soprattutto evitando di immettere in atmosfera 41mila tonnellate di CO2 all’anno.
Perfino la vituperata BP, responsabile del disastro ambientale nel Golfo del Messico, con il proprio comparto dedicato al solare (domandina: ma visto che i petrolieri sanno benissimo che l’era idrocarburi è finita, perché non rinunciano a inquinare l’ambiente e non si dedicano direttamente alla riconversione totale alle rinnovabili?) è pronta a costruire in Italia impianti che svilupperanno 37 megawatt: così, altre migliaia di famiglie non avranno paura di restare al buio e al gelo, come qualcuno ha detto per giustificare gli sporchi affari con Gheddafi e Putin, e eviteremo di ammorbare l’aria che respiriamo con oltre 60mila tonnellate di CO2.

Questi due progetti da soli valgono 400 milioni di euro, giusto per informare coloro che interpretano la realtà solo attraverso il parametro monetario.

In Italia però, dal primo gennaio 2011 sarà più arduo realizzare piccoli impianti domestici per la scure che si abbatterà sugli incentivi e le agevolazioni; anche a causa di una sentenza della Corte Costituzionale che abolisce la procedura semplificata per le installazioni con potenza inferiore a 1 megaWatt, varata dalla regione Puglia con una propria legge del 2008.
Gli interessati potevano realizzare un impianto previo invio di semplice Dia (dichiarazione inizio attività) al Comune competente. Ora servirà la più complessa procedura di autorizzazione unica.
Ma questo non frenerà l’espansione del solare che come assicurano gli esperti della Iea Solar (Agenzia internazionale dell’energia solare) presenta enormi vantaggi competitivi.
Saranno proprio gli edifici ad ospitare nei prossimi anni almeno il 50% degli impianti: a causa della concorrenza delle altre fonti rinnovabili, ma anche perché non potremo stipare il territorio con grandi centrali fotovoltaiche.
Del resto, sempre la Puglia è all’avanguardia visto che il Governatore Vendola ha esortato i cittadini a seguire questa strategia in modo che i pannelli solari diventino in un prossimo futuro gli arredi urbani più comuni.

Peccato che l’esecutivo abbia in mente altri piani, nonostante sia evidente che le rinnovabili non solo alleggeriscono di molto la nostra impronta ambientale sull’ecosistema, ma sono anche decisamente remunerative.
La mozione D’Alì che nega i mutamenti climatici da inquinamento e che esorta l’Europa a basare il proprio sistema economico su ricette valide nell’800 (del millennio trapassato) all’epoca della prima rivoluzione industriale, testimoniano una visione della realtà gretta, limitata, oscurantista. Angolare, cioè ottusa.

La Germania, quasi una provocazione, detiene il record di pannelli solari fotovoltaici. Friburgo poi dovrebbe fungere da modello per ogni città europea del millennio attuale: qui hanno deciso già durante la crisi petrolifera degli anni ’70 (del 1900) di puntare tutto sulle rinnovabili; così oggi sono all’avanguardia. Non a caso Friburgo è stata ribattezzata Solar City. Edifici e case costruiti in legno, tranne le fondamenta per le quali si utilizzano comunque materiali naturali ecocompatibili, tripli vetri, efficienza energetica, pannelli fotovoltaici e termici. La mobilità poi sembra un audace sogno proibito: il 27% degli spostamenti (dati relativi al 2009) avviene in bicicletta, il 24% a piedi (lì non utilizzano il Suv per andare all’edicola a 5 metri da casa), il 20% con i mezzi pubblici, solo il 29% attraverso veicoli privati.
Altro che zone a traffico limitato e eco pass. Avete mai udito le municipalità di Roma e Milano proporre progetti di questo tipo?
A Friburgo – certo, i cervelli sono teutonici – il risparmio energetico e il poderoso abbattimento di emissioni di CO2 in atmosfera hanno innescato un volano virtuoso di incremento occupazionale, economico, turistico; senza bisogno di creare ministeri per l’immagine.

Ancora: acquistiamo dalla Francia un tecnologia nucleare non solo obsoleta, ma totalmente insicura. Tanto pagano sempre i cittadini. Bollette più salate, schiavitù dai paesi produttori d’uranio (in esaurimento, proprio come gli idrocarburi), nessuna soluzione per lo smaltimento delle scorie (per tacere dei potenziali incidenti, non così rari come possono testimoniare i nostri scaltri cugini d’Oltralpe).
Così, mentre Sarkozy intasca e ride, dal 22 maggio i Campi Elisi di Parigi si trasformeranno in un gigantesco giardino dedicato alla biodiversità (a Milano, il sindaco Moratti non ha voluto piantare 10.000 alberi, bollando l’investimento come spesa eccessiva). Uno dei viali più celebri al mondo diventerà una riserva naturale con orti e boschi, evento pratico per celebrare il 2010, anno planetario della Biodiversità.

E l’Italia resta affacciata all’oblò, pigra e anzi sempre più rabbiosa contro chi la esorta a non guardare il dito, ma la Luna.

Invece di gettarsi a capofitto in una progettazione mirata e capillare delle proprie vere risorse che consentirebbe a tutti i cittadini di vivere in un Paradiso terrestre, si accontenta di fare cassa con espedienti di bassa lega. Stefania Prestigiacomo però esulta perché è riuscita a sottrarre al federalismo demaniale parchi nazionali e aree protette: “Il patrimonio ambientale va salvaguardato”.
Perfetto, ma tutelare l'ambiente non significa farsi riprendere in bicicletta dalle telecamere del Tg1.
Come si conciliano piattaforme e raffinerie petrolifere, inceneritori, centrali nucleari e cementificazione selvaggia con il diritto dei cittadini di vivere in un ambiente sano e integro?
Solo una classe politica inutile e dannosa può parlare di questi argomenti con tanta superficialità e palesando una crassa ignoranza.

Cosa dire invece della lungimirante utopia verde di San Francisco?
Città che non solo può darci lezioni sulla raccolta spinta della differenziata, il riuso e il riciclo, ma che senza bacchetta magica riconvertirà l’isola del Tesoro (isola artificiale dedicata allo scrittore Robert Louis Stevenson) in un avamposto di Futuro, a impatto zero e indipendente energeticamente dalla terraferma.
Anche qui, non si sono persi d’animo (un mio professore di matematica diceva sempre: “come ha fatto Manzoni a scrivere I promessi sposi? Ci ha pensato su”), non hanno farfugliato "non si può", soprattutto hanno badato all’interesse dei cittadini e non delle cricche gelatinose: orientamento intelligente degli edifici, energia a basso impatto, impianti di ventilazione naturale e sotterranea, vetri isolanti, illuminazione efficiente, percorsi pedonali ombreggiati, pavimenti grezzi di colori chiari.

L’Italia indossa fiera la maglia nera, in tutti i sensi. Il divario che stiamo accumulando oggi rischia di diventare incolmabile, con danni ambientali e economici a carico delle prossime generazioni. Eppure esistono non solo tecnologie (disponibili già dagli anni 70/80 ma boicottate a causa del turbo liberalismo) efficienti e a basso impatto, ma addirittura progetti italiani per edificare intere città ecosostenibili che vincono gare d’appalto internazionali, ma non trovano spazio sul patrio suolo (ne parleremo prossimamente).

Il resto del mondo corre con gli stivali delle sette leghe verso il futuro, l’Italia è sempre più come il capitano del Titanic: avverte sinistri cigolii, preferisce ignorarli - "è solo un rumorino" - e continuare a ballare allegramente al suono dell’orchestrina, mentre affonda velocemente in un oscuro abisso.


Fonti: La Repubblica, Affari&Finanza (La Repubblica), Altreconomia

CLIMA, "INQUINARE MENO DA SUBITO: UN DOVERE DI TUTTI"
post pubblicato in Ambiente, il 7 dicembre 2009
 Intervista esclusiva al Prof. Giorgio Nebbia, docente emerito di Merceologia all’Università di Bari

Comincia il vertice di Copenhagen sui mutamenti climatici, ma sull’ambiente spira una brutta aria. “Le congregazioni di vapori” immesse nell’aria stanno aumentando in modo irreparabile la temperatura del pianeta, ma governi dei paesi avanzati, al pari di quelli in via di sviluppo non intendono rinunciare alle folli “comodità della società dei consumi capitalista”. Senza contare i lobbisti pagati per difendere interessi privati lontanissimi dal bene comune (vedi multinazionali). E con l’Italia a recitare il solito ruolo di nazione dei furbi…


di Hermes Pittelli ©


 Il cielo sta per crollarci sulla testa. Il Professor Giorgio Nebbia, docente emerito di Merceologia all’Università di Bari, saggista e ambientalista attivo e combattivo, ricorre alla metafora dei Galli inventati da Goscinny/Uderzo , quelli che resistono ancora e sempre all’invasore e che hanno paura di una sola cosa (che la volta celeste cada sulle loro teste, appunto), per ammonire l’umanità prossima al punto di non ritorno.
Se non vogliamo essere buoni per motivi ecologici, cerchiamo di esserlo almeno per motivi egoistici”. Tradotto, se non vogliamo rinunciare agli insensati agi della pseudo civiltà consumistica, facciamolo per preservare la nostra stessa vita. Non solo perché il modello economico capitalista, basato sull’esaltazione del massimo profitto e dello sfruttamento senza limiti delle risorse ci sta conducendo a un passo dalla catastrofe climatica, ma anche perché l’aumento dell’esclusione di fette sempre più larghe delle popolazioni della terra da questo “benessere” - popolazioni depredate delle loro risorse e del loro futuro - genera sempre più spesso uno stato di conflitti sanguinosi e permanenti.


Prof. Spira una brutta aria sul clima mondiale ?

R. Sì; le attività umane stanno immettendo nell’aria --- quella “congregazione di vapori” come la chiama Amleto --- una crescente quantità di sostanze che, oltre a causare danni alla salute nelle vicinanze dei luoghi di emissione, si disperdono in tutta l’atmosfera terrestre e stanno cambiando la temperatura del pianeta. Ciò è dovuto al cambiamento dell’equilibrio, delicatissimo, fra l’energia solare che entra nell’atmosfera e raggiunge la superficie della Terra, e l’’energia che la Terra, un corpo “molto caldo” a circa 15 gradi Celsius, rispetto agli spazi interplanetari circostanti (alla temperatura di circa –270 gradi Celsius) irraggia e perde nello spazio.
Tale delicato equilibrio dipende dalla trasparenza dell’atmosfera alla radiazione in arrivo e alla radiazione in uscita dalla Terra. Se, come sta avvenendo, cambia la composizione chimica dell’atmosfera e cambiano quindi le sue proprietà di trasparenza, all’interno dell’atmosfera, e quindi sulla superficie dell’intero pianeta, aumenta il calore intrappolato, come in una serra, e quindi aumenta la temperatura degli oceani, dei continenti, la circolazione delle acque; cambia, insomma, in peggio, il clima del pianeta.

Il vertice climatico di Copenhagen nasce sotto una cattiva stella. Il viaggio di Obama in Cina, con l’esclusione di un accordo sulle emissioni di CO2, lo rende già superato e inutile?

R. No, non sarebbe superato se servisse a far capire ai governanti della Terra, una volta tanto riuniti tutti insieme, apparentemente uniti dal fine comune dell’interesse del pianeta e dei suoi abitanti, quello che sta succedendo e i rimedi che si possono (e devono) prendere. Ci sono delle diversità di vedute fra i vari paesi perché i rimedi per rallentare le modificazioni del clima planetario costano dei soldi, spesso tanti soldi. Si tratta di modificazione dei cicli produttivi, delle pratiche agricole e forestali, di cambiamenti nel tipo e nella quantità di consumi; si tratta di sanare o attenuare ingiustizie sociali. I paesi ricchi inquinano di più perché sono ricchi e sprecano; i paesi poveri contribuiscono ai mutamenti climatici perché cercano di migliorare le loro condizioni di vita: tagliano le foreste per poter vendere legno e minerali, accettano industrie inquinanti per guadagnare qualche soldo. Una ragionevole proposta è che i paesi ricchi moderino il loro inquinamento e diano dei soldi ai paesi poveri perché producano legname e minerali e prodotti agricoli con pratiche meno inquinanti.

Lei, al convegno organizzato da Attac Italia sui cambiamenti climatici, ha definito “falangi” le delegazioni che marceranno sulla capitale danese. Si riferiva soprattutto a politici, portaborse e lobbisti. Può chiarire perché ? Può spiegarci per quale motivo i lobbisti sono ammessi a un tavolo di confronto sulla salute del pianeta?

R. Pare che a Copenhagen vadano migliaia di persone, alcuni al seguito delle delegazioni governative, alcuni per far sentire la richiesta di giustizia e di ambiente pulito dei cittadini della Terra, altri --- quelli che ho chiamato lobbisti --- per difendere gli interessi dei loro datori di lavoro. E si danno e si daranno un gran da fare per spiegare ai governanti che la situazione non è poi così grave, che forse i mutamenti climatici non ci sono, che non è colpa del petrolio o del carbone, che forse ci sono ma che non è colpa delle attività umane, che (se sono pagati dalle industrie) è colpa degli agricoltori; che (se sono pagati dagli agricoltori) è colpa delle industrie, e così via. Insomma cercano di attenuare i costi che ciascuno dei loro datori di lavoro teme di dover affrontare (se verrà imposta una limitazione delle emissioni di agenti inquinanti) per i cambiamenti della produzione, per cui le merci costeranno di più e se ne venderanno di meno. Tutto li. A questa gente del futuro del pianeta non interessa niente. Ci sono poi i lobbisti interessati a sostenere che i mutamenti climatici si possono attenuare se le loro aziende vendono più pannelli solari, o più motori a vento, o più centrali nucleari e che per tutte queste azioni virtuose gli stati devono tirare fuori dei soldi e darli ai loro datori di lavoro per contribuire al bene dei loro cittadini: insomma al fine della produzione di soldi a mezzo di ecologia.

Tutti i guasti ambientali sono dovuti a "cose buone": il riscaldamento nelle case, l’energia elettrica, i carburanti per i trasporti, l’energia per la lavorazione dei campi. Argomenti formidabili per negazionisti dei mutamenti climatici e per chi difende gli interessi delle multinazionali: Come ne usciamo? Cosa possiamo dire a quei cittadini “passivi” ormai assuefatti e dipendenti dalle comodità della civiltà capitalista occidentale schierati con chi sta portando il pianeta verso l’autodistruzione?

R. Si può spiegare che il “non fare”, il non prendere iniziative per fermare i mutamenti climatici si traducono in costi che dovranno pagare; i mutamenti climatici innescano azioni che costano: aumento di piogge che provocano alluvioni e frane e distruzione di case e strade e ponti, che costa ricostruire; innalzamento del livello dei mari che richiederanno costose opere di difesa delle città costiere, o abbandono di terre costiere; avanzata dei deserti con aumento del prezzo delle derrate agricole e quindi degli alimenti che troveranno nel mercato; perdita di profitti per perdita di turismo. Insomma, se i nostri coinquilini del pianeta Terra non intendono rinunciare alle comodità della “società dei consumi capitalistica” dovranno pagare sempre di più in futuro tali comodità, e in alcuni casi ne saranno privati, per la forza distruttiva della natura violentata dal loro stesso comportamento.

Lei ha definito l’emission trading un moderno mercato delle indulgenze. Può spiegare in breve a chi crede che il protocollo di Kyoto sia risolutivo per i guasti climatici quanto si tratti in realtà di un pallido palliativo?

R. Qualsiasi accordo fatto in buona fede può non essere un palliativo; non condivido la politica del commercio del diritto ad inquinare, secondo cui chi inquina emettendo anidride carbonica e gas serra nell’atmosfera, può “comprare” tale diritto da qualcuno che si impegna a inquinare un poco di meno; il dovere è di inquinare di meno tutti. Diverso è il caso in cui i paesi industriali si impegnano a risarcire con denaro il minore reddito di coloro che, nei paesi poveri, rinunciano a tagliare le foreste, a estrarre minerale, alle monocolture intensive, che finora sono spesso le uniche fonti di reddito, traendo lo stesso reddito, grazie ai soldi dei paesi ricchi, con pratiche di vita e agricole e forestali che conservano le condizioni ambientali che “non” generano gas serra. Questi impegni --- a inquinare di meno, a risarcire i paesi poveri perché evitino pratiche che fanno aumentare i gas serra --- dovrebbero essere il fine delle riunioni della lunga serie di incontri internazionali cominciata a Rio de Janeiro, continuata a Kyoto, ora a Copenhagen, eccetera

Intanto, l’Italia ostacola la ricerca sulle fonti alternative, incoraggia la costruzione di inceneritori e centrali nucleari, petrolizza regioni come l’Abruzzo autentici patrimoni ambientali e di biodiversità, privatizza l’acqua. A Copenhagen mandiamo un ministro dell’ambiente la cui famiglia è direttamente responsabile dei disastri petrolchimici nel siracusano. L’Eni e Scajola premono per l’interramento della CO2. Non sembriamo troppo credibili, né all’avanguardia nella tutela dell’ambiente, giusto?

R. L’Italia avrà grossi problemi nelle discussioni di Copenhagen perché, per sofismi vari, ha fatto ben poco sia sul fronte delle fonti energetiche rinnovabili sia, soprattutto, per cambiamenti tecnico-scientifici e merceologici che dovrebbero limitare le emissioni di gas serra. La proposta di continuare a generare gas serra, a bruciare carbone e petrolio nelle centrali e nei forni, e poi di sotterrare l’anidride carbonica mi sembra un po’ come le massaie che invece di pulire nascondono la polvere sotto il tappeto. Del resto l’idea di far passare enormi quantità di gas di scarico delle centrali, contenenti pochi percento di anidride carbonica, in un sistema che separi l’anidride carbonica e poi di liquefare tale anidride carbonica e di spedirla allo stato liquido, o anche gassoso, a centinaia di chilometri di distanza e poi di immetterla nelle caverne sotterranee da cui è stata estratta acqua o gas naturale o petrolio, non risolve il problema perché ciascuna di queste operazioni richiede energia e, se si fa il conto, il costo in energia (cioè i chili di anidride carbonica prodotta) è maggiore della quantità di anidride carbonica che si fa “scomparire” e si mette sotto terra. A parte problemi geologici di tenuta dei serbatoi sotterranei. A mio modesto parere non è questo che l’Italia dovrebbe proporre come grande furbizia.

Professore, dobbiamo rassegnarci. O mutare i nostri stili di vita o scomparire. Concretamente, cosa dobbiamo fare da subito per salvare il pianeta e la stessa razza umana? Qualcuno ipotizza la necessità della scomparsa del capitalismo occidentale e della rivoluzione industriale per costruire una controrivoluzione o capitalismo verde. Ma come sempre i volponi del profitto agitano lo spettro della miseria: es. se non produciamo più auto, mandiamo sul lastrico gli operai.

R. Di certo il capitalismo come lo conosciamo è destinato a scomparire per lasciare il posto, se non a un sistema sociale più attento alle persone e all’ambiente, ad un capitalismo meno becero, riformato in cui l’attenzione al benessere prenda il poso dell’idolatria dei soldi. Se i paesi occidentali non accetteranno la transizione, tale transizione sarà imposta dalla pressione dei popoli emergenti. Il destino della sfrontatezza e dell’esibizionismo e del lusso del capitalismo fa venire in mente un famoso sonetto di Shelley che racconta di una gigantesca statua del faraone Ramesse, abbandonata semisommersa dalla sabbia nel deserto egiziano, sulla quale era incisa la frase: “Io sono Ozymandias, re dei re: guarda le mie opere o tu potente e sappi regolarti”. Ecco anche il potente capitalismo occidentale (e non solo occidentale, ormai) dovrebbe sapere quello che lo aspetta, deserti e alluvioni, se non cambia in fretta.

Professore, al bando le utopie. Ma per mutare, invece del clima, le pessime abitudini merceologiche e di consumo non solo degli occidentali ma delle economie emergenti, come possiamo intervenire? A chi spetta intervenire in modo sostanziale e pianificare questa vera rivoluzione copernicana?

R. Spetta a lei come giornalista, a me come (sia pure ex) insegnante, a chi può fare informazione e cultura; spetta a chi è capace di spiegare i rapporti fra merci e consumi e il mondo circostante, a chi riesce a propagandare valori come solidarietà, come capacità di guardare al futuro, di guardare il cielo come grande portatore di energia per le piante e la vita ma anche di veleni per la salute, al valore del silenzio; anche il chiacchiericcio consuma energia e immette gas serra nell’atmosfera.

Incubi e sogni sulle strategie energetiche dell’ex Belpaese
post pubblicato in Società&Politica, il 16 luglio 2009

Tra l’Italia immaginaria (auspicabile) e quella reale (detestabile) c’è sempre un incolmabile e tragico divario di menzogne, truffe, affari sporchi nati dalla collusione tra politicanti, mafie, multinazionali

 
 
 
 
di Hermes Pittelli ©
 
 
 
 Il Belpaese sterza in modo deciso verso le fonti rinnovabili.
Eolico e solare saranno le energie che consentiranno all’Italia di affrancarsi dalla schiavitù commerciale nei confronti di paesi quali la Russia e la Libia.
Il governo ha progettato e varato una strategia energetica rivoluzionaria: addio al petrolio, al gas, al carbone, addio anche a tutti i rischi connessi alle centrali nucleari.
L’esecutivo guidato da Berlusconi, dopo i grandi successi al recente g8, ha visto approvare in via definitiva anche dal Senato il ddl sviluppo che proietta finalmente nel futuro ecosostenibile l’Italia.
Un paese a impatto zero, completamente autonomo e con milioni di posti di lavoro creati grazie alla realizzazione e alla manutenzione degli impianti per le rinnovabili, al rilancio del turismo, dell’accoglienza e della Cultura. Ecco l’ambizioso piano che già fa sussurrare ai cittadini comuni e perfino Oltretevere, nelle segrete stanze del Vaticano. “Silvio, santo subito!”.
 
L’Italia è un lembo di terra ferma che si allunga pigramente nel Mediterraneo e si vezzeggia con le sue meravigliose isole Sicilia e Sardegna.
Ecco, da oggi gli italiani potranno far funzionare l’indispensabile tv, l’irrinunciabile frigorifero, il vitale pc e tutti gli altri elettrodomestici con l’energia del vento e durante l’inverno otterranno il calore necessario dall’amico sole. Addirittura le case saranno dotate di caldaie alimentate da trucioli di legno e paglia.
La rivoluzione verde (non padana) delle rinnovabili consentirà di garantire il 100% del fabbisogno elettrico e il 70% di quello termico: addio salatissime bollette energetiche, addio sprechi, addio speculazioni dei colossi energetici; ogni cittadino italiano godrà di un surplus di energia che potrà rivendere.
Le emissioni di CO2 saranno abbattute del 140% e rispettare, superare e rendere reale l’accordo di Kyoto non sarà più solo una utopia, ma una travolgente e contagiosa realtà. E poi i trasporti non saranno più inquinanti: avremo auto e camion in grado di muoversi grazie all’idrogeno generato dalle pale eoliche!
Rifioriranno agricoltura e allevamenti biodinamici, la biodiversità non sarà più a rischio estinzione, i giovani dotati di intelletto e cultura non saranno più costretti ad emigrare all’estero per valorizzare i propri talenti e la propria sacrosanta voglia di ‘futuro concreto’.
 
Smaltiti gli inebrianti fumi del Nero d’Avola riprendo coscienza: come sempre, tra l’Italia immaginaria e quella reale c’è un un tragico divario di bugie, affari sporchi, truffe, business dei pochi e a vantaggio di pochi organizzato dalla collusione tra mafia, politica e multinazionali.
Quando politici e presunti grandi capitani coraggiosi (leggere come esempio la recente intervista concessa da Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni, all’inserto economico di La Repubblica: l’unica preoccupazione è parlare del prezzo del greggio che una volta stabilizzato consentirebbe di abbattere i costi delle bollette e investire finalmente sulle rinnovabili... Silenzio sulla distruzione ambientale legata all’estrazione e alla lavorazione del petrolio, silenzio sull’imbroglio tutto italiano del Cip6) raccontano agli ignari, ignavi, pigri e proni sudditi italioti che le fonti rinnovabili costano troppo, sono difficili da realizzare e non assicurano alcun reale vantaggio economico e ambientale, come di consueto, mentono spudoratamente pro domo loro.
Il paradiso a impatto zero descritto poco fa esiste, si chiama Samso ed è un’isola danese che sta sperimentando con successo un progetto del Regno di Danimarca. Un’isola danese che, ad intuito può contare in abbondanza su correnti marine e potenza eolica, decide di affidarsi – e suona quasi come uno sberleffo nei nostri confronti – anche ad una impressionante batteria di pannelli solari!
Recentemente sono stato in Sicilia, nel siracusano, in gita-studio, e ho constato che nessuno quasi conosce l’esistenza di questi impianti (e di certo non sono le amministrazioni locali di concerto con le aziende indigene a favorire l’informazione e la diffusione dei pannelli solari!); tutti concentrati sugli ecoinsostenibili e depauperanti poli petrolchimici (passando in auto sull’autostrada Catania-Siracusa ho visto con i miei occhi carcasse di agnelli deformi in prossimità dell’uscita di Priolo).
Naturalmente, il vero ddl sottosviluppo lanciato in orbita da palazzo madama prevede di appoggiare i business inquinanti e criminosi legati al carbone, al nucleare, al petrolio (siamo così amici di Putin e di Gheddafi...); prevede l’esautorazione del parere vincolante delle amministrazioni locali: in sostanza non sono più i governatori locali, quelli che davvero conoscono i territori e le esigenze della gente, a poter decidere strategie politiche ed economiche davvero vantaggiose per la salute e le tasche dei cittadini, ma è il governo centrale, sentito il parere del fantasmatico ministero dell’Ambiente e con il supremo giudizio di quello delle Attività produttive , ad avere l’ultima parola sui destini delle popolazioni. Prepariamoci perché subiremo l’invasione degli ultracorpi: centri oli, inceneritori e centrali atomiche a go-go.
 
Come scrive Luciano Lorenzo, prendiamo nota di chi ha firmato (e votato alla Camera e al Senato) questa ennesima porcata (con rispetto per il porco vero), perché quando aumenteranno in modo esponenziale le patologie tumorali, le mutazioni del genoma umano, nasceranno bimbi morti e malformati, le madri avranno latte alla diossina, potremo guardare negli occhi e chiedere conto ai responsabili di questi disastri: TREMONTI, SCAJOLA, BRUNETTA, ALFANO, SACCONI, CALDEROLI (disegno di legge 1441), tutti alfieri e audaci paladini del governo Berlusconi.
 
La distruzione della nostra salute e l’assalto alla diligenza dei nostri risparmi passa sulle nostre teste rintronate e pigre, a vantaggio dei soliti noti (Eni, Enel, Impregilo, ecc.). Sono curioso di verificare quanti abruzzesi parteciperanno alla manifestazione di protesta contro la petrolizzazione d’Abruzzo prevista per sabato 18 luglio a Pescara; sono ansioso di constatare come i media la racconteranno (se...), come la politica locale e nazionale collusa tenterà di screditare e minimizzare le argomentazioni dei pericolosi ribelli ecointegralisti, come direbbe la petrolchimica Prestigiacomo che dovrebbe tutelare l’ambiente.
 
L’italia è ormai un paese antistorico; mi aspetto da un momento all’altro che diventi discarica per rottamare i veicoli, gli elettrodomestici arrugginiti e tutta la monnezza di Cina e India; accordo che la nostra politica firmerà in segreto sotto lauto pagamento di bustarelle e che sarà spacciato ai cittadini come necessaria e taumaturgica assicurazione per un avvenire di progresso e ricchezza.
Il belpaese, i cittadini italiani, si sono condannati all’esilio dalla realtà, sono carnefici e vittime di se stessi, a causa della propria mentalità obsoleta e inadeguata.
Obama quando vieni a salvarci? Ma lui ci direbbe, come ha fatto in Ghana con gli Africani, che il destino è nelle nostre mani e dobbiamo guadagnarcelo, lottare per costruircelo da soli!
 
C’è chi progetta la Los Angeles del 2030 come la prima Zero waste City.
C’è chi progetta (20 grandi aziende tedesche) di ‘catturare’ l’energia del deserto del Sahara per renderla disponibile, sempre, grazie ad una super-rete (un grande sistema integrato continentale, tutto basato sulle rinnovabili), per l'Africa del Nord e per il  Vecchio Continente; e c’è il famigerato pifferaio magico italiano che suona la nenia ipnotica sul petrolio foriero d’energia e ricchezza (Basilicata docet).
Un giornalista e saggista dei Paesi del Golfo (zona vagamente petrolifera) ha scritto: “La manna del petrolio è in realtà una disgrazia”.
Tahar Ben Jelloun, citando il Corano, ha vergato un commento alla notizia di questo progetto che renderebbe l’improduttiva, all’apparenza, distesa di sabbia una fonte di benessere per gran parte dell’umanità: “E’ la luce, non il petrolio, la vera ricchezza del deserto”.
Sempre lo scrittore e filosofo marocchino, vero baluardo contro ogni forma di razzismo, rammenta il poeta sufi Ibn Arabi, mistico: “Il deserto è l’immaginazione assoluta”.
L’immaginazione visionaria tradotta in progetti concreti è sempre stato l’unico motore dei reali progressi della razza umana.
 
Resta lo sconfortante sospetto che ormai in Italia l’unica luce che continua a brillare all’orizzonte sia la fiamma di un tetro e minaccioso desolforatore.
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