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L’orecchino di Maradona nel paese degli illustri delinquenti
post pubblicato in Diritti, il 7 febbraio 2010




di Hermes Pittelli ©


Maradona è stato senza dubbio un fuoriclasse del pallone, ma si è segnalato anche per altre imprese straordinarie; in ambito extracalcistico.
Nel paese dei furbi e dei mariuoli, si è integrato così bene che nel periodo di militanza partenopea ha accumulato un debito con l’erario italiano superiore a 30 milioni di euro.
Nel settembre del 2009 gli ispettori della Guardia di Finanza e i funzionari dell’agenzia Equitalia hanno sequestrato a Merano uno dei celebri orecchini tempestati di diamanti dell’ex Pibe de Oro e lo hanno posto all’incanto. L’oggetto è finito nelle mani di una signora (che ha preferito mantenere l’anonimato) lieta di sborsare 25.000 euro per aggiudicarsi il prezioso feticcio.
Venticinquemila euro, una goccia nel mare rispetto a quanto Maradona, con abile dribbling mancino, ha sottratto al fisco tricolore.

Ma l’aspetto più sconcertante della vicenda riguarda l’atteggiamento di Equitalia, la spa a totale capitale pubblico (51% Agenzia delle Entrate, 49% Inps) che si propone di realizzare “una maggiore equità fiscale”; presente in tutte le regioni, tranne la Sicilia.
Ci si potrebbe già chiedere perché “maggiore” e non, semplicemente, “l’equità fiscale” punto.
Per capire l’entità del fenomeno 'evasione', nel 2008 l’imponibile evaso ammonta alla cifra di circa 311 miliardi di euro: 125,8 miliardi depredati dalle casse dello Stato, fondi che servirebbero a garantirci servizi essenziali quali la sanità, l’istruzione, le pensioni.

Comunque, il direttore generale Marco Cuccagna si è sentito in dovere di organizzare una conferenza stampa per gettare visibilità mediatica sull’evento. Come se riscuotere i giusti tributi dovuti allo Stato o stanare gli evasori facesse parte  dell’unreality horror show permanente in cui tutti i cittadini italiani vivono da 20 anni a questa parte.
Risultano allarmanti soprattutto le parole del dirigente Equitalia: “A prescindere dal caso Maradona, l’attività dell’agenzia prosegue incessantemente nei confronti di tutti gli evasori, illustri o meno che siano”.

Abbiamo quindi scoperto che esiste la categoria sociale degli ‘evasori illustri’, riconosciuta ufficialmente dall’agenzia statale che si occupa di intascare le tasse pagate dai cittadini onesti.
Un lapsus verbale rivelatore di una forma mentis e di una corruzione morale che sta devastando quello che resta di questo paese.
Come direbbe Scajola, sarò all’antica, ma un evasore, peggio se benestante quando non plutocrate, è solo un delinquente.
L’aggettivo illustre è appannaggio esclusivo di persone di cristallina e non negoziabile moralità.
Giorgio Ambrosoli, Falcone e Borsellino, Rita Levi Montalcini, giusto per fare dei nomi.
In italia invece cerchiamo da troppo tempo questa commistione tra sacro e profano, come se immergere nello stesso calderone primordiale gli onesti e i disonesti servisse da lavacro morale (anzi, amorale) per cancellare i peccati dei birboni; peggio, per collocare i primi e i secondi sul medesimo piano sociale. Ma se tutti rubano o uccidono e io mi adeguo, non sono innocente, né le mie azioni possono finire nella centrifuga che regala l’amnistia e il condono universali.

Da noi qualcuno continua a rivendicare tagli d’imposte immaginari, mentre per ridurre l’iniqua pressione fiscale su chi le tasse le paga davvero basterebbe non varare scudi fiscali per i ‘grandi e illustri evasori’ (quelli che hanno i conti blindati nei paradisi fiscali), o per le varie potentissime mafie (sempre nel 2008, l’economia del crimine organizzato ha fatturato 120 miliardi di euro, con un ammanco di entrate fiscali pari a 40 miliardi); magari eliminare – quelle sì autentiche gabelle truffaldine – le bollette energetiche gonfiate con gli incentivi Cip 6 per le fonti rinnovabili e/o assimilabili (fonti alternative che non esistono in Europa, ma solo in Italia).

L’ex Belpaese detiene, tra i tanti, un primato negativo: è primo in Europa per evasione fiscale. Del resto, alla faccia di J.F. Kennedy, non siamo tutti berlinesi.
Già, perché i tedeschi, a differenza degli altri cittadini continentali (sugli italiani poi meglio stendere una pietosa coltre di silenzio) le tasse le pagano e anche salate: nel 2008, 605 miliardi, e con l’Iva che ha raggiunto quasi i 180 miliardi di euro.
E alle ventilate ipotesi di taglio delle aliquote avanzate da Angela Merkel, hanno risposto: “No, grazie”.
Mica perché i teutonici siano fessi, solo hanno fatto quattro conti e si sono accorti che l’equilibrio delle finanze nazionali non consente questi espedienti propagandistici.

L’Italia invece resta il (al) palo della cuccagna dei furbi che trascinano il resto del paese in rovina. In fondo, ci siamo già passati nel 1992.
Ma lo abbiamo dimenticato.
Infatti stiamo beatificando corrotti, corruttori e illustri evasori.


FONTI:
La Repubblica, NuovoFiscoOggi, EquitaliaSpa

Il rispetto secondo l’Eni
post pubblicato in Ambiente, il 31 gennaio 2010

di Hermes Pittelli ©


L’Eni aspira alla beatificazione. Naturalmente, ‘auto-beatificazione’.
L’anno scorso per cantare le proprie lodi aveva ingaggiato l’attore Massimo Ghini, interprete in una fiction tv di Enrico Mattei (il corruttore dall’alta integrità morale privata).
Nel 2010 ecco il nuovo spot celebrativo. Una voce fuori campo declama i tre ‘principi’ fondamentali, le tavole della legge che ispirerebbero la filosofia aziendale del cane nero a sei zampe: internazionalità, ricerca, rispetto. Il tutto mentre l’artista Ilana Yahav disegna con la sabbia (non bituminosa si spera) su pannelli di vetro il magico e incantato mondo Eni.

Internazionalità “una parola interessante” (certo che la fantasia o semplicemente il lessico di chi scrive queste markettate è davvero ai minimi storici). Ricerca “una parola più difficile” (idem come sopra).
Ma concentriamoci sulla parola “rispetto”. Cerchiamo di capire cosa significa rispetto per un’azienda che si vanta di operare (fare danni) in più di 70 paesi del mondo per portare energia agli italiani (in dono? Versione moderna di San Nicola/Santa Claus?).

Giorgio Bocca, 90 anni, giornalista dal 1945, protagonista della Resistenza, editorialista per la Repubblica e L’Espresso ha chiarito bene il non ruolo del giornalismo in Italia: “Se oggi voglio fare un’inchiesta sulla Fiat (o sull’Eni, per aggiungere un esempio, ndr) rinuncio da subito, perché Fiat è un grande inserzionista e i giornali in Italia vivono solo con la pubblicità (e con ingenti aiuti statali, altra piccola precisazione, ndr)”.
In Italia il cittadino non è informato, perché chi dovrebbe fungere da guardiano dei potentati economici e politici, mangia nella ciotola delle briciole dei tizi che dovrebbe ‘vivisezionare’.
L’Agi (Agenzia Giornalistica Italia) è addirittura controllata al 100% da Eni; così si fa prima.

All’estero invece sanno benissimo cosa significa Eni. Tra l’altro è lo stesso cagnaccio nero a sei zampe ad 'autodenunciarsi' annualmente davanti agli investitori di Wall Street. Già, perché a New York se vuoi essere ospitato nei listini non puoi raccontare balle come in Italia; devi presentare un report annuale alla SEC (Security Exchange Commission) in modo che chi pensa di investire i propri soldi su di te, abbia tutte le informazioni possibili e veritiere per valutare se sei degno di fiducia.
La nostra gloriosa Eni nel 2008 ha consegnato un ‘papiello’ di 10 pagine bello denso di procedimenti giudiziari pendenti a suo carico per comportamenti criminosi nei famosi 70 Paesi del globo in cui opera; veri e propri reati che spaziano dalla devastazione ambientale, alla creazione di cartelli per violare l’antitrust e quindi la libera concorrenza, fino all’evasione fiscale e alla corruzione (Very Italian Job, ndr).

L’elenco è lunghissimo e in costante aggiornamento.
Del resto, basterebbe limitarsi alle notizie apparse sui quotidiani in questi giorni.
Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Ente del Rispetto (dopo il partito dell’amore, ndr), già condannato per disastro ambientale nel parco fluviale del Delta del Po (quando guidava Enel), ha lanciato ‘
la campagna d’Africa’. Il Continente nero purtroppo già conosce il concetto di rispetto secondo Eni, visti le terribili ferite sul delta del Niger (con i veri padroni di quelle terre martoriati dal gas flaring) o in Congo (con lo sfruttamento delle sabbie bituminose ultratossiche e la coltivazione della palma da olio).
Ma Scaroni si crede la reincarnazione di Rommel, la volpe del deserto; anche perché, a parte il proprio stipendio annuale (è ‘solo’ 39° nella classifica 2008, con poco più di 3, milioni di euro ovvio) si preoccupa di soddisfare gli appetiti “di 300.000 soci affamati di dividendi”.
Insomma, più che il rispetto poté l’ingordigia di profitto.

Dunque, Eni nel 2008, alla SEC di Wall Street ha presentato la propria Top 18 Chart delle vergogne italiche, con le cause in cui compare come imputata per danni all’ambiente e alla salute dell’uomo:

- 1992: Causa a Mantova per inquinamento dal 1976 al 1990;

- 1997: : Causa a Venezia per crimini e cattiva conduzione degli stabilimenti di Porto Marghera, dal 1970 al 1995;

- 2000: Causa a Brindisi per inquinamento attraverso sostanze chimiche tossiche dal 1960 ad oggi.

- 2002: Causa a Gela per violazione delle leggi sullo smaltimento dei rifiuti. Eni condannata al pagamento di una multa per avere disperso nell'ambiente residui petroliferi inquinanti;

- 2002: Causa a Priolo (Siracusa) per avvelenamento intenzionale. Eni accusata di avere causato infiltrazioni di sostanze tossiche nelle falde idriche da cui dipende l’approvvigionamento dell’acquedotto cittadino. Eni condannata a bonificare l’area;

- 2002: Causa a Gela per l'inquinamento delle falde acquifere. Eni accusata di comportamenti criminosi nello smaltimento di rifiuti derivanti dalla raffineria e per danni ambientali e all'approvvigionamento idrico (a Gela l’acqua di rubinetto non è potabile; ma esce con tanti bei colori);

- 2002: Causa a Gela per avere causato danni alla salute umana ‘grazie’ alla raffineria e le sue emissioni;

- 2002: Incendio a Gela. Processo contro Eni per incendio negligente, crimini contro l'ambiente e deturpazione delle bellezze naturali;

- 2002: Causa a Venezia per danni ambientali alla Laguna causati dallo stabilimento di Porto Marghera;

- 2003: Causa a Crotone per danni ambientali e per danni irreversibili alla bellezza naturale nel sito di Aversa;

- 2004: Causa a Rovigo per smaltimento illegale di rifiuti in località Loreo;

- 2004: Causa a Rovigo per le emissioni nocive di un impianto petrolifero a Mantova;

- 2004: Causa a Rovigo per attività di smaltimento illegale di rifiuti a Mantova;

- 2006: Causa a Priolo (Siracusa) per incendio negligente;

- 2006: Causa a Torino per inquinamento da DDT a Pieve Vergonte, sul Lago Maggiore;

- 2007: Causa ad Augusta per inquinamento da Mercurio emesso dai propri stabilimenti;

- 2007: Causa a Carrara per inquinamento irreversibile alla bellezza naturale del sito di stoccaggio di idrocarburi in localita' Avenza. Fra le parti lese, lo stesso ministero dell’Ambiente;

- 2008: La Regione Veneto e l’Ente Parchi del Delta del Po, le Province di Venezia, Rovigo, Ferrara e la città di Comacchio fanno causa contro Eni per tentata strage e per aver causato alluvione.


In Norvegia, non solo il sito ufficiale del governo avvisa i cittadini della pericolosità connessa ad ogni fase delle attività petrolifere, ma il fondo pensionistico governativo disinveste dalle aziende e dalle multinazionali ritenute poco etiche.
I norvegesi dimostrano un senso di moralità e rispetto ambientale invidiabili: così decidono di vendere i titoli di marchi quali Wal-Mart, Rio Tinto, Phlipp Morris, l’italiana Finmeccanica; e di espellerli dal proprio portafogli.
In Norvegia non c’è posto per chi calpesta diritti umani, diritti dei lavoratori, integrità dell’ambiente; nemmeno se è ricco.
Nel nostro paese, invece, non solo nel settore degli investimenti, ma in ogni ambito, l’etica suscita grande ilarità; siamo quelli che varano scudi fiscali per riciclare i soldi sporchi delle mafie e che santificano ladri, corruttori e latitanti.

Eni ha ragione: rispetto è davvero una parola indispensabile; peccato non ne conosca il significato.
Ma per sua fortuna, l’Italia tutto questo non lo sa.


Fonti: La Repubblica; Professoressa Maria Rita D’Orsogna.

Abruzzo e petrolio, la Spoon River di politica e informazione
post pubblicato in Ambiente, il 28 gennaio 2010
Ortona, 7 gennaio 2010. La Prof. D’Orsogna, afona, ‘parla’ per interposta voce del rischio petrolizzazione che incombe sulla Costa dei Trabocchi. La politica locale è assente o rivendica improbabili conversioni ambientaliste dell’ultima ora. La Provincia di Chieti si fa rappresentare dall’Assessore Di Martino, storico sostenitore del centro oli targato Eni. In rete si discute di fantomatiche risse, invece del pericolo idrocarburi


di Hermes Pittelli ©


La Spoon River della politica abruzzese è andata in scena alla sala Eden di Ortona.
L’opera di Edgar Lee Masters è un capolavoro di poesia e letteratura, mentre nel nostro caso parliamo di una deprimente passerella per rivendicare meriti e battaglie immaginari.
Il 7 gennaio 2010, la conferenza organizzata da Gaetano Basti (ex direttore dell’Arta di Pescara che fornì parere favorevole al Centro Oli Eni, ndr), editore della rivista D’Abruzzo, per informare la popolazione sui rischi connessi ai progetti petroliferi che minacciano la Costa dei Trabocchi, ha preso una piega inaspettata e sconfortante.
La relazione principale è stata affidata alla Professoressa D’Orsogna, afona, in quanto reduce da un incontro a Monopoli dove per tre ore aveva illustrato i pericoli che incombono anche sulla Puglia a causa delle trivelle assetate d’idrocarburi. In Puglia, grazie all’impegno del Ctg Egnatia monopolitano, le relazioni scientifiche della Erin Brockovich abruzzocaliforniana sono state ascoltate in modo così attento che il governatore Nicky Vendola, non solo ha definito le piattaforme “una schifezza”, ma ha presentato ricorso al Tar per proteggere i mari regionali; e pochi giorni dopo, ha trionfato alle primarie del Pd (sarà un caso?).

A Ortona, a supporto di Maria Rita D’Orsogna, l’ingegner Giambuzzi con l’ingrato compito di spiegare gli aspetti più tecnici della legislazione italiana che dovrebbe regolamentare le attività petrolifere e la tutela della salute dei cittadini e dei territori.In sala, politici locali in ordine sparso.
Il tema non interessa al Consiglio municipale di Ortona che diserta in massa la serata. ‘Scalda’ poco anche Enrico Di Giuseppantonio, presidente della Provincia di Chieti, il quale preferisce correre alla presentazione dell’ennesima biografia dedicata all’ex ministro Remo Gaspari (nostalgico dell’epoca in cui l’Eni decideva d’imperio le strategie ambientali regionali, senza tante discussioni).
Ci sono anche amministrazioni che stanno partecipando alla battaglia contro la petrolizzazione senza esitazioni, come ad esempio i Comuni di S. Vito Chietino, Pineto, Treglio, Fossacesia, Casalbordino, Lanciano, Francavilla e Vasto.

A rappresentare la Provincia, Remo Di Martino, assessore al Turismo e alla Cultura. L’esposizione principale è stata affidata a me che per una sera ho indegnamente prestato la voce alla Prof. D’Orsogna; esposizione poco efficace per colpa mia che mi sono esposto volentieri alla brutta figura per la stima professionale e umana nei suoi confronti, ma che non dispongo delle stesse competenze scientifiche né comunicative. Dopo le relazioni, il fattaccio.
L’Assessore Di Martino prende la parola; qualcuno in sala rumoreggia, ma senza "frizzi", né "lazzi". L’avvocato ortonese forse confonde l’istituzione che è venuto a rappresentare e comincia un’infervorata difesa del Consiglio municipale sulla vicenda del centro oli. Ci tiene a sottolineare anche l’impegno di Enrico Di Giuseppantonio nella battaglia contro la petrolizzazione.
Peccato che le osservazioni presentate dalla Provincia di Chieti contro i progetti petroliferi siano state elaborate e scritte da cima a fondo dalla Prof. D’Orsogna; la Provincia si è limitata ad apporre il proprio logo, il timbro con la data e la firma, quella sì di proprio pugno, del Presidente. Nemmeno una citazione, né un ringraziamento per il lavoro della Scienziata; la quale, sentendo l’Assessore proclamarsi fiero oppositore del centro oli da tempi non sospetti, abbandona momentaneamente il tavolo dei relatori.
Nessuno ha impedito al rappresentante della Provincia di Chieti di esporre il suo pensiero. Il torto di Maria Rita D’Orsogna è di ragionare con i canoni della democrazia americana; alfabeto sconosciuto a queste latitudini, dove siamo ormai così proni e rassegnati agli inciuci da non renderci più nemmeno conto che ci stanno scippando (grazie alla nostra acefala passività) diritti, salute, risparmi, terra, il futuro dei nostri figli.
Inspiegabile poi la fantasiosa ricostruzione della serata offerta da un popolare quotidiano elettronico abruzzese che, senza inviati in loco, ha raccontato di una quasi rissa tra la Scienziata e l’Assessore Di Martino. E’ sufficiente consultare un vocabolario etimologico (o i testimoni della serata) per sgonfiare questa versione sensazionalistica. Un diversivo molto utile a coloro che preferiscono mantenere una coltre di nebbia sull’argomento, per interessi personali o per responsabilità dirette nell’immobilismo delle istituzioni.
Sul web si sono anche scatenati alcuni franchi tiratori, alcuni sciacalli che da tempo aspettavano nell’ombra per gettare discredito sulla Scienziata; sicari di bassa lega animati da fedeltà clientelari e da invidie ataviche.

Ma davvero sorprendenti restano le tesi dell’Assessore Di Martino che partecipa alle passeggiate ecologiche e stanzia fondi per l’edificazione di nuovi trabocchi (con vista sulle piattaforme petrolifere?); ha forse rimosso dalla memoria quanto lui stesso affermava sul progetto Eni in una lettera inviata al giornalista Lannes, collaboratore e inviato del quotidiano La Stampa di Torino: “Vedo di cosa si tratta e sembra una cosa non buona, ma straordinaria!” (Missiva datata 11/11/2008, pubblicata sul suo blog il I aprile 2009).
Sostiene Di Martino di essere venuto a conoscenza di questo progetto solo alla fine del 2006, su incarico del sindaco Nicola Fratino che non voleva occuparsi della questione per non essere tacciato di conflitto d’interessi.
E i cittadini presenti in sala? Muti come pesci. Qualche mugugno, nessuno che si prenda la briga di evidenziare l’incongruenza solare delle tesi esposte, di chiedere all’Assessore e agli altri politici quando si è concretizzata la miracolosa conversione sulla via dell’ambientalismo, cosa stiano facendo concretamente, con prese di posizione ufficiali e provvedimenti per difendere i mari e i territori abruzzesi.
Cittadini che poi in rete scrivono di essere contenti perché anche chi non aveva ancora capito l’ambiguità di certi amministratori ha potuto verificarla di persona.
La vera democrazia non funziona così e questa è stata solo l’ennesima occasione sprecata per ricominciare ad esercitarla sul serio.

Tornando all’avvocato Di Martino, alla fine di ottobre del 2007 raccontava: “Stato, Regione, Provincia, enti preposti ad esprimere il parere sulla compatibilità ambientale ed inquinamento, dicono che si deve procedere; i contadini, quelli che dovrebbero tenere alla loro terra più di ogni altra cosa vendono i loro poderi; l'indotto specie le aziende che da anni lavorano con l'Eni chiedono che si proceda; i lavoratori manifestano, con le sigle sindacali tutte in testa, per salvaguardare le loro famiglie; l'Eni che tra royalties e somme da versare nell'immediato dà al comune qualcosa come 25 milioni di Euro in 16 anni ed il Consiglio comunale dovrebbe dire no a che cosa e sulla base di che? Chiedo senza alcuna intenzione di fare polemica, dove sono stati questi difensori dell'ambiente in tutti questi anni? Il progetto giace al comune da anni e tutti sapevano tutto. Per inciso già due anni fa di mia iniziativa ho fatto vedere il progetto Eni a persone che in Ortona ne sanno molto perché operano nel campo da decenni e da loro ho avuto l’assicurazione che non vi sarebbe stato il disastro ecologico che, i proprietari delle agenzie immobilari che operano sul territorio paventano. Spero di essere riuscito a spiegare, se pur succintamente, che il consiglio comunale ha fatto bene, molto bene ad essere consequenziale con l'unica linea di sviluppo della nostra città, ove si voglia intervenire lo si debba fare con la Regione che può modificare o rifare i piani di sviluppo”.

Un fiero oppositore che definisce le attività petrolifere “unica linea di sviluppo della nostra città” e il progetto Eni “una cosa non buona, ma straordinaria!”.
Tra l’altro, come poteva l’Assessore chiedere pareri illuminanti sul centro oli alla fine del 2005, quando spiega di averlo scoperto solo alla fine del 2006?
Un progetto “di cui tutti sapevano tutto da diversi anni”.

Tutti chi? Non certo i cittadini.

Scajola contro Celentano, ‘balle’ atomiche a go go
post pubblicato in Ambiente, il 3 gennaio 2010
Celentano scrive a La Repubblica e spiega perché con il nucleare l’Italia rischia di giocarsi definitivamente la propria integrità ambientale. Apriti cielo. Uno dei mastini del governo, il ministro per le Attività produttive, gli risponde per le rime, dicendogli di limitarsi a fare il cantante. E citando come fonte scientifica pro atomo il solito professor Veronesi


di Hermes Pittelli ©


L’ex ragazzo della via Gluck non vuole il nucleare in Italia. Preferirebbe continuare a godere di campi verdi incontaminati e ruscelli limpidi, non avvelenati da scarichi industriali.
Del resto, anche gli italiani con un referendum nel 1987 avevano sonoramente bocciato il ‘progresso’ atomico.
Qualche settimana fa, il Re degli Ignoranti si è permesso di scrivere una lettera aperta al quotidiano La Repubblica.
Una missiva nella quale l’autentico inventore del rap, ambientalista da sempre (basti pensare a suoi lungometraggi come ‘Serafino’), spiega le ragioni della sua contrarietà al business atomico che tanto piace a questo governo e ai suoi amici interessati al giro di appalti.
Naturalmente, il povero ‘figlio della Foca’ attira immediatamente su di sé gli strali del partito dell’atomo; il giorno successivo, uno dei mastini dell’esecutivo, Claudio Scajola, replica piccato e con un senso dell’ironia diffuso tra politicanti e amministratori italici. Ovvero, invece di rispondere nel merito delle questioni, aggrediscono il malcapitato che ha avuto l’ardire di formulare una critica o una domanda; di solito la veemenza della replica è direttamente proporzionale alla vaghezza di nozioni sulla materia in questione.
Celentano insomma deve rassegnarsi al ruolo di uomo di spettacolo, la sua gabbia sociale da cui non deve permettersi destabilizzanti evasioni. Per Scajola l’Adriano nazionale è un grande cantante (“un poeta”), ma non ha la dignità di cittadino (“perde l’ispirazione e il tocco magico quando scrive in prosa”). Quindi non gli spetta la licenza di partecipare attivamente alla vita della polis. Per deduzione, se questa è la sorte di un italiano spesso sotto la luce dei riflettori, un cittadino semplice, con un lavoro che non prevede rilevanza pubblica o mediatica, deve limitarsi al ruolo di consumatore (altrimenti il pil soffre) e ‘vergatore’ di schede elettorali.
Una tesi che in un paese normale solleverebbe un coro popolare di proteste, soprattutto se l’autore fosse figura con incarichi istituzionali; in Italia, per fortuna, per non turbare il manovratore di turno, vige la regola del silenzio (anzi del chiacchiericcio da tg1, sostituto ufficiale del bar sport, infarcito di pettegolezzi e sciocchezze varie).

Scajola paladino dell’energia atomica racconta ‘balle radioattive’.
Chissà perché l’esecutivo simula di non aver ancora deciso l’elenco dei siti che dovrebbero ospitare le centrali nucleari, quando l’amministratore delegato di Enel, Carlo Conti, ammette che lo conosce, ma non lo rivelerebbe nemmeno sotto tortura: le fortunate località sono probabilmente le stesse che erano state predisposte prima del referendum estremista ambientalista del 1987. Qualche stratega politico deve aver immaginato che annunciarle con anticipo rispetto ad un’importante tornata elettorale regionale avrebbe potuto causare qualche calo di popolarità e soprattutto di voti.

In compenso però, si spande nell’aere l’odore dei soldi; come già sapevano gli antichi romani pecunia non olet. Come se per guarire magicamente i danni all’ambiente e alla salute dei cittadini fosse sufficiente rimpinguare le casse comunali (prima però opportunamente svuotate con provvedimenti demagogici, tipo l’abolizione dell’ici sulla prima casa).
Scajola sostiene sia difficile replicare a “un tale cumulo di banalità” espresse da Celentano sul nucleare.
Non è invece difficile smontare punto per punto le tesi del ministro delle Attività produttive.

Scajola sostiene che le centrali sono necessarie perché non emettono gas serra. Sostiene che i reattori nucleari sono necessari per smantellare le centrali a gas, a carbone, a petrolio, quelle sì “certamente inquinanti” (quindi, almeno su questo siamo d’accordo: ora dovrebbe informare la sua collega Prestigiacomo).
In verità, può darsi che la centrale durante il funzionamento non emetta gas serra, però per lavorare ha bisogno di combustibile nucleare e qui cominciano i guai: per ottenere questo combustibile si utilizzano comunque fonti fossili. Ad esempio, per alimentare un reattore in grado di produrre 1000 kw/h di energia elettrica, si utilizzano 200 kw/h di idrocarburi con relativa quantità di emissioni che finiscono in atmosfera.

Scajola sostiene ci siano attualmente 450 reattori attivi nel mondo (“mettendoli in fila 15.000 anni di funzionamento, la fonte di energia che ha causato meno danni all’uomo e all’ambiente”; il ministro evita accuratamente di parlare degli incidenti e soprattutto delle scorie nucleari). Vero, non specifica però che l’opzione nucleare non riscontra molto successo in Occidente; e che le centrali in fase di realizzazione si concentrano soprattutto nell’Est europeo, in Estremo Oriente e in qualche paese dell’Africa.

Scajola sostiene che le centrali sono sicure e “non possono esplodere”. Scajola non dice però che sono sicure da un punto di vista ingegneristico quelle di quarta generazione, non quelle di terza che riguardano l’Italia; né si premura di informare i cittadini che non esiste alcuna sicurezza rispetto ad altri fattori: negligenza umana (in Francia, da cui acquisteremo la tecnologia nucleare, nel 2008 nel giro di un mese si sono verificati quattro incidenti riconducibili a errori umani), gestione dei rifiuti radioattivi (le scorie tornano inerti dopo centinaia di anni), attacchi terroristici (lo scenario sarebbe talmente apocalittico che al momento nessuno riesce a prefigurarlo e il Mit di Boston ha redatto un documento ufficiale per spiegare che un livello di sicurezza così alto non è testato).

Il delicato argomento dello stoccaggio delle scorie ricade nella commedia all’italiana, ci si affida alla cabala e allo stellone, si accende un cero a Padre Pio o alla Madonna; gli Usa sul loro territorio hanno individuato un solo sito adeguato, in mezzo al deserto del Nevada (senza dimenticare, che hanno rifiutato di smaltire nostre scorie vaganti per il globo da qualche anno e che non riusciamo a rifilare proprio a nessuno).

Scajola poi si guarda bene dallo spiegare come mai i privati, in nessuna parte del mondo, vogliano investire nel business nucleare; non dice che il nucleare non renderà le bollette più leggere, né assicurerà all’Italia l’indipendenza energetica (non disponiamo di giacimenti di uranio; l’uranio si sta esaurendo come il petrolio e negli ultimi 8 anni il suo prezzo è decuplicato; il nucleare, a regime, coprirà solo il 10% del fabbisogno elettrico nazionale); i costi del nucleare ricadono interamente su chi paga le bollette (stiamo ancora pagando lo smantellamento di quelle bocciate con il referendum del 1987; una centrale ha un tempo ingegneristico di costruzione di 5 anni, ma un tempo reale di 15, un ciclo vitale medio dal momento dell’allaccio alla rete elettrica di circa 17 anni e di altri 15 anni per lo smantellamento e la messa in sicurezza: solo il costo di costruzione si aggira ‘nominalmente’, nel senso che poi con certezza matematica lievita, sul miliardo e mezzo di euro).

Ma l’argomento più formidabile che Scajola utilizza per smentire Celentano e propugnare l’atomo come panacea di tutti i nostri mali è l’opinione dell’oncologo prezzemolino Umberto Veronesi (consigliata una panoramica sul sito dello scienziato per passare in rassegna i suoi sponsor).
Scajola scherza dicendo “sarò all’antica, ma sui temi della salute continuo a dare più credito al professor Veronesi”.
Un professore che dagli studi di Che tempo che fa ha rassicurato milioni d’italiani sostenendo che gli inceneritori sono impianti ad emissioni “zero” (accompagnando l’azzardata affermazione con aulico gesto dell’avambraccio e della mano ‘sinistri’); salvo poi autosmentirsi davanti ad una giornalista di Qui Milano Libera: “non sono un esperto di inceneritori… i miei esperti mi hanno giurato che non ci sono effetti importanti sulla salute… non lo chieda a me, non è la mia materia”.

Sarò all’antica, ma sui temi della salute preferisco non fidarmi di chi ogni tanto veste i panni dello smemorato di Lavoisier (legge di conservazione della massa) e soprattutto di Ippocrate.



La lettera di Adriano Celentano

La risposta di Claudio Scajola


p.s. Le affermazioni sull’energia atomica contenute in questo articolo non sono ‘un’opinione’ dell’autore, ma sono informazioni scientifiche ricavate dal dialogo con il Professor Francesco Gonella, fisico, docente dell’università Ca’ Foscari di Venezia; informazioni frutto di una sintesi di quattro autorevoli fonti internazionali che sicuramente sono conosciute e consultate anche da chi sta sostenendo la necessità del ritorno del nucleare in Italia.

Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica

Agenzia Internazionale per l'Energia

Massachusetts Institute of Technology

Con tutta l'energia possibile

SARAS, IL GABBIANO DELLA MORTE
post pubblicato in Ambiente, il 30 dicembre 2009



Un fumetto per i bambini delle elementari. Un simpatico gabbiano che indottrina giovani menti in formazione convincendole che il petrolio è sinonimo di vita salubre e ricchezza. E dalle ‘sorridenti’ ciminiere della raffineria dei Moratti, invece di sostanze tossiche, spuntano candide nuvolette.
Tutto documentato in modo spietato nel lungometraggio Oil di Massimiliano Mazzotta



di Hermes Pittelli ©


 Gaby è simpatico. E’ un gabbiano disegnato, un fumetto. Sguardo vispo e cristallino, becco arancione che sorride, una leggera pinguedine. Un personaggio perfetto per catturare l’attenzione e entrare nelle grazie dei bambini delle elementari.
Peccato che a sua insaputa, l’innocente volatile sia sfruttato dalla Saras della famiglia Moratti per indottrinare i figli della popolazione di Sarroch sulle caratteristiche taumaturgiche del petrolio.
Di innocenza in questo albo e nelle sue finalità, non c’è traccia; una terribile campagna di comunicazione, marketing psicologico per inculcare in giovani menti in evoluzione - che in questa fase recepiscono ogni stimolo come spugne - il messaggio: il petrolio è sinonimo di vita salubre e ricchezza.
Un meccanismo diabolico, in tutto simile a quello delle madrasse islamiche (un tempo crogiuolo delle menti più raffinate e illuminate del mondo arabo), le scuole coraniche dove i virgulti locali sono ‘programmati’ all’odio e all’annichilimento dei crociati infedeli.
Solo che in Sardegna, grazie alle geniali strategie dei maghi della comunicazione e del marketing, la tattica è ancora più subdola. Perché la raffineria più grande d’Europa a Sarroch è l’unica forma di sostentamento per quanti hanno la sventura di abitare lì. Sventura perché il luogo, scrigno di biodiversità naturali da sogno, meriterebbe altra sorte e altra tutela che quella legata alla letale raffinazione del petrolio.
La società anonima di raffinazione sarda tiene in pratica in ostaggio la vita di un’intera comunità, perché una politica ottusa ma furba, non offre alternative di sviluppo sostenibile (molto diverso dalla truffa italica del Cip6). La politica italiana del compromesso, dell’autoconservazione, del profitto personale a scapito del bene comune, non prevede la considerazione per la vita umana dei cittadini, non prevede la difesa strenua contro ogni forma di business dell’habitat naturale. Quando i politicanti o gli amministratori locali, ormai ridotti a burattini dai manovratori romani, sproloquiano di giusta mediazione tra le esigenze della popolazione e gli ingenti investimenti di certe aziende, bisognerebbe replicare che esiste un solo criterio per stabilire il limite alla libertà d’intrapresa: fino a quando non danneggia, economicamente socialmente civilmente, nella salute e nella salvaguardia del proprio ambiente, anche un solo cittadino. Senza discussioni.

Negli anni ’60 la località di Sarroch è stata scelta con scienza e dolo proprio perché a parte la natura incontaminata e selvaggia qui c’era solo una miseria terribile e disperata.
Rivedere, nell’ottimo documentario Oil di Massimiliano Mazzotta (la generosa famiglia Moratti gli ha intentato causa civile, ndr), le immagini dell’inaugurazione della Saras nel 1964, in stile cinegiornale Luce, fa capire già molto, se non tutto: si nota sul palco, accanto al fondatore Angelo Moratti, l’eterno Giulio Andreotti che parla di progresso “perché molti giovani costretti a emigrare dalla propria terra, ora stanno tornando per lavorare qui”. Peccato che molti siano morti a causa di varie patologie tumorali. Peccato che a Sarroch ci si continui ad ammalare e a morire ‘grazie’ al progresso più nero che oro del petrolio, mentre i Moratti si trastullano con la squadra di calcio Internazionale e dispensano tanta solidarietà con gli Inter campus o con le iniziative benefiche della fondazione del capitano interista Javier Zanetti.
Come per lo scudo fiscale, sarebbe necessario e onesto chiedersi da dove arrivino quei soldi e con quali metodi.
Nel lungometraggio del cineasta salentino è documentato in modo lampante quanto il petrolio sia foriero di morte: per la gente, per l’agricoltura, l’allevamento, la pesca, il turismo. Rumori assordanti, emissioni gassose continue e incontrollate che rendono l’aria irrespirabile, esplosioni improvvise, lavori appaltati a ditte esterne con offerte al ribasso che si traducono in tagli sulla sicurezza dei lavoratori, nessun reale controllo sanitario sugli operai, maschere antigas con filtri centellinati, tute di lavoro che invece di essere lavate e conservate in un’area neutra all’esterno della raffineria vengono portate nelle case e finiscono nel bucato delle famiglie. Rilevatori di sostanze tossiche che schizzano a livelli anche 30 o 40 volte superiori a quelli tollerati dall’organismo umano, senza che qualche dirigente si senta in dovere di sospendere le attività della raffineria.
Impressionante notare la resa della politica agli interessi delle multinazionali. Nel documentario l’ex governatore sardo Soru ammette che non possiede dati e documenti per sapere quante e quali sostanze vengano trattate negli impianti Saras. Un’autocondanna spietata, l’ennesima conferma di un sistema politico fallimentare, da sostituire in toto a tutti i livelli, regionali e nazionali.

Intanto, la comunicazione Saras, sorta di Moloch inarrestabile, continua nell’esercizio di propaganda subliminale (nemmeno troppo) da far impallidire il Fratello Maggiore di Orwell. Perché la società morattiana non si è limitata al fumetto, ma per essere più convincente e invasiva, si è installata direttamente nelle scuole e nelle università indigene.
Ogni giovedì (!) un tecnico Saras si reca nelle classi delle scuole elementari di Sarroch per predicare le virtù del petrolio e lodare l’opera meritoria della raffineria morattiana. Chissà cosa pensano dell’iniziativa (ammesso che abbiano un pensiero in proposito) al ministero dell’Istruzione.
Nel documentario, un maestro disperato e sull’orlo di una crisi di nervi, quasi in lacrime, lancia una sorta di appello: forse ai bambini bisognerebbe mostrare anche qualche altra realtà della propria terra, oltre agli impianti petroliferi. Chissà quanti di quei piccoli conoscono l’esistenza del parco naturale regionale del Sulcis o degli aironi.

Nel passato – fino a 20 anni fa - le maestre delle elementari e le professoresse delle medie conducevano gli allievi a conoscere gli artigiani locali, gli artisti, a visitare le redazioni dei giornali (che sovversive estremiste!), le prime aziende italiane produttrici di pannelli solari; stimolavano gli scolari a osservare la natura, il territorio e i cambiamenti stagionali.

Oggi per fortuna quel mondo antiquato e sorpassato non esiste più.

L’Italia precipita nell’indifferenza generale in un nuovo Medio Evo, con una mentalità addirittura più gretta, oscurantista, basata su ignoranza e superstizione.

Nella Sardegna del III millennio, per i bambini delle elementari, al giovedì piatto unico: petrolio.



FONTI:

il sito della Saras

il sito del progetto Saras per la scuola

il sito del documentario Oil di Massimiliano Mazzotta

il sito della Professoressa Maria Rita D’Orsogna

Abruzzo, regione sventurata
post pubblicato in Società&Politica, il 28 dicembre 2009

Dall’alba dell’umanità un pugno di oppressori ha da noi strappato quel controllo della vita che era solo di noi stessi. Così facendo ci tolsero il Potere. Senza far nulla, Noi vi rinunciamo”.
(V per vendetta, Alan Moore&David Lloyd)



di Hermes Pittelli ©



 Il compianto giornalista Enzo Biagi citava spesso una frase del grande drammaturgo tedesco Bertolt Brecht: “Sventurato il Paese che ha bisogno di eroi”.

Un aforisma che si adatta perfettamente all’Abruzzo. Una regione caso esemplare dell’anomalia italiana.

Nella serata conclusiva della meritoria manifestazione culturale Son’Ora a Sulmona, la Professoressa Maria Rita D’Orsogna è stata definita da uno degli organizzatori ‘vera figura eroica dei nostri tempi’.
Nulla da eccepire sull’alto profilo professionale e umano della Erin Brockovich abruzzocaliforniana.
Resta però una sensazione di sconforto e amarezza per i ‘mala tempora’ in cui ci dibattiamo, ormai immemori del nostro ruolo di cittadini.

L’Italia è il paese (‘p’ minuscola) in cui due cariche istituzionali di rilievo affermano pubblicamente che il noto e riconosciuto mafioso e assassino Vittorio Mangano è un eroe, senza suscitare indignazione popolare e riprovazione politica (con annesse, immediate dimissioni); sintomo lampante di una terra che ha smarrito il valore delle parole.

Le parole sono importanti, sono fondamentali. Nella Bibbia c’è scritto ‘In principio era il verbo’. E’ dal Logos, dal Verbo, dalla Parola che tutto ha inizio, è la Parola che squarcia le tenebre eterne del caos e che origina la scintilla di luce che innesca la creazione dell’Universo, la Vita.
Non a caso nell’antichità, le caste dei sacerdoti erano potenti perché custodivano le Parole, non il linguaggio corrente della plebe, ma la Sofia, la Conoscenza assoluta.

Ecco perché oggi in Italia lamentiamo un pauroso vuoto di cultura, in senso stretto ma che si riflette sulla nostra coscienza civile, civica, politica. La strategia dei comitati d’affari che si sono spartiti i territori nazionali si sta rivelando vincente proprio perché passa con premeditazione dalla distruzione sistematica del linguaggio. Un linguaggio depauperato, depotenziato, in cui esistano solo un centinaio di vocaboli di uso comune, magari imbastarditi da espressioni esterofile (gossip, trendy, fashion) per un tocco di posticcio cosmopolitismo è il miglior salvacondotto per degradare - con violenza incruenta - i cittadini a sudditi postmoderni. Sudditi incapaci di discernere la realtà, i fatti (anche per colpa di un’informazione collusa e asservita), incapaci di una valutazione critica del mondo in cui vivono: completamente immersi in un flusso costante e ininterrotto di chiacchiericcio senza significato e significante, una sorta di mondo parallelo, virtuale, anestetizzato e anestetizzante: del cervello e della coscienza.
Cittadini ridotti a meri consumatori e automi vergatori di schede elettorali. La vera democrazia liberale non si riduce a questo. La vera libertà non si traduce in una sequela di acquisti indotti di inutili marchingegni elettronici al centro commerciale e di x segnate con la matita su nomi di inetti sconosciuti, scelti da chi vuole controllare le nostre vite e spartirsi le nostre terre.

La Professoressa D’Orsogna rammenta sempre durante le sue conferenze il comandamento fondamentale della vera democrazia. Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti (1743-1826) e uno degli autori della Dichiarazione d’Indipendenza, ammoniva che il prezzo da pagare per la Libertà è l’eterna vigilanza.
L’Abruzzo (l’Italia) non può attendere che arrivi un colonizzatore o un liberatore/salvatore dall’estero o dal cielo (come nel caso di Maria Rita D’Orsogna, appunto) per decidere la propria sorte. Riunirsi in un teatro per informarsi e confrontarsi sulla tutela dell’ambiente e per discutere delle strategie di sviluppo economico più adatte ai propri territori significa fare politica, nell’accezione più nobile del termine.
Non quella del politicame italico, infarcito solo di scambi clientelari e in cui la parola d’ordine è ‘compromesso’.
Anche uscire di casa al mattino e recarsi al lavoro e interagire con i nostri simili è un atto politico. Abbiamo smarrito il senso delle parole, l’etimologia è fondamentale per recuperare una bussola, un faro come il Pireo d’Atene nella Grecia classica. Polis è la Città, tutti siamo cittadini, tutti abbiamo il diritto/dovere (binomio inscindibile) di concorrere alla formazione del buon governo del nostro territorio.
Arrendersi, ignari e proni, alle grandi – spesso occulte perché inconfessabili – manovre di ignoranti e arroganti arrivisti, assetati solo di potere e profitto, equivale a firmare la propria schiavitù, la cessione perenne della propria terra, la distruzione del proprio territorio, la negazione del futuro per i nostri figli.

Inceneritori, cementifici, fonderie, pozzi di petrolio sono business della morte. Fino a 50 anni fa, poteva valere la scusa dell’ignoranza. Oggi in tutto il mondo c’è una letteratura scientifica (a parte gli smemorati d’Ippocrate a libro paga delle multinazionali) che dimostra in modo inequivocabile quanto queste attività industriali siano deleterie, spesso letali, per la salute umana e per l’ambiente.
L’Abruzzo, gli abruzzesi devono ridestarsi una volta per tutte; devono decidere di essere gli artefici del proprio destino e di quello della propria regione.
Non possono ancora pretendere che arrivi una scienziata dalla California e li informi sugli effetti nefasti degli idrocarburi e sia poi anche costretta, da sola, a convincere gli amministratori regionali e locali a puntare sulla terza rivoluzione industriale, sull’economia verde.

Da oggi, a 72 ore dalla fine della moratoria sulle trivellazioni in Abruzzo, la responsabilità del futuro è nelle mani degli Abruzzesi.
Non possono più accampare giustificazioni.

Il partigiano Giacomo Ulivi, poco prima di essere fucilato dai fascisti all’età di 19 anni , scrisse una lettera meravigliosa, che dovrebbe diventare patrimonio di chi vuole ancora esercitare il proprio inalienabile diritto/dovere di cittadinanza:
No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere! Ricordate, siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a quelli dei vostri figli,
dei vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi e quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere. Se credete nella libertà democratica, in cui nei limiti della costituzione, voi stessi potreste indirizzare la cosa pubblica. Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti”.

Anche odiare è un diritto
post pubblicato in Società&Politica, il 18 dicembre 2009

Come scrive Manuel Agnelli in una canzone degli Afterhours, 'Sulle labbra'

... pensi di avere un credo
poi lo adatti a quello che sei
e come può il mio amore essere limpido
se è la mia nazione che l'inquina...
 


di Hermes Pittelli ©


 Arduo comprendere cosa c'entri con la ventilata (minacciata?) restrizione dei diritti di cronaca, critica, opposizione, disubbidienza civile non violenta (come insegnavano Gandhi e Martin Luther King) a leggi contrarie al diritto naturale, ai diritti umani inalienabili, a quelli costituzionali, alla legalità.
L'odio è un sentimento umano; l'importante è che non si traduca in violenza fisica, psicologica, di stato.
La storia del mondo (cfr. La Bibbia) comincia con la trasgressione dell'unica regola imposta dalla divinità ai suoi figli; i quali, non solo la infrangono ma generano Caino e Abele; Caino, per lordare ancora di più le origini dell'umanità, uccide il fratello. Anche chi non attribuisce alle sacre scritture valenza religiosa e di fede, non può non riconoscere che gli autori conoscevano bene l'animo umano e ci hanno lasciato in eredità un'analisi socioantropologica e storica degli antichi nuclei sociali.
E' solo con la mediazione dei lumi della ragione e firmando il patto sociale che l'uomo rinuncia al proprio lato ferino ("Homo homini lupus", Hobbes) in nome di una vita il più possibile armonica e pacifica all'interno della polis.
Da censurare non è l'odio in sé, ma l'ignoranza coltivata o, ancora più grave, indotta da abusivi della politica e delle istituzioni.
Il punto non è stabilire se il gesto violento di un povero matto sia grave (la violenza deve essere bandita dal consorzio umano) o stabilire se ci siano dei presunti mandanti morali (o immorali).
Il punto è se in questo paese vogliamo decidere un volta per tutte se siamo d'accordo nel costruire una società che abbia come stella polare la legalità e l'onestà.
Tutto il resto verrà di conseguenza.
E allora ci liberemo da questi servi sciocchi che starnazzano da destra e da sinistra con grande ipocrisia e con l'unica preoccupazione di salvare il proprio posto e i propri agi illeciti e incostituzionali contro ogni ragione e contro gli interessi della collettività.
Uno stato, un governo che reagiscono anche ad un fatto grave e inaccettabile come un gesto di violenza con leggi speciali dimostrano solo la propria debolezza e la propria coda di paglia.
L'unico modo di debellare eventuali germi destabilizzanti ed eversivi della legalità e della concordia sociale è aumentare gli spazi di libertà, espressione creativa e progettuale, condivisione della cultura tout court, della cultura della legalità, dell'educazione sociale e civica.
Tutto qui, tutto chiaro e limpido. Il resto sono solo lacrime di coccodrillo, propaganda, mistificazione della realtà per raggirare truffaldinamente i cittadini onesti.

I partiti dell'amore sono sospetti, anche perché di solito gli imbonitori che tentano di piazzarli sul mercato mostrano un losco sorriso, mentre dietro la schiena nascondono un manganello.
E poi l'unico partito dell'Amore in Italia è stato quello ideato da Ilona Staller, in arte Cicciolina, professione pornoattrice: ma in quel caso, ai cittadini non si nascondeva nulla.




permalink | inviato da erikfortini il 18/12/2009 alle 10:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Il maratoneta Dott. Montanari alla riscossa
post pubblicato in Scienza, il 11 dicembre 2009

Dopo un paio di mesi di resa apparente, il ‘discusso’ scienziato annuncia battaglia: “Chi diffama il mio lavoro e quello di mia moglie, la dottoressa Gatti, risponderà in sede penale”.
‘Forse’ la ricerca sulle nanopatologie ha indispettito i capataz dei business legati a inceneritori, cementifici, centrali a biomasse, fonderie, ecc. Il legale del laboratorio Nanodiagnostics spiega che esiste un ‘piano B’ (“E anche uno C”) nel caso il microscopio della discordia finisse all’Università di Urbino



di Hermes Pittelli ©


 “Prassi di stampo mafioso per imbavagliare la ricerca”.

Non usa mezzi termini l’avvocato penalista Corrado Canafoglia, legale del laboratorio Nanodiagnostics di Modena, nel definire la strategia della diffamazione scatenata da qualche mese contro le figure professionali e anche umane della dottoressa Gatti e del dottor Montanari.
Quest’ultimo soprattutto, è finito sotto un tiro incrociato di presunti giornalisti e presunti esperti scientifici che, in particolare sul web, attraverso sedicenti siti d’informazione, lo accusano di essere un ciarlatano (spesso sbeffeggiato con l’epiteto di farmacista) e di millantare risultati scientifici non documentabili.

Da oggi basta. Per due mesi ci siamo in apparenza arresi, ma insieme al nostro legale abbiamo raccolto il materiale con cui ci infangano e soprattutto abbiamo individuato le fonti di questa campagna denigratoria. Sappiano che ora daremo battaglia nelle sedi deputate. A chi crede di averci ridotti all’impotenza dico, da vecchio maratoneta agonista, che non sono abituato ad arrendermi. Mai”.

Montanari, durante un ennesimo incontro con i giornalisti, sempre più sparuti, per illustrare il punto sulla vicenda del microscopio della discordia (quello acquistato grazie ad una campagna di raccolta fondi promossa nel 2006 da Beppe Grillo e oggi donato d’imperio dalla Onlus Carlo Bortolani all’Università di Urbino, ndr) si lascia sfuggire, amareggiato, ma non rassegnato: “Magari avessi fatto davvero il farmacista, come voleva mio padre…”. Un ‘cialtrone’ che a gennaio parlerà di nanopatologie all’Eliseo, un ‘farmacista’ cui la Cambridge Press sta chiedendo di scrivere un libro sull’argomento e la rivista ‘Scientific American’ un articolo.

L’avvocato Canafoglia smentisce tra l’altro, con alla mano documento ufficiale della Procura di Modena, la notizia su ipotetiche indagini penali a carico del dottor Montanari.

Il fatto nuovo è questo: il ‘famigerato’ microscopio Esem (costato 378.000 euro, tutti donati da privati cittadini che aderirono all’invito di Grillo e li destinarono in modo chiaro per la ricerca scientifica di Gatti/Montanari sulle nanopatologie, ndr) è ancora presso il laboratorio Nanodiagnostics. La ditta incaricata di effettuare il trasloco dello strumento a Urbino ha portato in sede gli imballaggi, ma non ha ancora eseguito ‘il ratto’. Strana procedura, visto che l’operazione era stata pianificata per la fine di ottobre.
Nel frattempo, l’attività scientifica del laboratorio è condizionata da questa spada di Damocle, perché non conoscendo il limite temporale per l’utilizzo del macchinario, non può assumersi la responsabilità di avviare nuove analisi o ricerche. Un intoppo che va a intaccare i risultati ottenuti fino ad oggi.
Infatti, grazie allo scoperta e allo studio delle nanopatologie, l’Italia è la prima nazione al mondo a riconoscere (per legge) gli effetti patogeni delle nanoparticelle sull’organismo dei militari o dei civili che si trovino a operare in aree geografiche teatro di conflitti o le persone esposte alle polveri provenienti dai poligoni di tiro militari.
Le ricerche condotte da Gatti/Montanari hanno appurato che la cosiddetta sindrome dei Balcani o esposizione all’uranio impoverito non sono letali per effetto della (modesta) radioattività, ma perché l’elevata temperatura di combustione prodotta dalla deflagrazione degli ordigni bellici origina nanoparticelle che si depositano nei tessuti e nelle cellule del corpo umano per inalazione.
Una deduzione, scientificamente accertata, che consente (o consentiva, almeno fino a quando il microscopio resterà sub judice) a tutti quei militari o civili reduci da missioni in territori sconvolti da guerre di ottenere giusti risarcimenti in denaro per sé o, purtroppo nella maggior parte dei casi, per la famiglie dopo il decesso delle parti lese.
La scorsa settimana il Tribunale civile di Roma ha condannato il ministero della Difesa a riconoscere 1 milione e quattrocentomila euro di risarcimento alla famiglia di un militare della provincia di Lecce, scomparso a 26 anni nel 2005; militare che aveva partecipato a numerose missioni in Kosovo da cui era rientrato definitivamente nel 2003. Una sentenza storica (dopo quella del Tribunale di Firenze del 2008, ndr) giunta proprio grazie agli studi e alle analisi compiuti da Nanodiagnostics.
Non a caso è la struttura scientifica cui fa riferimento e affidamento l’Osservatorio Militare italiano che assiste i soldati e le loro famiglie in questo tipo di vertenze legali. Più volte l’ex maresciallo dell’Esercito, Domenico Leggiero, attuale responsabile del comparto Difesa dell’Osservatorio, ha sottolineato l’importanza fondamentale del lavoro di Gatti/Montanari. E a chi spesso gli chiede perché l’Esercito non si rivolga a consulenti ‘altri’, magari a livello europeo o extracontinentale, Leggiero risponde disarmante: “Ma perché Nanodiagnostics è l’unico laboratorio scientifico a livello mondiale a condurre ricerche sulle nanopatologie”.

Senza dimenticare che la coppia Gatti/Montanari è l’unico baluardo per cittadini indifesi esposti ai terribili effetti delle nanopatologie causati da inceneritori, cementifici, fonderie, centrali a biomasse, centrali a combustione di olii pesanti. Tutte presunte attività imprenditoriali sponsorizzate dalla pseudopolitica italica (in toto) e da lobbies di artifici finanziari che poco hanno da spartire con un autentico spirito di creatività e d’intrapresa.
Forse Nanodiagnostics pesca i propri guai con ‘scientifico lanternino’, proprio perché mette in discussione attività industriali legate a fortissimi interessi di business (si parla di giri d’affari di miliardi di euro, ndr).
Nel 2007, ad esempio, furono le ricerche e gli interventi di Gatti/Montanari a scongiurare la costruzione di una centrale termoelettrica a biomasse nel comune di Orciano (in provincia di Pesaro, la stessa dell’Università di Urbino). Per pura coincidenza, la ditta che avrebbe dovuto edificare il ‘cancrovalorizzatore’ (i cui vertici sono oggi indagati per truffa ai danni della Comunità europea, ndr), annoverava come consulente scientifico l’Istituto di Chimica (Prof. Orazio Attanasi) dell’ateneo marchigiano, cui dovrebbe finire in dono il microscopio di Nanodiagnostics.

Beppe Grillo, il Masaniello ligure, è nel frattempo scomparso. Non si occupa più di nanopatologie e sul proprio democratico blog censura gli interventi sull’argomento e sulla coppia Gatti/Montanari. Strano visto che proprio lui, all’epoca dei suoi show cui invitava come divulgatore scientifico il dottor Montanari, tuonava in difesa della vera ricerca scientifica capace di smascherare gli intrallazzi dell’imprenditoria che mira solo al profitto in barba alla salute e agli interessi della collettività.
Strano anche l’atteggiamento della Onlus Carlo Bortolani la cui presidentessa, Marina Bortolani, che oggi giustifica la decisione unilaterale di ‘donare’ il microscopio all’Università di Urbino accusando Nanodiagnostics di non utilizzare lo strumento per i fini indicati dalla sottoscrizione popolare, abbia sempre evitato di rispondere ai continui inviti telefonici, per mail, addirittura tramite raccomandata del dottor Montanari per verificare di persona cosa avvenga nei locali di Via Enrico Fermi l/1.
Strano che la signora Bortolani, dopo aver definito sul proprio blog la Onlus dedicata alla memoria del padre, un semplice “collettore della raccolta fondi per l’acquisto del microscopio”, oggi si erga a titolare di un diritto che per statuto (all’articolo 4, ndr) spetta unicamente alla dottoressa Gatti: è la dottoressa l’unica figura che può decidere ubicazione e utilizzo del microscopio.
Strano che la Onlus Bortolani abbia prima aperto il conto dove far confluire i proventi della raccolta fondi alla banca Etica, salvo poi, improvvisamente e misteriosamente, trasferirlo alla Unipol; senza mai consentire alla coppia Gatti/Montanari la visione di un bilancio o di un estratto contabile.
Anche in questo caso il dottor Montanari fa ammenda per la propria “ingenuità”:
“Se avessi immaginato l’epilogo, non mi sarei mai lasciato sfuggire quel giorno a pranzo con Beppe Grillo e con il giornalista Matteo Incerti (Resto del Carlino) che era stato invitato e si era presentato con questa sua amica (la signora Bortolani, ndr) che preferivo, per trasparenza e pulizia morale, affidare i proventi della raccolta ad una onlus…”.
Strano anche constatare che la bufera contro Nanodiagnostics , per pura coincidenza, sia cominciata dalla fine del 2008 quando l’ingenuo maratoneta Montanari, era reduce dalla candidatura ad aspirante premier (alle elezioni politiche di aprile) nella lista civica Per il Bene Comune: un potenziale presidente del consiglio (boicottato da tutti i media nazionali, in barba ai diritti costituzionali e all’ipocrita par condicio, ndr) che nel proprio programma condannava in modo esplicito le grandi opere, tutte altamente inquinanti ma che prevedono commesse miliardarie per chi si aggiudica gli appalti.

Intanto, la sorte del microscopio resta in un limbo, affidato ad un ente astratto come l’Università pubblica di Urbino (all’epoca della raccolta fondi era privata, ndr) che non ha ancora chiarito “il progetto scientifico legato all’utilizzo dello strumento”. Insomma, un microscopio che alla Nanodiagnostics lavora 340 giorni all’anno, spesso anche di notte e che nelle Marche rischia di finire coperto di polvere e ragnatele.
Ma se, alla fine, l’Esem cambiasse davvero sede, ci sarebbe “un piano B”. E anche “un piano C”, annuncia con un sorriso misterioso l’avvocato Canafoglia. E' lo stesso Montanari a fugare le ipotesi, a qualcuno gradite, di un esilio all'estero: "Mia moglie ogni tanto propone questa soluzione. Ma per me avrebbe il sapore di una sconfitta. No, il campo di battaglia è questo e vogliamo vincere qui".

Strano paese l’Italia. Riconosce gli effetti patogeni delle nanoparticelle sui militari e sui civili in zone di guerra, ma non sui propri cittadini entro i confini nazionali; nega e ostacola la ricerca scientifica che tutela il diritto alla salute e alla salvaguardia ambientale.
Forse perché i diritti costituzionali di 60 milioni di persone non devono disturbare gli interessi privati di qualche centinaio di ‘grandi imprenditori e capitani d’industria’.

ANCHE IL REGISTA DI CLOONEY CONTRO IL PETROLIO IN ABRUZZO
post pubblicato in Ambiente, il 9 dicembre 2009
 Anton Corbijn, regista del film 'The American', interpretato dalla star di Hollywood si schiera: “Diciamo no al petrolio in Abruzzo: per il guadagno di pochi, perché cancellare il benessere di tutti gli abitanti della Regione?”


a cura di Hermes Pittelli ©


 Anton Corbijn, regista del film 'The American', interpretato dalla star hollywoodiana George Clooney,
recentemente girato a L’Aquila e dintorni, ammaliato dalla bellezza del territorio, ha deciso di aderire alla campagna degli ambientalisti contro la petrolizzazione d’Abruzzo.

Gli ambientalisti, come è ormai noto, chiedono al governo italiano e a quello regionale di estendere la moratoria contro le estrazioni di petrolio in tutta la regione Abruzzo per i prossimi 30 anni. L’attuale moratoria scade alla fine di dicembre 2009.
Le associazioni coinvolte chiedono inoltre che vengano vietate tutte le operazioni petrolifere lungo il litorale abruzzese, dove sono previste piattaforme anche a meno di 5 km dalla costa.
La campagna "No al petrolio in Abruzzo", nata due anni fa per bloccare il progetto di un ‘centro oli’ (in realtà, una raffineria ultra inquinante targata Eni) vicino a Ortona, nel cuore delle campagne dove nascono il Montepulciano e lo straordinario olio d’oliva abruzzese, sta continuando per fermare le proposte di alcune ditte petrolifere fra cui la stessa Eni, Petroceltic, Mediterranean Oil and Gas, Forrest Gas, Vega Oil, Cygam gas, ed Edison.
Queste multinazionali degli idrocarburi vorrebbero trivellare ed estrarre petrolio in Abruzzo, regione verde d'Europa per eccellenza, che ospita il ghiacciaio più meridionale del Vecchio Continente e varie specie protette di orsi e lupi.
Le proposte di trivellare l'Abruzzo, non solo colpiranno parchi nazionali, riserve marine e ornitologiche, ma metteranno a rischio il sostentamento economico di tutte quelle persone che nella regione vivono di agricoltura e di turismo.

Anton Corbijn, fotografo e cineasta dallo stile visionario e onirico, dopo le riprese durate circa tre mesi (cominciate a fine settembre) sul set naturalistico abruzzese ha affermato:
Ho appena finito di girare in Abruzzo con George Clooney. L'Abruzzo è ora diventata la mia regione preferita in Italia e non solo grazie al carattere delle sue persone. Uno dei protagonisti del nostro film è proprio il paesaggio abruzzese: Castel del Monte, Castelvecchio, Calascio, Sulmona, Anversa e dintorni hanno tutte avuto un’influenza straordinaria sul modo in cui abbiamo girato il nostro film. Secondo i piani petroliferi che riguardano l'Abruzzo, tutte queste zone sono a rischio devastazione ambientale”.

Noi abbiamo scelto questi luoghi perché ci siamo innamorati perdutamente dell’Abruzzo – ha aggiunto il regista olandese, autore di molti video per artisti quali U2, Rem, Joy Division, Brian Ferry, Depeche Mode, ecc. - il solo pensiero che chiunque sano di mente e per il vile profitto possa distruggere una gran parte di questo paradiso incontaminato è per me qualcosa di incomprensibile. Per il guadagno di pochi, portare via il benessere di molti e per sempre? Ma non c’è nulla che possa salvarsi dall’avidità di denaro e dalla corruzione? Perché solo di questo può trattarsi. Queste persone dovrebbero riesaminare i loro piani, le loro vite e le vite degli altri e abbandonare i progetti petroliferi per il futuro prossimo”.

Il movimento ‘No al petrolio in Abruzzo’ crede che investimenti a lungo termine in iniziative commerciali che preservino il territorio, come ad esempio l'industria cinematografica, possano dare molti più benefici alla popolazione abruzzese, rispetto ai proventi petroliferi che saranno appannaggio di pochi e ben individuati soggetti.
La regione Abruzzo sta diventando sempre più nota a livello internazionale proprio grazie alle sue bellezze naturali; molte persone vorranno conoscerla, attraverso i prodotti tipici o visitando le località e i territori che vedono nei film.
Se le estrazioni di ‘oro nero’ inizieranno a tartassare l’Abruzzo, nessun artista, regista o fotografo vorrà più immortalare una regione la cui è bellezza è stata deturpata per sempre dal petrolio.
La crescente domanda internazionale rivolta agli eccellenti cibi e ai vini che l’Abruzzo produce scomparirà in fretta, perché questi prodotti – oggi genuini - saranno stati contaminati dalle esalazioni sulfuree derivanti dall'estrazione e dalla raffinazione del petrolio di scarsa qualità che la Regione nasconde nel sottosuolo e nei propri fondali marini.
Nessuno vorrà più visitare le montagne ed il mare Adriatico quando l’unica vista disponibile sarà una distesa di pozzi, piattaforme petrolifere e raffinerie.

Cosa resterà allora della Regione più verde d’Europa (Basilicata docet) e come si guadagneranno da vivere le popolazioni d’Abruzzo?


Contatti per la campagna contro il petrolio

Email Maria-Rita D'Orsogna o Sammy Dunham

dorsogna@math.ucla.edu, sam@webseolive.com

Telefono : 001 310 570 5591 / 0044 7957651115

Testo in originale (inglese) a www.savethemontepulciano.blogspot.com


Fonte: Professoressa Maria Rita D'Orsogna
CLIMA, "INQUINARE MENO DA SUBITO: UN DOVERE DI TUTTI"
post pubblicato in Ambiente, il 7 dicembre 2009
 Intervista esclusiva al Prof. Giorgio Nebbia, docente emerito di Merceologia all’Università di Bari

Comincia il vertice di Copenhagen sui mutamenti climatici, ma sull’ambiente spira una brutta aria. “Le congregazioni di vapori” immesse nell’aria stanno aumentando in modo irreparabile la temperatura del pianeta, ma governi dei paesi avanzati, al pari di quelli in via di sviluppo non intendono rinunciare alle folli “comodità della società dei consumi capitalista”. Senza contare i lobbisti pagati per difendere interessi privati lontanissimi dal bene comune (vedi multinazionali). E con l’Italia a recitare il solito ruolo di nazione dei furbi…


di Hermes Pittelli ©


 Il cielo sta per crollarci sulla testa. Il Professor Giorgio Nebbia, docente emerito di Merceologia all’Università di Bari, saggista e ambientalista attivo e combattivo, ricorre alla metafora dei Galli inventati da Goscinny/Uderzo , quelli che resistono ancora e sempre all’invasore e che hanno paura di una sola cosa (che la volta celeste cada sulle loro teste, appunto), per ammonire l’umanità prossima al punto di non ritorno.
Se non vogliamo essere buoni per motivi ecologici, cerchiamo di esserlo almeno per motivi egoistici”. Tradotto, se non vogliamo rinunciare agli insensati agi della pseudo civiltà consumistica, facciamolo per preservare la nostra stessa vita. Non solo perché il modello economico capitalista, basato sull’esaltazione del massimo profitto e dello sfruttamento senza limiti delle risorse ci sta conducendo a un passo dalla catastrofe climatica, ma anche perché l’aumento dell’esclusione di fette sempre più larghe delle popolazioni della terra da questo “benessere” - popolazioni depredate delle loro risorse e del loro futuro - genera sempre più spesso uno stato di conflitti sanguinosi e permanenti.


Prof. Spira una brutta aria sul clima mondiale ?

R. Sì; le attività umane stanno immettendo nell’aria --- quella “congregazione di vapori” come la chiama Amleto --- una crescente quantità di sostanze che, oltre a causare danni alla salute nelle vicinanze dei luoghi di emissione, si disperdono in tutta l’atmosfera terrestre e stanno cambiando la temperatura del pianeta. Ciò è dovuto al cambiamento dell’equilibrio, delicatissimo, fra l’energia solare che entra nell’atmosfera e raggiunge la superficie della Terra, e l’’energia che la Terra, un corpo “molto caldo” a circa 15 gradi Celsius, rispetto agli spazi interplanetari circostanti (alla temperatura di circa –270 gradi Celsius) irraggia e perde nello spazio.
Tale delicato equilibrio dipende dalla trasparenza dell’atmosfera alla radiazione in arrivo e alla radiazione in uscita dalla Terra. Se, come sta avvenendo, cambia la composizione chimica dell’atmosfera e cambiano quindi le sue proprietà di trasparenza, all’interno dell’atmosfera, e quindi sulla superficie dell’intero pianeta, aumenta il calore intrappolato, come in una serra, e quindi aumenta la temperatura degli oceani, dei continenti, la circolazione delle acque; cambia, insomma, in peggio, il clima del pianeta.

Il vertice climatico di Copenhagen nasce sotto una cattiva stella. Il viaggio di Obama in Cina, con l’esclusione di un accordo sulle emissioni di CO2, lo rende già superato e inutile?

R. No, non sarebbe superato se servisse a far capire ai governanti della Terra, una volta tanto riuniti tutti insieme, apparentemente uniti dal fine comune dell’interesse del pianeta e dei suoi abitanti, quello che sta succedendo e i rimedi che si possono (e devono) prendere. Ci sono delle diversità di vedute fra i vari paesi perché i rimedi per rallentare le modificazioni del clima planetario costano dei soldi, spesso tanti soldi. Si tratta di modificazione dei cicli produttivi, delle pratiche agricole e forestali, di cambiamenti nel tipo e nella quantità di consumi; si tratta di sanare o attenuare ingiustizie sociali. I paesi ricchi inquinano di più perché sono ricchi e sprecano; i paesi poveri contribuiscono ai mutamenti climatici perché cercano di migliorare le loro condizioni di vita: tagliano le foreste per poter vendere legno e minerali, accettano industrie inquinanti per guadagnare qualche soldo. Una ragionevole proposta è che i paesi ricchi moderino il loro inquinamento e diano dei soldi ai paesi poveri perché producano legname e minerali e prodotti agricoli con pratiche meno inquinanti.

Lei, al convegno organizzato da Attac Italia sui cambiamenti climatici, ha definito “falangi” le delegazioni che marceranno sulla capitale danese. Si riferiva soprattutto a politici, portaborse e lobbisti. Può chiarire perché ? Può spiegarci per quale motivo i lobbisti sono ammessi a un tavolo di confronto sulla salute del pianeta?

R. Pare che a Copenhagen vadano migliaia di persone, alcuni al seguito delle delegazioni governative, alcuni per far sentire la richiesta di giustizia e di ambiente pulito dei cittadini della Terra, altri --- quelli che ho chiamato lobbisti --- per difendere gli interessi dei loro datori di lavoro. E si danno e si daranno un gran da fare per spiegare ai governanti che la situazione non è poi così grave, che forse i mutamenti climatici non ci sono, che non è colpa del petrolio o del carbone, che forse ci sono ma che non è colpa delle attività umane, che (se sono pagati dalle industrie) è colpa degli agricoltori; che (se sono pagati dagli agricoltori) è colpa delle industrie, e così via. Insomma cercano di attenuare i costi che ciascuno dei loro datori di lavoro teme di dover affrontare (se verrà imposta una limitazione delle emissioni di agenti inquinanti) per i cambiamenti della produzione, per cui le merci costeranno di più e se ne venderanno di meno. Tutto li. A questa gente del futuro del pianeta non interessa niente. Ci sono poi i lobbisti interessati a sostenere che i mutamenti climatici si possono attenuare se le loro aziende vendono più pannelli solari, o più motori a vento, o più centrali nucleari e che per tutte queste azioni virtuose gli stati devono tirare fuori dei soldi e darli ai loro datori di lavoro per contribuire al bene dei loro cittadini: insomma al fine della produzione di soldi a mezzo di ecologia.

Tutti i guasti ambientali sono dovuti a "cose buone": il riscaldamento nelle case, l’energia elettrica, i carburanti per i trasporti, l’energia per la lavorazione dei campi. Argomenti formidabili per negazionisti dei mutamenti climatici e per chi difende gli interessi delle multinazionali: Come ne usciamo? Cosa possiamo dire a quei cittadini “passivi” ormai assuefatti e dipendenti dalle comodità della civiltà capitalista occidentale schierati con chi sta portando il pianeta verso l’autodistruzione?

R. Si può spiegare che il “non fare”, il non prendere iniziative per fermare i mutamenti climatici si traducono in costi che dovranno pagare; i mutamenti climatici innescano azioni che costano: aumento di piogge che provocano alluvioni e frane e distruzione di case e strade e ponti, che costa ricostruire; innalzamento del livello dei mari che richiederanno costose opere di difesa delle città costiere, o abbandono di terre costiere; avanzata dei deserti con aumento del prezzo delle derrate agricole e quindi degli alimenti che troveranno nel mercato; perdita di profitti per perdita di turismo. Insomma, se i nostri coinquilini del pianeta Terra non intendono rinunciare alle comodità della “società dei consumi capitalistica” dovranno pagare sempre di più in futuro tali comodità, e in alcuni casi ne saranno privati, per la forza distruttiva della natura violentata dal loro stesso comportamento.

Lei ha definito l’emission trading un moderno mercato delle indulgenze. Può spiegare in breve a chi crede che il protocollo di Kyoto sia risolutivo per i guasti climatici quanto si tratti in realtà di un pallido palliativo?

R. Qualsiasi accordo fatto in buona fede può non essere un palliativo; non condivido la politica del commercio del diritto ad inquinare, secondo cui chi inquina emettendo anidride carbonica e gas serra nell’atmosfera, può “comprare” tale diritto da qualcuno che si impegna a inquinare un poco di meno; il dovere è di inquinare di meno tutti. Diverso è il caso in cui i paesi industriali si impegnano a risarcire con denaro il minore reddito di coloro che, nei paesi poveri, rinunciano a tagliare le foreste, a estrarre minerale, alle monocolture intensive, che finora sono spesso le uniche fonti di reddito, traendo lo stesso reddito, grazie ai soldi dei paesi ricchi, con pratiche di vita e agricole e forestali che conservano le condizioni ambientali che “non” generano gas serra. Questi impegni --- a inquinare di meno, a risarcire i paesi poveri perché evitino pratiche che fanno aumentare i gas serra --- dovrebbero essere il fine delle riunioni della lunga serie di incontri internazionali cominciata a Rio de Janeiro, continuata a Kyoto, ora a Copenhagen, eccetera

Intanto, l’Italia ostacola la ricerca sulle fonti alternative, incoraggia la costruzione di inceneritori e centrali nucleari, petrolizza regioni come l’Abruzzo autentici patrimoni ambientali e di biodiversità, privatizza l’acqua. A Copenhagen mandiamo un ministro dell’ambiente la cui famiglia è direttamente responsabile dei disastri petrolchimici nel siracusano. L’Eni e Scajola premono per l’interramento della CO2. Non sembriamo troppo credibili, né all’avanguardia nella tutela dell’ambiente, giusto?

R. L’Italia avrà grossi problemi nelle discussioni di Copenhagen perché, per sofismi vari, ha fatto ben poco sia sul fronte delle fonti energetiche rinnovabili sia, soprattutto, per cambiamenti tecnico-scientifici e merceologici che dovrebbero limitare le emissioni di gas serra. La proposta di continuare a generare gas serra, a bruciare carbone e petrolio nelle centrali e nei forni, e poi di sotterrare l’anidride carbonica mi sembra un po’ come le massaie che invece di pulire nascondono la polvere sotto il tappeto. Del resto l’idea di far passare enormi quantità di gas di scarico delle centrali, contenenti pochi percento di anidride carbonica, in un sistema che separi l’anidride carbonica e poi di liquefare tale anidride carbonica e di spedirla allo stato liquido, o anche gassoso, a centinaia di chilometri di distanza e poi di immetterla nelle caverne sotterranee da cui è stata estratta acqua o gas naturale o petrolio, non risolve il problema perché ciascuna di queste operazioni richiede energia e, se si fa il conto, il costo in energia (cioè i chili di anidride carbonica prodotta) è maggiore della quantità di anidride carbonica che si fa “scomparire” e si mette sotto terra. A parte problemi geologici di tenuta dei serbatoi sotterranei. A mio modesto parere non è questo che l’Italia dovrebbe proporre come grande furbizia.

Professore, dobbiamo rassegnarci. O mutare i nostri stili di vita o scomparire. Concretamente, cosa dobbiamo fare da subito per salvare il pianeta e la stessa razza umana? Qualcuno ipotizza la necessità della scomparsa del capitalismo occidentale e della rivoluzione industriale per costruire una controrivoluzione o capitalismo verde. Ma come sempre i volponi del profitto agitano lo spettro della miseria: es. se non produciamo più auto, mandiamo sul lastrico gli operai.

R. Di certo il capitalismo come lo conosciamo è destinato a scomparire per lasciare il posto, se non a un sistema sociale più attento alle persone e all’ambiente, ad un capitalismo meno becero, riformato in cui l’attenzione al benessere prenda il poso dell’idolatria dei soldi. Se i paesi occidentali non accetteranno la transizione, tale transizione sarà imposta dalla pressione dei popoli emergenti. Il destino della sfrontatezza e dell’esibizionismo e del lusso del capitalismo fa venire in mente un famoso sonetto di Shelley che racconta di una gigantesca statua del faraone Ramesse, abbandonata semisommersa dalla sabbia nel deserto egiziano, sulla quale era incisa la frase: “Io sono Ozymandias, re dei re: guarda le mie opere o tu potente e sappi regolarti”. Ecco anche il potente capitalismo occidentale (e non solo occidentale, ormai) dovrebbe sapere quello che lo aspetta, deserti e alluvioni, se non cambia in fretta.

Professore, al bando le utopie. Ma per mutare, invece del clima, le pessime abitudini merceologiche e di consumo non solo degli occidentali ma delle economie emergenti, come possiamo intervenire? A chi spetta intervenire in modo sostanziale e pianificare questa vera rivoluzione copernicana?

R. Spetta a lei come giornalista, a me come (sia pure ex) insegnante, a chi può fare informazione e cultura; spetta a chi è capace di spiegare i rapporti fra merci e consumi e il mondo circostante, a chi riesce a propagandare valori come solidarietà, come capacità di guardare al futuro, di guardare il cielo come grande portatore di energia per le piante e la vita ma anche di veleni per la salute, al valore del silenzio; anche il chiacchiericcio consuma energia e immette gas serra nell’atmosfera.

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